Bozza

Continuo imperterrita a pensare che quest’articolo devo farlo. In fin dei conti può anche essere interessante. La cosa che più mi crea problemi è la mancanza di tempo e di concentrazione, ma i nodi concettuali ce li ho tutti, forse sarebbe da mettere un collante all’insieme.

Proviamo a darne un disegno (sommario per quanto si può): lo stato liberale italiano nasce, cresce tra le difficoltà politiche di una classe cetuale nel momento in cui il capitalismo inizia a diventare padrone (industrializzazione, crisi agraria, crisi economica degli anni Ottanta-Novanta*).
Il codice penale è uno dei capisaldi della base statale, soprattutto in uno Stato liberale Ottocentesco nato sulla scia di un “risorgimento” impregnato di idee illuministiche – dove la ragione e la legge sono i padri fondatori di un pensiero nuovo, a metà strada tra l’usurpazione del potere e la ricostruzione di una nuova struttura di potere.
Il Codice penal Zanardelli è figlio di questa contraddizione: di una classe (i giuristi) che devono creare le regole sociali per tutte le classi. Diciamo che a parte qualche raro caso (Carrara, Zanardelli, forse Pessina) i giuristi ottocenteschi sono molto più tendenti alla conservazione dello Stato, contro qualunque tipo di dissidenza o protesta.

Le proteste agricole e i movimenti anarchici e socialisti creano un clima da legislazione speciale, si può parlare qui di un primo Stato d’emergenza? La maggior parte delle questioni, lette nei testi di storia del diritto, si perdono nella descrizione codicistica, nel dettaglio di questa o quest’altra interpretazione, però c’è un passaggio importante che è difficile ricostruire: quello per cui si passa dalla “difesa dello Stato” alla “difesa del sistema”.
In tutto questo è da dire che la scuola giuridica italiana è ancora quasi tutta da fare, quindi la difficoltà è maggiore, considerando che gli “appigli” delle correnti dottrinali sono quasi del tutto assenti.

Ma non bisogna dimenticare la differenza tra parte giuridica e parte poliziesca, tenerle ben distinte anche se spesso si ritrovano unite, per volontà repressiva o per “necessità d’ufficio”.

Quindi repressione e leggi d’emergenza ok, ma perché e come? In fin dei conti non basta, perché poi ci si deve rendere conto anche di come una struttura statale nasce, anche leggendo in chiave di “storia delle idee” quel nucleo di pensiero che sta al di sotto delle azioni “quotidiane”, col suo portato di tradizione e rottura rispetto a ciò che lo precede. In pratica mi rifaccio a Stuart Hall:

Si ricordi come, nel XVIII secolo, un certo linguaggio della legalità, del costituzionalismo e del “diritto” si trasforma in un campo di battaglia, nel punto di intersezione di due tradizioni divergenti: la tradizione aristocratica della “maestà e del terrore” e le tradizioni della giustizia popolare. Gramsci, cercando di dare una risposta alla sua stessa domanda su come emerge una nuova “volontà collettiva” e su come si trasforma la cultura nazional-popolare, osservava che: «Ciò che importa è la critica a cui tale complesso ideologico viene sottoposto dai primi rappresentanti della nuova fase storica: attraverso questa critica si ha un processo di distinzione e di cambiamento nel peso relativo che gli elementi delle vecchie ideologie possedevano: ciò che era secondario e subordinato o anche incidentale, viene assunto come principale, diventa il nucleo di un nuovo complesso ideologico e dottrinale. La vecchia volontà collettiva si disgrega nei suoi elementi contraddittori, perché di questi elementi quelli subordinati si sviluppano socialmente ecc.», Stuart Hall, Il soggetto e la differenza, per un’archeologia degli studi culturali e postcoloniali, p. 66

In realtà il nocciolo della questione è la lotta tra la classe dei giuristi (i deputati in Parlamento sono per la maggior parte giuristi, quindi si può temporaneamente identificare lo Stato con la classe giuridica) e le classi popolari. Questo durante il primo capitalismo e la nascita delle prime dottrine sociologiche (non positivistiche, però, il positivismo in Italia attecchisce poco, l’antropometrismo ce lo sappiamo fare bene da soli) ed i primi dispositivi di identificazione e riconoscimento dei criminali (uso della fotografia, dei documenti d’identificazione, ecc.).
In pratica si può dire che da qui nasce un po’ tutto, ma nello stesso modo, tutto qui è diverso da ora.

*«Basterà ricordare il tentativo di insurrezione operato da internazionalisti e repubblicani nel 1874, i moti di Palermo del ’76, quelli tentati nel Matese da Cafiero e Malatesta nel’77, e poi le lotte operaie che si presentano alle soglie degli anni ottanta (gli scioperi dei tipografi del ’75 e dell’80, quello dei lanieri nel ’77, ecc.), e quelle contadine, o delle zone contadine, episodi minori di Q devastazione o saccheggio B che punteggiavano a miriadi la storia di uegli anni. Inoltre era pur sempre vivo il ricordo del fenomeno del brigantaggio, al quale il progetto Vigliani mostrava di pensare apertamente.» Sbriccoli, p.625.

Concettualizzazione

Forse, invece, qualcosa di più originale e in qualche modo più vicino a Foucault sarebbe quello di vedere la relazione tra “pratica discorsiva”-“pratica giuridica”. Gli ultimi due punti sarebbero da togliere, così il lavoro è un bel po’ più semplice e compatto (e si evita di parlare a vanvera).
Quindi alla fine dei conti sarebbe un rifarsi a Stuart Hall, Foucault e Gramsci? Ci si riesce?

Nella pratica non lo so.

Però si “rivoluzionare” l’idea del filo/dossier: utilizzare i mini-interventi per spiegare e dare una cronologia delle riforme. Poi l’articolo sarà tutto una concettualizzazione teorica dei cari contributi piccoli (dovremmo trovare un nome anche per questo).

Zanardelli

Il libro “Delitto politico tra ottocento e novecento” di Floriana Colao può essere la svolta. Il problema è leggerlo (poi uno dice “gli storici scrivono male”, in confronto agli storici del diritto sono poeti, p-o-e-t-i).

Comunque, il codice Zanardelli è la prova provata delle teorie di disciplinamento foucaultiane: è la prigione il “castigo” principale di riferimento, che viene pensato – secondo le teorie e i credi antropologici del periodo – secondo una modalità dicotomica. Cioè, la parte più liberl-progressiva della giuspiubblicistica è contraria a segregazione e isolamento dei carcerati come pena (nel senso di celle d’isolamento di oggi, solo che molto più dure, se possibile). Sono più favorevoli ad una segregazione “in comune” dei carcerati perché spinge alla socialità e quindi alla possibilità di far “redimere” il colpevole. Ma la socialità dei colpevoli può provocare, invece che redenzione, una maggiore volontà e propensione al delitto. Quindi la necessità di disciplina dei carcerati fa pensare a metterli insieme, in celle vicine, ma con l’obbligo del silenzio. Spunti utili trovati in " Antonio Buccellati e la riforma penale nell’Italia postunitaria" di Angela Santangelo Cordani.
La questione si fa più complessa col delitto politico.

La differenza con il delitto politico sta, nel codice Zanardelli, quando i delitti politici vengono visti come delitti “alti” e per questo ai criminali politici si prevedono delle condizioni migliori e non si dà l’obbligo al silenzio, questo perchè si riconosce l’esistenza <> (Floriano Colao, Delitto pol., p. 4). Questo che vuol dire? Essenzialmente che lo Stato liberale si vede come stato basato su ceti – esattamente come nello stato di antico regime – nella sua struttura fondamentale, quello che lo Stato liberale pensa è che esiste il ceto borghese che ha legittimità e potere di parola sulla strutturazione dello stato e che quindi le “proteste” che derivano hanno comunque un senso e devono, in qualche modo, essere accolte o per lo meno non essere del tutto eliminate e affossate.
C’è inoltre una motivazione storica profonda: chi ha fatto l’unità d’Italia era quello che avrebbe dovuto essere imprigionato e ucciso nel sistema d’antico regime, concetto che poggia giuridicamente sulla rivoluzione tedesca del 1848, in cui viene riconosciuta una sorta di “diritto di guerra” al prigioniero politico, in quanto “sconfitto”. Sempre in Colao: “l’accoglimento nella legislazione dei principi dell’asilo politico, è un altro sbocco normativo dell’ideologia penalistica liberale. La coscienza della relatività delle forme di governo suggerisce che una condotta considerata delittuosa in un determinato contesto politico non sia più tale in uno ordinamento diverso.” La norma liberale si fa garante del controllo del potere statuale, che non deve eccedere, soprattutto verso un’involuzione autoritaria, e che i membri dell’esecutivo riescano ad ottenere l’impunità per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni.
La Relazione di Zanardelli afferma: “non si può vietare agli operai l’astensione da lavoro […] né impedire ad un industriale di chiudere quando gli piaccia un opificio”, l’unica possibilità di colpire gli operai in sciopero è quando fanno uso di violenza o minacce (art. 165: “Chiunque con violenza o minaccia, restringe o impedisce in qualsiasi modo la libertà dell’industria o del commercio è punito con la detenzione fino a venti mesi e con la multa da lire cento a lire tremila”, cfr. Codice, p. 70; vedi anche art.166).
Per quel che riguarda l’associazione a delinquere e i delitti contro l’ordine pubblico (istigazione a commettere delitti contro la sicurezza dello stato, eccitamento alla disobbedienza delle leggi, odio tra le classi sociali e apologia di questi delitti) c’è un contrasto di fondo tra libertà d’espressione e difesa dal sovvertimento dei rapporti politici e sociali. Anche l’apologia di reato presenta dei contrasti che permettono una portata repressiva della norma anche oltre la previsione effettiva. In questi tre tipi di reati basta la sola eventualità, la possibilità che avvengano atti delittuosi.
Per i delitti contro lo Stato vedi l’art.134: cospirazione e intenzione come forma di associazione a delinquere politica e dunque punibile.

Creazione del “magistero di polizia” che, affiancato al “magistero penale”, difende lo stato da attacchi interni. Il magistero di polizia tutela l’ordine pubblico in via preventiva, affidandone il compito al potere amministrativo. si articola nei più svariati provvedimenti: divieti di dimostrazioni, decreti di scioglimento, perquisizioni, controlli di polizia, ecc. Non vi è giurisdizione amministrativa, quindi questi provvedimenti possono benissimo oltrepassare la soglia della legalità e forzare la norma. Si ha quindi una norma giurisprudenziale ancora legata al principio di forte legalità ed una pratica amministrativa che esula totalmente da quella norma. Questione di politica d’emergenza e ordine pubblico legata al brigantaggio, affida alla mano militare e serve di fatto anche a controllare l’opposizione democratica nelle regioni meridionali. Quali erano i soggeti considerati pericolosi? Vagabondi, oziosi, maffiosi, violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

Cerca la statistica giudiziaria penale

Alla fine dei conti, la contraddizione di voler difendere il diritto politico e nello stesso tempo la garanzia dello stato, si risolve più a favore di quest’ultima.

Poi parte su PS, che in pratica non dice molto di nuovo.

Insomma, la cosa interessante sarebbe seguire il filo logico del libro, per vedere come si passa da una concezione liberale-disciplinare del delitto (fondamentalmente contraddittoria) fino ad una visione totalitaria-punitiva con il codice Rocco.

Bibliografia

  1. Progetto del codice penale : presentato dal ministro Zanardelli alla Camera dei Deputati nella seduta del 22 novembre 1887 : note di cronaca / avv. Vito Porto. – Roma : tip. dell’Opinione, 1888. (Archiginnasio)
  2. Alla vigilia del codice Zanardelli : Antonio Buccellati e la riforma penale nell’Italia postunitaria / Angela Santangelo Cordani. – Milano : A. Giuffrè, 2008-
  3. Quaderni fiorentini 36 (2007) vari articoli tra cui quello di Floriana Colao. www.centropgm.unifi.it/quaderni/36/index.htm
  4. Processo penale e opinione pubblica in Italia tra Otto e Novecento / a cura di Floriana Colao, Luigi Lacchè e Claudia Storti. – Bologna : Il mulino, 2008.
  5. Nuovo numero di Zapruder e anche quello sul castigo
  6. La folla in Italia

Giornali italiani dell’epoca?

Spunti

“La riforma penitenziaria della metà degli anni Ottanta […] pone al centro del suo operare non il corpo ma l’anima del detenuto, indagata e scandagliata attraverso i saperi umani. A questi saperi spetta il compito di risocializzare il detenuto, il “discilplinamento” dei corpi, ben analizzato da Foucault, diviene la strategia più efficace, anche più di quella repressiva, per rendere i corpi produttivi, fino al paradosso di estorcere plusvalore da se stessi. Il percorso obbligato è l’analisi e l’autoanalisi, un iter rieducativo che passa attraverso l’abiura e la dissociazione, anche se non diretta. Implicitamente infatti, considerando il guerrigliero non un’espressione del conflitto sociale ma un semplice portatore di patologia, si riduce anche l’irriducibile", C. Cretella, Alcuni casi di scrittura carceraria degli ultimi trent’anni. Tra autobiografia e storia, in La Letteratura e la storia, a cura di Menetti-Varotti, cit. in Chiara Cretella, L’ala creativa bolognese. Il caso del collettivo A/traverso, in Gli anni Settanta, a cura di Arlbertone Bernardone.
Vedi Cretella, Alcuni casi di scrittura carceraria → recensione?

Stuart Hall
da Il soggetto e la differenza, per un’archeologia degli studi culturali e postcoloniali, p. 66

Si ricordi come, nel XVIII secolo, un certo linguaggio della legalità, del costituzionalismo e del “diritto” si trasforma in un campo di battaglia, nel punto di intersezione di due tradizioni divergenti: la tradizione aristocratica della “maestà e del terrore” e le tradizioni della giustizia popolare. Gramsci, cercando di dare una risposta alla sua stessa domanda su come emerge una nuova “volontà collettiva” e su come si trasforma la cultura nazional-popolare, osservava che:

Ciò che importa è la critica a cui tale complesso ideologico viene sottoposto dai primi rappresentanti della nuova fase storica: attraverso questa critica si ha un processo di distinzione e di cambiamento nel peso relativo che gli elementi delle vecchie ideologie possedevano: ciò che era secondario e subordinato o anche incidentale, viene assunto come principale, diventa il nucleo di un nuovo complesso ideologico e dottrinale. La vecchia volontà collettiva si disgrega nei suoi elementi contraddittori, perché di questi elementi quelli subordinati si sviluppano socialmente ecc.

Questione del nemico interno : siècles 31/2010

Articoletti di accompagnamento

Si può fare una pagina di spiegazione di questo link qui www.sba.unifi.it/CMpro-v-p-571.html che fa parte di un progetto più ampio, dal nome “Costruire l’Italia” www.sba.unifi.it/CMpro-v-p-562.html