Via Rasella: possibile puntata aprile e/o articolo?

Bell'esempio di come ci piacerebbe diventasse "Eco e Voci", nonché raccolta di materiale sull'argomento.

Intervista a Fiorentini

Inizialmente messo qui per: Re-post da Storiainrete.com, esempio di re-post da Il Messaggero. Qualità: sul pezzo, breve, intervista con fonte primaria, storia orale e pippe mentali, argomento scottante. Eco&Voci avrebbe bisogno di questo.

Via Rasella: l’ex-GAP «per favore, non chiamatelo attentato»

Da: www.storiainrete.com/6416/stampa-italia...

«Via Rasella fu un atto di guerra. Per favore non chiamatelo attentato. Noi eravamo combattenti per la libertà». A 68 anni da quel 23 marzo 1944, parla Mario Fiorentini, il regista dell’azione partigiana che uccise trentatre SS polizei del Battaglione Bozen nel cuore di Roma (nei giorni seguenti il bilancio finale salì a 44, compresi due civili italiani). Se Rosario Bentivegna (nome di battaglia Paolo), travestito da spazzino, accese la miccia dell’ordigno nascosto in un carretto dell’immondizia, fu Mario Fiorentini, intellettuale comunista dai capelli arruffati, figlio dell’ebreo Pacifico, amico di Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Lea Padovani, Vasco Pratolini e dei pittori di via Margutta, a ideare l’attacco al Battaglione e a progettarlo in ogni minimo dettaglio, anche se avrebbe voluto realizzarlo in un luogo diverso.

di Mario Avagliano da “Il Messaggero” del 23 marzo 2012 Il Messaggero.

Per lei tutto ebbe inizio il 16 ottobre 1943, giorno della retata degli ebrei da parte delle SS di Kappler.
«Quel giorno ero in via Capo le Case n. 18, nei paraggi di via del Tritone, dove abitavo con la mia famiglia (e dove era stato Mazzini all’epoca della repubblica Romana). Mio padre era ebreo, ma non frequentava la comunità e perciò non era nelle loro liste. Di mattina alla nostra porta bussarono i tedeschi. In realtà cercavano un mio zio. Io ero già nella Resistenza. Li vidi arrivare e feci in tempo a scappare, rifugiandomi in via Margutta, nello studio di Afro e Mirco Basaldella, assieme ai pittori Emilio Vedova e Giulio Turcato. I tedeschi presero i miei genitori e li portarono via; poi mia madre inventò uno stratagemma e riuscirono a fuggire».

Come le venne l’idea di attaccare le SS proprio a via Rasella?
«In clandestinità io e i miei compagni di lotta cambiavamo di continuo i nascondigli. Qualche volta dormivo presso una zia che risiedeva dall’altro lato di via del Tritone, vicino a via Rasella. Fu allora che notai il passaggio del Battaglione Bozen in quella strada stretta e in salita. Rividi in quelle divise e in quei passi di marcia nel cuore della città il verde marcio di quelli che erano venuti a prendere i miei genitori. E pensai di agire. Psicologicamente l’ho vissuta così».

È vero che il piano originario era diverso?
«Sì, avrebbe dovuto svolgersi in Via delle Quattro Fontane, attaccando i tedeschi appena uscivano da Via Rasella e svoltavano a destra. Fu Carlo Salinari a comunicarmi il cambiamento di programma. Io ero contrario e manifestai il mio disappunto. Non sono mai riuscito a capire da parte di chi venne l’ordine: Giorgio Amendola, della giunta militare nazionale, oppure Cicalini e Molinari della giunta regionale».

L’attacco partigiano di Via Rasella fu un attentato terroristico?
«No, fu una battaglia, come ha detto Giorgio Amendola. Non c’è stata solo l’esplosione dell’ordigno nel carretto trasportato da Rosario Bentivegna. Le squadre dei gappisti hanno attaccato i tedeschi da più lati con bombe da mortaio brixia modificate. Dal punto di vista militare è stata un’azione perfetta, senza nessuna perdita per noi. Kappler trovò 32 morti (uno morì poche ore dopo) e frammenti di bombe da mortaio. Per molto tempo pensò di essere stato attaccato con i mortai; andò anche al Quirinale a cercarli. Fu il questore Caruso a dire a Kappler che i mortai non c’entravano nulla: era stato un gruppo di ragazze e di ragazzi a portare l’attacco alla colonna delle SS».

Perché fu scelto il 23 marzo?
«Quella data era molto importante per i fascisti perché ricorreva l’anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento».

Alessandro Portelli ha scritto che via Rasella fu anche una risposta alle violenze quotidiane degli occupanti nei confronti dei romani.
«Roma era usata dai tedeschi come un retrovia del fronte ed era attraversata ogni giorno da convogli militari. Via Rasella è stato l’atto più eclatante di un programma di lotta che avevamo già avviato nell’ottobre del ’43 e che ci veniva ordinato dagli Alleati e dal Cln. Gli Alleati erano in serie difficoltà sul fronte di Anzio, stavano per essere rigettati in mare con conseguenze catastrofiche per la guerra. La Special Force inglese e l’OSS statunitense avevano paracadutato degli agenti segreti nella capitale e ci esortavano a colpire duramente i tedeschi. Dovevamo dimostrare che non erano invincibili. In questo quadro vanno considerate le azioni che precedettero via Rasella: l’attacco ai tedeschi alla caserma di Viale Giulio Cesare, al carcere di Regina Coeli, all’albergo Flora, fuori dal cinema Barberini, alla sfilata fascista in via Tomacelli e poi, ancora, in via Crispi, a Villa Borghese, in via Veneto, a piazza dell’Opera. Stavamo preparando anche un assalto al carcere di via Tasso».

L’azione di via Rasella è stata criticata per la sua presunta inutilità militare.
«Non sono d’accordo. Dopo via Rasella il comando militare tedesco vietò alle sue truppe di utilizzare la città per i trasporti di uomini e materiali bellici. Questo è un primo risultato di natura militare e strategica rilevante, perché i tedeschi furono costretti ad allargare il loro percorso, esponendosi così ai bombardamenti e alle azioni partigiane lungo le strade consolari. Inoltre l’enfasi che le radio alleate diedero all’attacco di via Rasella, rappresentò una spinta morale per tutti i partigiani che combattevano nell’Italia occupata. Anche negli Stati Uniti il giudizio degli storici è questo, come ho potuto constatare alcuni anni fa in una conferenza su via Rasella all’Università del Connecticut».

E’ vero che voi gappisti sapevate che la vostra azione avrebbe provocato una rappresaglia? E che i tedeschi affissero dei manifesti per invitarvi a consegnarvi?
«Niente affatto. Nei sei mesi precedenti noi gappisti avevamo compiuto tanti attacchi dentro Roma, ma i tedeschi e i fascisti li tenevano quasi sempre nascosti, senza reagire, se non con misure come il divieto di circolare con le biciclette o quella dell’anticipazione del coprifuoco. A nessuna delle azioni che avevamo fino ad allora compiuto, era seguita una rappresaglia. La storia dei manifesti, poi, è una falsità assoluta».

Che cosa provò quando seppe dell’eccidio alle Fosse Ardeatine?
«Noi non abbiamo avuto subito contezza della gravità del fatto. Il giorno dopo ho incontrato Salinari e Calamandrei e non avevamo ancora notizia della rappresaglia, anzi abbiamo discusso e avevamo progettato altre azioni. L’ho appresa solo il 26. Ricordo che provai uno sconfinato dolore per le vittime ma anche sconcerto, incredulità. Non avrei mai immaginato che i tedeschi avrebbero avuto questa reazione così violenta, né che agissero così in fretta, in meno di venti ore. D’altronde fin da quando abbiamo iniziato a combattere, quella delle rappresaglie era una spada di Damocle sulla nostra testa. Ma l’alternativa qual era? Restare fermi? Sarebbe stato un errore. I tedeschi decisero di abbandonare Roma senza difenderla anche per la paura di un’insurrezione dei comunisti-badogliani. Temevano altre via Rasella».

Questione foto

Inizialmente messo qui come possibile articolo da “Fumo negli occhi”. Nulla toglie che ci facciamo sia la puntata radio che FnO.

www.storiainrete.com/wp-content/uploads...

di Gian Paolo Pelizzaro

«Ora è emersa in modo inequivocabile la falsificazione della foto (pubblicata as- sieme agli articoli su “Il Giornale”), posto che in essa si scorge con la massima chiarezza, vicino alla testa, il cordolo di un marciapiede con una canalina di scolo, mentre dalle foto esibite dall’Archivio federale tedesco risulta con la massima chiarezza che in via Rasella, all’epoca dei fatti, non esisteva alcun marciapie- de (la strada era lastricata da “sampietrini”, per tutta la sua lunghezza ed allo stesso livello, senza alcun rialzo ed alcun cordolo)». Così scrivevano i giudici Roberto Odorisio, Maria Cristina Pozzetti e Sergio Fucci della Seconda Sezione Civile della Corte d’Appello di Milano nella sentenza di condanna del giornalista Francobaldo Chiocci e dell’allora direttore de «Il Giornale» Vittorio Feltri, del 14 maggio 2003 (confermata dal- la Corte Suprema di Cassazione, Sezione Terza Civile, con sentenza 17172 del 23 maggio 2007), nella causa risarcitoria pro- mossa da Rosario Bentivegna: romano, classe 1922, medaglia d’argento al Valor Militare, il partigiano dei GAP che nel primo pomeriggio del 23 marzo 1944, travestito da spazzino, accese la miccia dell’ordigno collocato in un carretto della nettezza ur- bana piazzato a lato del portone di Palazzo Tittoni. La bomba, come noto, esplose mentre transitava la 11a Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen (formata da altoatesini reclutati nella polizia territoriale tedesca), provocando la morte di 33 militari e almeno due civili italiani.
Chiocci come articolista e Feltri in qualità di direttore re- sponsabile del quotidiano milanese erano stati chiamati in giudizio da Bentivegna per un articolo intitolato «Quel bim- bo ucciso in via Rasella», pubblicato l’8 maggio del 1996, il giorno dell’apertura del processo a carico dell’ex capitano delle SS, Erich Priebke, davanti al Tribunale Militare Territoriale di Roma. La fotografia, tuttavia, era stata pubblicata per la prima volta due settimane prima, mercoledì 24 aprile, da «Il Tempo», in un articolo di Pierangelo Maurizio dal titolo «I segreti di via Rasella». Maurizio, dopo un lungo lavoro di ricerca e raccolta delle varie testimonianze, aveva recuperato da Gustavo Mayone, nipote di Leonardo Mayone titolare insieme a Guido Mariti della tipografia che aveva sede in via Rasella proprio dirimpet- to l’entrata di Palazzo Tittoni, una serie di fotografie in bianco e nero scattate da un militare tedesco poco dopo l’attentato. Fra queste c’era anche la foto raccapricciante della testa e par- te del tronco di un bambino, con gli occhi chiusi, riverso sui sampietrini. Guido Mariti, ricorda il figlio Gino, fu rastrellato come decine di altri italiani, ma riuscì a scampare alla rappre- saglia nazista che culminò nella carneficina delle Ardeatine il 24 marzo 1944. Scrive Maurizio su «Il Tempo» di venerdì del 26 aprile 1996, in un articolo dal titolo «Ho visto morire quel bambino»: «Tornati a via Rasella non ritrovarono tanti amici, come Romolo Gigliozzi, il barista, e Celestino, il portiere dello stabile, rastrellati con loro e fucilati alle Ardeatine. Trovarono invece le fotografie dello scempio di Pietro Zuccheretti. “Diede ordine di scattarle Kappler pochi minuti dopo l’attentato”, dice Guido Mariti: “Le SS, forse per la fretta, le fecero sviluppare in un piccolo laboratorio di via Rasella, vicino a dove ora si trova il negozio Kodak. Ero amico del fotografo: diede una copia del- le foto a me e una a Leonardo Mayone. Con un patto: che mai e poi mai le avremmo fatte vedere ai genitori di Pietro”».
Scrive la Cassazione, nella sentenza del 23 maggio 2007: «La rappresentazione fotografica della testa del ragazzo era stata molto sottolineata nell’articolo del Chiocci [quello pubblicato da «Il Giornale» l’8 maggio 1996, NdA], ove, sia pure a mezzo delle dichiarazioni rese dal fratello, si argomentava (prospet- tando anche la cosa come vera) che gli attentatori ed in parti- colare proprio il Bentivegna avevano preferito non spegnere la miccia, pur avendo visto il ragazzo che necessariamente – dati gli effetti della esplosione sul suo corpo – doveva essere appog- giato o seduto sopra la carretta della spazzatura dove erano stati collocati gli ordigni esplosivi». Conclude la sentenza della Cassazione: «Accertata la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovas- se il ragazzo ed in quale preciso momento egli fosse compar- so nel «teatro» dell’esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia)». Questo passaggio è molto delicato, tenuto conto in particolare di quanto ebbe a rilevare il giudice monocratico della Prima Sezione Civile del Tribunale di Mi-

(bisogna comprare il numero qui se si vuole continuare a leggere, doh! Cerchiamo fonti alternative)

 

Bello!

Sarebbe davvero fantastico se Eco&Voci avesse cose del genere.

 
 

4 cose:

1) mettiamo la spunta “pubblico” a ‘sta pagina?
2) ragionissima su tutta la linea, nel merito, come ricordato Portelli ci ha scritto sopra un sacco
3) “Eco&Voci avrebbe bisogno di questo”, che è vero ma in quanti si possono pigliare lo sbatto di dire “ah, è successo questo di interessante, ne vado a parlare con qualcuno che ne sa”? L’unico caso che ricordi è quello di Frey con Malga Zonta
4) come dicevo in assemblea, qui su we (se siamo bravi con le pagine della mappa) a non perdercele per strada se ne potrebbero mettere pure un sacco di altre, io in ’sti giorni pensavo al film su Piazza Fontana

EDIT: a proposito, nel frattempo è morto Rosario Bentivegna :(

 
 

La mia:

  1. Quando mi provochi con quel tasto io non ti resisto!
  2. Ok.
  3. Se è vero che è impensabile (allo stato attuale delle forze) stare sempre lì sul pezzo e magari andarne a parlare con “qualcuno che ne sa” è pure vero che possiamo almeno impegnarci un pochettino di più a segnalare e proporre cose del genere quando leggiamo i giornali etc. Io, ad esempio, stando qui faccio grande fatica a leggere i giornali italiani (maddai, direte voi) e infatti una delle fonti che apprezzo di più son proprio i blog che ri-pubblicano recensioni e discussione che escono sul Manifesto/Corriere/Repubblica etc. Dunque, direi, occhi più aperti e mouse pronto a linkare e pubblicare a distanza di uno-due giorni. Che ne dite? Ci proviamo con un po’ d’impegno?
  4. Grande Dawit! Basta dirlo in assemblea per poi dire as I told you... Just do it! ;)

RIP Rosario!

 
 

Ecco, scritto brevemente e bene, il problema che sta dietro alle false polemiche su via Rasella: www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mr...

 
 

Oh regà, ho pensato: se ci piace (si decide qui) l’idea di fare la puntata radio su via Rasella, allora iniziamo a raccogliere materiale qui (grazie Dawit dell’articolo del Mani!).

Io comunque avevo letto questo secondo articolo che spiegava la cosa della foto e che inizialmente avevo pensato di proporre per Fumo negli Occhi, come esempio palese di falsificazione, ma una parte dell’articolo è a pagamento e si scarica da qui.

Comunque, se l’idea ci piace, nulla ci viete di fare la combo: FnO+Radio. Che dite?

 
 

Beh, intanto il testo della sentenza di Cassazione cui si fa riferimento è riportato integralmente qui www.eius.it/giurisprudenza/2007/104.asp

Un pezzo per Fuoco negli occhi ci potrebbe uscire molto bene, ma bisognerebbe trovare chi lo scrive (in un periodo come quello pasquale dove tutti sono al paesello a scannare agnellini neonati e per questo buonissimi, ma con poca connessione internet)

EDIT: Ma che accidenti di bisogno c’era di modificare il titolo della pagina? Messa così pare che ’sta pagina non abbia più senso se non riferita alla puntata Radio (che, per inciso, io preferirei fare riferita a Bologna)

 
 

Vabbè, comunque, Democrazia Proletaria! Il titolo si può sempre cambiare e tu sei sempre il solito rompi cojoni :) (con affetto)

 
   

Facendo una ricerca in rete ho trovato una marea di siti non espressamente fascisti, ma tali, dove si dà ragione ai tedeschi (uno schifo, ragazzi) con tanto di “fonti” e atti di processi. Ecco, ho perso i link.