Articolo 1 – Interviste: la ricerca scientifica nel nostro immaginario

A un certo punto nel proprio percorso di studi ci si può chiedere: “ma
che lavoro andrò a fare una volta laureato?”. Per alcuni la risposta è
chiara e a volte è il motivo stesso che ha spinto lo studente o la
studentessa in questione ad iscriversi all’università. Per altri può
capitare invece di procrastinare questa riflessione finchè non ci si
trova nel mezzo della realtà lavorativa, il più delle volte sprovvisti
dei mezzi necessari a comprendere il contesto in cui si è immersi. Tutto
questo ovviamente non avviene in un mondo privo di contraddizione bensì
in un contesto nel quale lo sfruttamento è all’ordine del giorno e in
forme sempre più subdole spesso irriconoscibili come tali per chi si di
rapporta. In quanto studentu e lavoratoru nell’ambito della fisica
crediamo dunque sia importante affrontare la questione con i diretti
interessati ed è per questo che abbiamo raccolto delle interviste
mettendo a confronto le idee e le prospettive di ragazz* del primo anno
di fisica con quelle di alcuni dottorandi ormai ben addentrati nel mondo
del lavoro. Abbiamo fatto le stesse 7 domande a questi differenti
soggetti cercando di lasciare all’intervistato la possibilità di
interpretarle con ampio margine. Tali domande sono state pensate per
approfondire le storie, sentimenti e le opinioni degli intervistati
riguardo alla loro particolare condizione all’interno del mondo della
ricerca. Per ovvie questioni di spazio non riportiamo i testi integrali
delle interviste per i quali rimandiamo al nostro blog 1.

COME SEI ARRIVAT! QUI? (IL TUO PERCORSO FINO AD ORA?)

Le risposte sono molteplici e dipendono ovviamente dal soggetto
intervististato. Un filo conduttore comune a dottorandi e matricole è la
necessità di rispondere alle fondamentali dell’essere umano spesso
stimolato non tanto dalla fisica del liceo quanto dallo studio
scolastico della filosofia. “L’avvicinamento al mondo scientifico tra le
mura scolastiche è passato attraverso la porta della filosofia.... Fin
dalle prime lezioni sono rimasto affascinato dall’idea dell’Archè” dice
Edoardo, al terzo anno di post-doc in biofisica alla sapienza. Michele
al primo anno di fisica risponde in modo analogo: “... lo studio di
vari filosofi mi ha portato a informarmi e ad apprezzare tutti gli
aspetti della fisica. Vedo infatti la fisica come l’unica scienza che
cerchi effettivamente di rispondere alle domande più concrete e antiche
della storia dell’umanità”. Tra i fuori sede, per entrambe le categorie
intervistate, è emerso in modo preponderante l’esigenza di studiare in
un luogo in grado di offrire stimoli molteplici e nuovi in un’ottica di
prestigio accademico. In tutti i casi abbiamo riscontrato che la scelta
universitaria è mossa da interessi intellettuali piuttosto che da
previsioni di una carriera futura. Come vedremo dalle prossime domande
il muoversi con delle idee chiare rispetto alla futura carriera rimane
comunque un’attitudine inappropriata per uno studente o un dottorando
del nostro tempo.

CHE IDEA HAI DEL MONDO DELLA RICERCA?

Riguardo a questa domanda tra i più giovani si riscontra un’idea della
ricerca come qualcosa di ancora distante e fumoso con qualche sfumatura
di idealizzazione oppure, per i pochi che già guardando a quel mondo,
una predisposizione ad accettare l’idea di sacrificio come parte
essenziale del lavoro di ricercatore. “Non ne ho idea, siceramente, non
mi sono documentata” risponde Ilenia, giovane studentessa catanese; “Un
grande centro di ricerca… ma di preciso non lo so, proprio non lo so”
aggiunge Elisa. Il più convinto Michele, anch’esso giovane matricola,
risponde invece: “Purtroppo so quanto sia difficile come percorso e ad
alto rischio. Ma sono pronto a qualsiasi sacrificio”. Tra i dottorandi
vi è una consolidata visione del mondo della ricerca come un’entità di
duplice natura: da unba parte, quella di un mondo che offra la
possibilità di soddisfare l’anelito di conoscenza per cui si erano
iniziati gli studi, dall’altra, quella di una realtà lavorativa di
precarietà e competizione dove la materialità della società attuale
fatta di finanziamenti, bandi e pubblicazioni, risulta essere più che il
mezzo il fine stesso dell’attività di ricerca.
Edoardo esprime in modo chiaro questa dicotomia: "La parte idilliaca ha
come tenero immaginario le passeggiate nei parchi dei grandi (o meno
grandi) scienziati che discutono dei principi base di questo mondo, un
po’ a continuare l’avventura dell’Archè. L’altra visione è decisamente
di stampo più drammatico. La Ricerca è un’attività che ha bisogno di
finanziamenti per poter essere garantita. Qui si apre un capitolo sulle
modalità di redistribuzione di tali finanziamenti, sugli organi e le
regole che determinano la possibilità o meno di poter concretizzare idee
e progetti. Ma, come noto, l’aspetto che lentamente si è trascurato in
questo scenario sono gli “operai” della ricerca. La precarietà che si
prolunga negli anni, mentre ogni sistema fuori dalle mura universitarie
ti chiede garanzie, tu sei li che cerchi di affannare nel far combaciare
le regole esterne con le regole interne a questo gioco. Puoi pubblicare
bene e tanto, puoi essere arrivato al punto di aver confuso gli orari e
i luoghi del lavoro con quelli della vita privata, puoi essere un treno
in corsa stimato e riconosciuto dalla tua comunità scientifica, ma non
puoi sederti in banca per un prestito, non puoi comprarti una camera di
mondo convenienza a rate e non puoi firmare il contratto di affitto
senza la garanzia di tuo padre o di tua madre. Sei cresciuto, sei un
adulto, ma sembra che hai bisogno ancora della firma dei genitori per
poter andare in gita."
Ornella, che ha appena ottenuto un assegno come proseguimento del
dottorato aggiunge: “Non tutti si trovano bene infatti si è molto sotto
pressione e c’è molta competizione soprattutto vi è un marcata disparità
nella possibilità di accedere ai fondi per gli aggiornamenti necessari a
rendersi competitivi e nella disponibilità di contatti per potersi
assicurare una futura sistemazione.”
Infine, Ilaria, anch’essa al termine del dottorato risponde:
“Penso che idealmente sia un mondo fantastico.
E’ un mondo dove non si smette mai di farsi domande e di arrovellarsi
per trovare delle risposte; che si nutre del confronto con gli altri,
assolutamente vitale per crescere, arricchirsi di nuove punti di vista e
soprattutto in grado di tutelare dal ripetere errori già commessi ....
Ovviamente so che la realtà è ben distante da questo ideale e che le
politiche nazionali toccano eccome il mondo della ricerca, spingendolo
sempre più prepotentemente verso standard industriali basati su un
profitto cieco.”
Da queste testimonianze emerge chiaramente quanto sia forte nella
ricerca la necessità di confronto: anche in questo caso la realtà di
competizione e disparità che si riscontra nel mondo reale limita questa
necessità, suscitando, dai primi anni di università, e, sempre di più,
addentrandosi nel mondo del lavoro, un sentimento contrastante di
confusione rispetto all’effettiva convenienza di condividere
ragionamenti e idee.

Acknowledgement:
Thank to Giulio Macilenti for the intresting suggestion in the
contestualization of our subject in the

CONCLUSIONI:
Passione sfruttata per condizioni di lavoro sconvenienti, passioni e
interessse scientifico calate nel mondo del lavoro. Prima domanda inizio
sui massimi sistemi poi presa di coscienza su cose materiali. Officina
come luogo in cui si incontrano generazioni differenti di studenti e
anche di guardare alla scienza non solo come blA VLA MANCHE COME BLIBLO.
DIre che intervista è di parte. Ricerca iniziale cerca luogo ricco di
stimoli poi realtà lavorativa limita questa potenzialità.

Articolo 2 – Visione critica della mobilità romana

Quante ore sono necessarie per percorrere 250 km? Ad oggi sono necessarie poco più di un’ora e venti. E per percorrerne 10 in una metropoli? Lo stesso tempo.

Lo sviluppo dell’alta velocità ha ridotto drasticamente alcune distanze, ad esempio Roma- Firenze o Milano-Torino. L’illusione è che la velocità dei trasporti sia generalmente aumentata, innalzando con sé anche la facilità del nostro spostamento e in definitiva la nostra libertà. Eppure ci basta osservare quante ore, passate nel traffico o ad aspettare un autobus, servano in una metropoli come Roma per andare da un lato all’altro della città. In definitiva lo sviluppo così massivo dei trasporti, in particolare di quello privato che nella nostra città è stato quello maggiormente incentivato, ha portato ad un rallentamento degli spostamenti.
In teoria avremmo la possibilità di spostarci ad una velocità molto maggiore di quella cui siamo costretti a muoverci oggi, e questo con l’ausilio di due semplici ruote ed un telaio. Una bicicletta rende possibile una locomozione ad almeno 10 km/h. Ma oggi non a tutti è reso possibile uno spostamento ad una simile velocità.

A Roma le politiche comunali sono state negli anni talmente miopi da dismettere la rete di tram e filobus (che pure era una delle più sviluppate in Europa) in favore di autobus e metropolitane. Costruire una metro in una città come la nostra? Evidentemente è stato fatto solo per i vantaggi economici che ha procurato a pochi, essendo, tuttavia, continuamente rallentata dai ritrovamenti archeologici romani e scontrandosi con un’orografia complessa. Oggi ci troviamo con un trasporto pubblico con le vetture più obsolete d’Italia ed in numero decisamente esiguo rispetto alle necessità. Questo ha favorito sopra ogni cosa l’utilizzo dell’automobile privata.
Con l’avvento globale della moda della bicicletta, anche a Roma si è cominciato a parlare di questa, e quindi a pensare di investire sulle piste ciclabili, sul bike sharing comunale e su rastrelliere diffuse. D’altra parte questa seppur minima attenzione non è stata affiancata da due azioni fondamentali: in primo luogo la possibilità di utilizzo delle due ruote insieme ad i mezzi pubblici. Per muoversi in un’area metropolitana vasta sarebbe necessario, almeno in un primo momento, poter agevolmente trasportare la propria bici sui bus e sulle metro.
In secondo luogo, la città si è sviluppata intorno all’automobile ed è pensata per essa: la bicicletta a Roma deve viaggiare quasi sempre sulla strada insieme alle vetture, mettendo così a rischio l’incolumità del ciclista.
Senza queste attenzioni la bici è diventata il nuovo svago della domenica per pochi.

Vogliamo sottolineare che le politiche rivolte alla mobilità ciclabile non ci trovano comunque d’accordo. Almeno per il momento l’infrastruttura per le biciclette esiste ed è la strada: bisognerebbe intervenire per ridurre la circolazione di automobili private e non relegare il traffico ciclistico ai margini delle carreggiate e della nostra città, assoggettandolo alla regolamentazione vigente per i veicoli a motore. La bicicletta per sua natura è libera e non pericolosa, non ha bisogno di regole finché non si scontra con la prepotenza di un mezzo ingombrante, inquinante e troppo veloce come l’automobile.
Sarebbe auspicabile, sempre in una situazione di transizione, un contemporaneo incremento della mobilità su due ruote, un potenziamento dei mezzi pubblici con una immediata reintroduzione del biglietto ridotto per gli studenti e del car sharing o car pooling in sostituzione al (del?) veicolo privato.

Crediamo che l’obiettivo a lungo termine (e forse utopico) di una città debba essere l’abolizione del mezzo di locomozione privato, soprattutto se questo, come la macchina, comporta una diminuzione della libertà altrui (in termini di inquinamento dell’aria, di riduzione dello spazio disponibile e del tempo sottratto ad altre attività) e necessità di complesse e dispendiose infrastrutture. Inoltre l’automobile è uno strumento che per sua natura, come frutto delle più complesse e ’’avanzate’’ tecnologie, rende quasi impossibile la sua manutenzione e trasforma il suo proprietario in un semplice fruitore.

Forse non appare lampante, ma noi ci teniamo a ricordare che è di fondamentale importanza avere la possibilità di sporcarsi le mani con il proprio mezzo, apportare le modifiche necessarie, ripararlo quando si rompe. Solo in questo modo si ottiene reale indipendenza. Questa possibilità è ostacolata dalla crescente complessità tecnologica delle automobili moderne, che inoltre è strettamente legata all’obsolescenza programmata dalle aziende produttrici per massimizzare il proprio profitto.

Per concludere, riteniamo che la mobilità e le politiche ad essa legate siano strettamente connesse alla società capitalista in cui vengono sviluppate. Non vogliamo essere fraintesi: la necessità di velocizzare gli spostamenti è legata a filo doppio alla monetizzazione del tempo. E’ un’illusione la volontà di liberare il tempo della persona: nei fatti si tratta solo di liberare gli orari di lavoro.
Per questo non consideriamo il modello europeo di metropoli come obiettivo da realizzare. In agglomerati urbani come Londra e Parigi noi vediamo solo l’emblema di una società fondata sulla fretta e lo sfruttamento del tempo individuale; non-luoghi dove l’individuo è sottomesso al tempo delle macchine.
Dunque pensiamo che l’idea di una nuova mobilità indipendente dal mezzo privato non possa essere scissa dalla costruzione di un nuovo modello sociale.

(Quindi ok che i mezzi fanno schifo e vogliamo che funzionino meglio, ma non dimentichiamoci che il capitalismo è una merda e che per forza un ragionamento realista e contingente sulla mobilità ne sarà influenzato.)

(inserire mezzi pubblici gratis per tutti)

(ricordiamoci che il Comunismo)