Dal Fascismo alla Repubblica (lavorazione)

Lavorazione dell'articolo di LaraMar in due parti sul sito.

Max Horkheimer: “i vari gruppi reagiscono alle diverse situazioni in base al carattere tipico dei loro componenti, che si è formato tanto in connessione allo sviluppo sociale precedente che in relazione a quello odierno. Questo carattere risulta dall’influenza del complesso delle istituzioni sociali che funzionano in modo specifico per ogni strato sociale. Il processo produttivo non influisce sugli uomini semplicemente nella sua immediata ed attuale configurazione, cioè come è vissuto nel loro stesso lavoro, ma anche a seconda di come è conservato in istituzioni relativamente stabili, che si trasformano cioè soltanto lentamente, quali la famiglia, la scuola, la chiesa, gli istituti artistici ecc. Perchè una società funziona in un certo modo? Perchè è coesa oppure in via di dissoluzione? Fa parte della comprensione di questi problemi la conoscenza della costituzione psichica degli uomini nei diversi gruppi sociali, la conoscenza di come si è configurato il loro carattere in connessione con tutte le forze che, in un certo periodo, formano culturalmente. […] La cultura è in ogni singolo momento persino una totalità di forze nel mutamento delle culture.” (p.9)
Tralascio qui delle connessioni con il pensiero materialista (il libro è degli anni ‘30, quindi immagino – immagino soltanto – che alcune posizioni dialoghino con un certo materialismo storico). La questione qui non m’interessa, vorrei estrapolare alcuni concetti fondamentali, o meglio un angolo prospettico.

Nation Building

Tema del nationa building (Saverio Battente):
“Come ha indicato A. Cardini, tuttavia, il problema storico dell’arretratezza politica in Italia andava ricondotto più all’assenza prima ed alla debolezza poi dello Stato, piuttosto che della nazione. Sulla scia delle indicazioni di Croce e Chabod, infatti, la questione della nazione italiana per essere pienamente inquadrata in tutta la sua complessità, non poteva non essere ricondotta al contesto internazionale, ferma restando la peculiarità del suo dispiegarsi. Una nazione secolare italiana, infatti, sebbene priva di una chiara coscienza politica di senso moderno, esisteva, al punto da trovare un proprio riconoscimento da parte della stessa letteratura straniera, prima o oltre che nazionale. […]Non era, quindi solo la debolezza del tessuto sociale, né la miopia o l’egoismo di una classe dirigente a portare la responsabilità per il difficile percorso dell’idea di nazione in Italia: piuttosto si trattava di uno iato tra prassi e teoria invalso in seno al gruppo dirigente sullo sfondo della frammentazione della società. Come hanno a più riprese sottolineato Vivarelli e Cardini, infatti, in seno alla classe dirigente si creò una frattura tra la teoria liberale di riferimento a cui ci si intendeva richiamare e la prassi di governo, nei fatti a tratti illiberale, come sintomo della debolezza tanto della politica che della società. Da un punto di vista identitario ciò ebbe una rilevanza essenziale, spianando la strada ad una dicotomica contrapposizione tra il modello di nazione alla tedesca e quello alla francese, lasciando defilato il principio nazionale anglosassone a cui invece originariamente ci si doveva conformare in modo coerente secondo le scelte politiche. Questo non solo rese ancor più debole l’identità nazionale, ma finì per rafforzare le subidentità politico ideologiche e sociali presenti nel paese, affiancatesi ai vari localismi campanilistici, ognuna con una sedicente pretesa di legittima esclusività quale esegeta di un’idea di nazione non condivisa. […] Per Ridolfi, inoltre, in Italia ci sarebbe stato un ritardo nella formazione di una “religione civile” sintesi e punto di contatto tra istituzioni e società e politica, come l’analisi delle feste nazionali stava a testimoniare. Una sorta di liturgia della patria fragile, come specchio di un frammentario autostereotipo di sé, dovuto in gran parte allo iato tra aspirazione al progresso ed arretratezza ed alla competizione negativa tra Chiesa ed istituzioni. Peraltro tentata a più riprese, come ha precisato Porciani, a partire dalla festa per lo Statuto fino al recupero della festa della repubblica dei nostri giorni, ma incapace di radicarsi. Lo Stato finiva così per essere in gran parte percepito come un nemico, al di là della veste assunta, preferendogli un riflusso su base localistica, come ha sottolineato Schiavone.”

Quel che si vuol qui dimostrare è che, più che una vera e propria fine dell’idea di nazione, dal 1943 in avanti si presenta un sovvertimento quasi totale del concetto, comportandone comunque una sorta di transizione. La linea di lettura segue quella di Forgacs-Gundle:"La nazione fu il tema centrale nella transizione dal fascismo alla repubblica: durante la guerra civile degli anni 1943-45 sia i partiti antifascisti sia i difensori a oltranza del fascismo si appellarono all’idea di patria e rivendicarono il ruolo di difensori legittimi dei più profondi interessi della nazione, richiamandosi alle figure e alle tradizioni del Risorgimento. Se è vero, come ha suggerito Silvio Lanaro, che alla fine della guerra ci fu anche una diffusa “persuasione che il nome e l’idea stessa di Italia sono stati irreparabilmente manomessi dal fascismo” e che questa tese a produrre sia nei discorsi pubblici sia nella politica un radicale rifiuto dell’immediato passato imperialista del paese e un orientamento favorevole alla partecipazione a una più ampia comunità transnazionale, è anche vero che la nazione rimase il valore chiave nel dibattito politico e culturale. Fu per gli interessi della nazione che si combattè fino in fondo la campagna per le elezioni del 1948, le prime elezioni al parlamento dopo l’entrata in vigore della nuova costituzione della repubblica. Fu la cultura della nazione che i leader politici e gli attivisti culturali cercarono ufficialmente di ricreare, vuoi conferendo una identità democratica alle istituzioni e ai mezzi di comunicazione ereditati dal fascismo, vuoi creando nuovi organi o promuovendo l’idea di un’allargata nazione del popolo, come fece il Partito comunista, adattando il concetto di “nazionale popolare” coniato da Gramsci. I programmi autonomisti e regionali di vari partiti vennero rettificati e neutralizzati da un nuovo sistema politico nazionale centralizzato che fece limitate concessioni al decentramento amministrativo. L’Italia del dopoguerra, sotto il premierato di De Gasperi, cerco un nuovo ruolo in una pacifica Europa federale, ma lo fece come nazione la cui identità sarebbe stata d’ora innanzi legata agli interessi colletivi europei". “Cultura di massa”, pp. 48-49.

Remo Bodei, “Il noi diviso”: "a causa dell’intrinseca debolezza delle tradizioni democratiche in Italia e del fatto che il partito di massa si è qui sviluppato sotto l’egida del fascismo […], i partiti rappresentano in questa fase il principale sostegno dell’identità colletiva: la divisione delle memorie e della “patria” stessa (nelle due entità statuali del Regno del Sud e della Repubblica Sociale Italiana dal 1943 al 1945) ha infatti lasciato i cittadini privi di riferimenti autorevole e unitari. […] il PCI e la DC, si riferiscono a comunità ideali di raggio totalizzante, che inglobano e trascendono in sè la “patria” ossia, rispettivamente, all’ “internazionalismo proletario” e all’ecumenismo cattolico quali antidoti al “sacro egoismo” nazionalistico" (p. 21).

I discorsi dei costituenti sono spesso rivolti a fronte di un sentimento patriottico di difesa della patria, della nazione o del popolo italiano, come si vedrà in seguito. Ovviamente presentando una morale agli antipodi dell’ideologia fascista, richiamando spesso l’attenzione su quel che era “l’Italia reale” (argomentazione usata sia nel periodo liberale che fascista, quando lo spirito nazionale era di moda). qui si vogliono prendere in esame due dei tanti nodi di frattura del periodo attraverso due questioni principali: il paradigma di guerra civile, secondo la lettura di Simone Neri Serneri (“Guerra civile” e ordine politico. L’antifascismo in Italia e in Europa tra le due guerre, in “Antifascismo ed identità europea”), e la crisi del concetto di patria. Questi concetti serviranno per comprendere in seguito la portata del cambiamento.

Frattura

Per il primo punto, l’analisi di Serneri si concentra nel «ricollocare l’antifascismo dentro la storia del XX secolo e di spostare il centro della narrazione storica […] alla questione democratica contemporanea, dei suoi processi costitutivi, dei suoi fondamenti politici, dei suoi attori sociali» (p.78). Così, dunque, il concetto di guerra civile rientra nei meccanismi di costituzione della società del secondo dopoguerra: nel carattere “civile” del conflitto, che derivante dalla crisi che i sistemi ottocenteschi, a discapito del loro carattere più o meno liberale, non seppero evitare, «di fronte ai fenomeni di mobilitazione sociale e, quindi, anche politica, connaturati all’affermarsi della società moderna – industriale e di massa – e, come è noto, accelerati drammaticamente dalla prima guerra mondiale» (p. 78). È un fenomeno che si può individuare nell’intera società europea, derivante dai processi comuni di trasformazione: “Proprio in virtù del fatto che l’intera società europea del primo Novecento condivideva in larga misura gli stessi processi di trasformazione”(p. 79). Serneri, alla fine della sua analisi, si spinge lontano nelle similitudini, affermando che «[i]n Italia e in Europa lo Stato democratico – la democrazia sociale novecentesca – fu il portato della guerra civile e dell’antifascismo, quale da essa scaturì e in essa si forgiò. […] il carattere di guerra civile derivò, primariamente, dalla crisi del parlamentarismo liberale, così come il carattere europeo maturò il suo dispiegarsi su scala continentale, in ragione della comunanza dei processi sociali e politici che investivano la società europea della prima metà del Novecento», ivi, p. 99-100.
La guerra civile che prende le mosse, in Italia, dall’antitesi fascismo-antifascismo, è divisa in due tranche: tra il 1921 ed il 1925 e quella del 1943. Sebbene diverse per protagonisti e caratteri, non hanno visto interrompersi « la continuità del problema storico della guerra civile, quello che – oltre la discontinuità delle congiunture politiche – fa dell’antifascismo un asse portante della storia d’Italia nella prima metà del secolo XX» (p. 98)
Diversamente dal concetto di rivoluzione, per Serneri, “[l]a guerra civile è guerra politica per eccellenza, proprio perché non si nutre di aspirazioni ideali e palingenetiche, non presuppone l’antitesi tra Stato e società civile, tra potere e sudditi, ma perché la posta in gioco è la definizione delle norme e degli istituti della politica: è un conflitto aperto in seno alla società civile per rifondare l’ordinamento costitutivo della comunità politica, per riformulare le regole del gioco – le procedure e gli spazi – dell’azione politica. La guerra civile testimonia la frattura della polis ed è la modalità estrema cui si ricorre per ricomporre – evidentemente su altri presupposti e con altri assetti – quella frattura. […] guerra politica che diventa fratricida solo in conseguenza dell’essere combattuta, per effetto dell’odio sviluppato per l’avversario, della memoria delle sofferenze inflitte e subite da chi vive nel medesimo territorio sociale. Ma questo tragico carattere acquisito non deve far dimenticare la sua prima sostanza logica e storica”. (p. 82)

“Il cambio di alleanze sfociato poi nella pace di Yalta determinava daccapo una situazione, non solo politico-militare, profondamente diversa. Una situazione rispetto alla quale tutte le diagnosi e le parole d’ordine del periodo tra le due guerre risultavano insufficienti. E’ fuoriante pensare che le collaborazioni di governo con finalità “costituenti” sorte in vari paesi (Francia, Italia) sulla base e come prosecuzione dell’alleanza antifascista che aveva sconfito l’Asse fosse una sorta di prosecuzione dei “fronti” anteguerra. Era una pagina nuova, qualcosa che era nato nella lunga e pesantissima battaglia condotta insieme, dopo la lacerazione del 1939-1941. A torto François Furet, nel suo ultimo e amareggiato libro Le passé d’une illusion (1955), si spinge più d’una volta a caricaturizzare l’antifascismo eurpeo come “l’utile idiota” di Stalin. L’antifascismo è stato, per alcuni anni molto creativi, sul piano istituzionale, il terreno d’incontro tra le culture politiche che erano riuscite a sopravvivere al fascismo perché avevano scelto di lottare contro di esso, col comune proposito di non rimettere in essere le vecchie “democrazie liberali”, levatrici del fascismo. […] In Italia, in un leader come Togliatti, reduce dalle traversie che si son ricordate nel precedente capitolo, si forma la persuasione che, nella fase apertasi con il crollo del fascismo, il compito di un partito come il suo (peraltro ormai denominato stabilmente con la specificazione di “nuovo”) fosse di portare alla luce e valorizzare le potenzialità – in direzione di una democrazia “avanzata” – che anche foze di diversa ispirazione e di matrice diversa, emerse nella lotta contro il fascismo, avevano dimostrato di possedere. Il progetto per cui impegnarsi diventa ormai una società politicamente ed economicamente articolata, di “democrazia progressiva”, incardinata intorno ad una costituzionale avanzata, e protesa verso radicali “riforme di struttura” (quelle perlatro messe in atto da Attlee in Inghilterra): non già un ripiego in attesa della conquista di chi sa quale Palazzo d’inverno ma il miglior programma politico che il movimento operario lì e allora potesse proporsi. La nozione di antifascismo viene dilatata, da concetto negativo (rifiuto) a concetto propositivo. L’idea di fondo è che nella società italiana vi sono forze, gruppi di pressione, correnti più o meno “carsische” che spingono potenzialmente verso esiti e verso scelte conformi agli interessi e agli obiettivi per cui il fascismo era sorto; e che una lotta di lungo periodo contro tali forze, nel nuovo quadro costituito dalla presenza, insieme, nei governi post-bellici, delle forze che avevano combattuto il fascismo, potesse, nel suo stesso farsi, trasformare la società italiana in senso progressivo." (L. Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia, pp. 254-255; vedi anche relazione costituzione sovietica-costituzione italiana pp. seguenti)

“è necessario dunque che si parta dalla fine del secondo conflitto mondiale, quando una nuova Italia nacque contrapponendosi al modello totalitario fascista nonché all’idea di nazione come tutto, e i sei partiti antifascisti si riconobbero e si legittimarono reciprocamente nei Comitati di liberazione” (S. Lupo, Partito e antipartito, p. 4)
“Fu Chabod, nel 1950, a sostenere nel primo libro postbellico sulla storia dell’Italia contemporanea che la nazione si era ripresa con la Resistenza, ma anche imboccando la nuova strada del partito di massa. […] Si trattava di partiti tra loro diversi sì, ma in grado di riconoscersi reciprocamente, capacità che era mancata nell’Italia risorgimentale e su un piano di principio anche a quella liberale (per non dire di quella fascista!). Alla base della nuova Italia sta dunque il concetto di compromesso, di cui la storiografia come già la memorialistica vede la manifestazione originaria e il punto simbolico più rilevante nella “svolta di Salerno” operata nel marzo del ’44 dal leader comunista Palmiro Togliatti.” (S. Lupo, Partito e antipartito, p.31)

Rinnovamento?

Si avvia in questo modo la costruzione di un nuovo ordine politico e sociale che, partito con la mobilitazione della società durante la guerra civile, si conclude nella stagione costituente, i cui protagonisti sono eredi della ricostruzione politica svoltasi nel 1943-45. Il nesso lotta antifascista e costituzioni democratiche viene sottolineato anche da Ceccanti, sotto vari aspetti: “dall’effettivo primato della Costituzione a cui si collegano le Corti costituzionali, al riconoscimento più accurato dei diritti, anche con aperture sovranazionali, all’assetto garantistico del sistema delle fonti (uso della riserva della legge, limiti alla potestà normativa degli esecutivi ecc.), alla regolamentazione degli stati di eccezione e così via”. (L’antifascismo e le nuove Costituzioni democratiche, in “Antifascismo e identità europea”, p. 208)
Nello stesso tempo in cui il sistema liberale europeo inizia a vacillare di fronte alle dinamiche totalitarie, vi è la presa di coscienza da parte dei costituzionalisti del sistema complesso di riferimento: non più la “nazione” o il “popolo”, ma una rete d’interessi diversamente organizzati. Mortati stesso ne ha l’intuizione, come affermato da Fioravanti. È qui che si colloca la funzione basilare del partito politico, e cioè di superare l’indistinto della sovranità popolare per «portare alla luce e valorizzare le potenzialità – in direzione di una democrazia “avanzata” – che anche forze di diversa ispirazione e di matrice diversa […] avevano mostrato», secondo la visione di Togliatti. (L. Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia)

Il sistema partitico non viene solo costruito dalla costituente, ma esso verrà alla luce anche malgrado questa, come si vedrà più avanti, somigliando più che altro ad una necessità politica di fatto che ad una decisione degli agenti politici.
Come lo stesso Bodei afferma, “[a] causa dell’intrinseca debolezza delle tradizioni democratiche in Italia e del fatto che il partito di massa si è qui sviluppato sotto l’egida del fascismo […], i partiti rappresentano in questa fase il principale sostegno dell’identità collettiva: la divisione delle memorie e della “patria” stessa (nelle due entità statuali del Regno del Sud e della Repubblica sociale Italiana dal 1943 al 1945) ha infatti lasciato i cittadini privi di riferimento autorevoli e unitari. […] il PCI e la DC, si riferiscono a comunità ideali di raggio totalizzante, che inglobano e trascendono in sé la “patria” ossia, rispettivamente, all’ “internazionalismo proletario” e all’ecumenismo cattolico quali antidoti al “sacro egoismo” nazionalistico.” (p. 21)
Proprio all’interno di questa lotta fascismo-antifascismo, si colloca la crisi del concetto di nazione e patria. “La crisi riguardava l’idea stessa della patria: come si dovesse concepirla, e chi ne fosse il traditore, l’antifascista che su di essa innalzava la liberta, o il fascista che l’aveva spenta. […] A rendere più acuto il conflitto di queste due opposte idee era inoltre l’opposto processo, di semplificazione e involgarimento, da una parte, di complicazione e intellettualizzazione, da un’altra, che il senso della patria, e il relativo “concetto”, subivano nella coscienza del paese. Per il fascismo, “patria” aveva significato, e più che mai significava nel suo estremo periodo, grandezza, potenza, conquista, da ottenere con qualsiasi mezzo, contro tutto e contro tutti […] Per coloro che lo combattevano, e lo avvertivano come esso stesso oltraggio recato alla dignità della nazione italiana, questa non poteva significare se non libertà, con i valori che le si connettevano in un concetto che, in quanto tale, non era facile far passare nelle coscienze, trasformandolo altresì in una sorta di mito unificatore.” (Gennaro Sasso, pp. 11-12)
“Se questa, molto sommariamente delineata, fu la premessa del dramma che poi svolse le sue fasi nei successivi decenni, è ben comprensibile che a quelle altre facessero seguito, e che il lungo dopoguerra ne fosse per intero condizionato. In effetti, sarebbe stato strano se così non fosse stato, e l’antica anima faziosa non avesse dato nuovo segno di sé. Accanto al nuovo conflitto che si stava delineando sempre più aspro all’interno del fronte antifascista, anche l’antico perdurava.” (pp. 13-14)
“mentre sempre più la situazione politica si andava “normalizzando” nel segno della restaurazione delle vecchie strutture amministrative, la polemica si ebbe a protagonisti non gli antifascisti e i fascisti, ma, in primo luogo e sopra tutto, l’antifascismo comunista e quello liberl-democratico (e anche socialista), che, come ben si sa, includeva in sé partiti, movimenti, uomini diversi fra loro, ma uniti tuttavia nella contrapposizione al comunismo sovietico (e filosovietico). Partiti, movimenti, uomini che, se il vento della guerra fredda non avesse così presto a soffiare sulle pianure del mondo, si sarebbero certo contrapposti ai comunisti e li avrebbero combattuti. Ma con diverso animo, senza impedire a sé stessi di prendere una assai più decisa posizione nei confronti del Partito cattolico al potere, e al clima, a tratti decisamente “controriformistico”, che per il suo tramite s’era instaurato nel paese. Nella situazione che, dopo il 1947, con la tragedia cecoslovacca, con l’estromissione del Partito comunista dal governo e con la conseguente rottura dell’unità antifascista, si venne via via determinando, il conflitto non poteva essere se non aspro. E deve riconoscersi che, mentre quello svolgeva le sue fasi, non solo la politica democratica e azionista conobbe una grave sconfitta, ma anche, nelle sue varie e non convergenti forme, la cultura a cui quella attingeva. E fu una sconfitta grave, un netto declino, una forte perdita di consenso all’interno dei ceti intellettuali che, persino nel campo cattolico, ossia in alcune sue parti, subirono l’influenza della cultura comunista e soggiacquero alla sua “egemonia”; che allora si formò, e per queste vie.” (pp. 17-18)

Patria come europea (Croce e Chabod).

“Robert Nisbet rilevava come l’emergere del termine “leadership” fosse connesso alla nuova centralità di altri termini, quali «gruppo», «identificazione», «anomia», «sicurezza», che venivano a sostituirsi, nel fuoco dell’interesse degli studiosi di scienze sociali, a termini come «sovranità», «contratto», «equilibrio». Più in generale, egli osservava che questo stava a indicare uno spostamento, nell’osservazione dei rapporti tra individuo e società, dal predominio di una prospettiva politica ed economica dominante fino all’Ottocento, a un’analisi imperniata sul problema sociale, sulla coesione, sui rapporti interpersonali, anziché sull’individuo.

Ora – osserva Nisbet – tutto questo è strettamente correlato al problema della leadership, perché l’interesse per la leadership, oggi così pronunciato, è una manifestazione dello stesso atteggiamento intellettuale che contiene l’interesse per i problemi di associazione e dissociazione.

Ancora secondo Nisbet, il problema della leadership nella società di massa, come il connesso interesse per la coesione sociale, sarebbe stato in un certo senso precipitato dalla irrilevanza storica crescente dei tradizionali centri di autorità e di associazione. La crisi dei legami tradizionali ha liberato l’individuo ma come conseguenza dei problemi di insicurezza e di ansietà, ha investito la leadership di un significato simbolico spesso ignorato o sottovalutato dall’intellettuale moderno.” (M. Salvati, p. 22-23)

Appunti di diritto

M. Cattaneo, Terrorismo ed arbitrio, il problema giuridico nel totalitarismo , Cedam, Padova, 1998

“si pone subito, in limine , una questione: è possibile – e in che modo – coniugare insieme, accostare i termini “Totalitarismo” e “Diritto”? ... Se si intende il diritto come deve essere, ovvero, in prospettiva giusnaturalistica, come idea platonica della giustizia, come un insieme di norme vòlte ad attribuire il minimo spazio all’intervento della coazione nella convivenza civile, e tendenti soprattutto a garantire e tutelare i diritti individuali dei cittadini e la dignità della persona umana, la risposta è ovviamente negativa. ... Viceversa, se si considera il diritto dall’angolo visuale della teoria generale (Allgemeine Rechtslehre) e del positivismo giuridico in senso puramente descrittivo, allora la prospettiva cambia: ogni Stato toatilario ha un ordinamento giuridico. ... La mia analisi sarà vòlta a mettere in luce come il totalitarismo – attraverso una totale distruzione del diritto nel primo significato – pieghi il diritto positivo al completo servizio del potere politico, instaurando il regno dell’arbitrio. Nel totalitarismo si ha il perfezionamento e la sublimazione dell’idea del diritto come “controllo sociale” ... La contrapposizione tra la “legalità” positiva degli Stati totalitari, legalità tra virgolette, e il “codice non scritto dei diritti naturali dell’uomo” (quello a cui si riferiva Antigone), riporta proprio al nostro problema di fondo: il giudizio critico sulla realtà giuridica empirica del totalitarismo, compiuto in una prospettiva trascendente, in nome dei diritti naturali di ciascun essere umano." (pp. IX-XI)
“Si deve tuttavia ricordare che il termine “totalitarismo” ha un’origine assai precedente nel tempo; è nato in Italia negli anni venti-trenta, è sorto con un auto-riferimento da parte del fascismo; nella voce “Fascismo” della Enciclopedia Italiana (ripubblicata poi in un volume autonomo) – firmata da Mussolini ma sostanzialmente scritta da Giovanni Gentile – è scritto infatti: “per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo”." (B. Mussolini (ma G. Gentile), voce “Fascismo” dell’ Enciclopedia Italiana, Treccani, vol. XIV, Roma 1932, p. 848; cit. Cattaneo p. XIV)

Ricorda: Totalitarismo differente da autocrazia e assolutismo, fenomeno post-democratico che rientra nell’epoca della genesi del nazionalismo e degli Stati nazionali, epoca della legittimazione del potere per mezzo della formula democratica, nell’epoca in cui è emersa la società di massa. Ma nella visione di Cattaneo non è possibile pensarlo come fenomeno “improvviso”: radici nella vicenda storica precedente, “rintracciabile nella nascita e nella formazione dello stesso Stato moderno, soprattutto in Francia; e francesi sono i principali autori che costituiscono, al riguardo, il mio principale punto di riferimento. ... L’analisi giuridica consente quindi di sottolineare il rapporto tra l’elemento della paura, posto da Montesquieu quale principio ispiratore del despotismo, e il terrore, indicato da Hannah Arendt come uno dei due elementi fondamentali caratterizzanti il totalitarismo.” (p.XX)

“Con il fascismo, afferma Heller (in Europa und der Fascismus del 1929), la sovranità popolare, insieme alla separazione dei poteri e dei diritti fondamentali, è stata sostituita da un potere legislativo, esecutivo e giudiziario dittatoriale .... Effettivamente, la citata affermazione di Kelsen, per cui “ogni Stato è Stato di diritto”, dal mero punto di vista logico-formale è una tautologia, date le premesse linguistiche dell’autore, secondo cui i concetti di Stato e di diritto coincidono; ma sul piano contenutistico, etico-politico, una simile affermazione toglie all’espressione “Stato di diritto” tutta la sua carica (anche “emotiva”) di contenuto, il suo alto valore culturale, il suo significato di garanzia di libertà, e attribuisce indebitamente questa qualifica a tutti gli Stati, compresi gli Stati totalitari, che cancellano la separazione dei poteri e sono lesivi dei diritti individuali. Proprio su queste ambiguità attribuite al concetto di Stato di diritto “gioca” il ragionamento di Carl Schmitt, nel suo scritto del 1934, Nazionalsozialismus und Rechtsstaat." (pp. 99-100)

L’interpretazione della Arendt: "Secondo la Arendt il totalitarismo differisce in modo sostanziale da ogni forma precedentemente nota di oppressione politica. Si sarebbe tentati, essa osserva, di considerarlo semplicemente quale una forma moderna di tirannide (ovvero la forma d governo in cui il potere è nelle mani di un solo uomo e non è limitato da leggi); ma la contrapposizione tra potere legittimo e potere arbitrario è tradizionale nella storia del pensiero politico, mentre il totalitarismo rappresenta qualcosa di più. Il totalitarismo sfida tutte le leggi positive, perfino le proprie (come è dimostrato dalla non applicazione della Costituzione del 1936 in URSS); e non si preoccupa di abrogare quelle in contrasto con la propria ideologia (come è dimostrato dalla Costituzione di Weimar, mai abrogata ufficialmente dal potere nazionalsocialista). Nello stesso tempo, il totalitarismo si presenta come “non arbitrario”, in quanto pretende strettamente di obbedire alle leggi superiori della “Natura” (intesa in senso biologico, da parte del nazionalsocialismo, legato al mito della razza) o della “Storia” (intesa come storia della lotta di classe secondo la prospettiva marxista che sta alla base del totalitarismo sovietico). Si tratta di una presunta legittimità superiore che può fare a meno della piccola legalità positiva, e pretende di fondare la giustizia sulla terra; la differenza fra la teoria del diritto totalitaria e le altre teorie del diritto sta nel fatto che il totalitarismo non sostituisce un insieme di leggi con un altro, non stabilisce un proprio consensus juris, non crea una nuova forma di legalità. Nell’interpretazione del totalitarismo, tutte le leggi sono diventate leggi di movimento. Nel corpo politico del governo totalitario, il posto delle leggi positive è preso dal terrore totale, che ha il compito di tradurre in realtà la legge di movimento della natura o della storia. (…) Lo scopo del terrore è quello di far agire le forze della natura e della storia nell’umanità, indisturbate dalle libere azioni umane; in una simile prospettiva, la colpevolezza e l’innocenza diventano nozioni senza senso: “colpevole” è semplicemente chi è di ostacolo al processo storico o naturale (quale membro di una “razza inferiore” o di una “classe morente”). (…) La regola che il totalitarismo richiede per guidare il comportamento umano è una preparazione a essere vittima o carnefice: una simile preparazione “a due facce” è l’ideologia. (…) le ideologie ordinano i fatti secondo un procedimento assolutamente logico che parte da una premessa assiomaticamente accettata, deducendo ogni cosa da essa, con una coerenza che non esiste mai nella realtà. (…) Il terrore totale e la forza coattiva della logica si aiutano a vicenda: come il terrore distrugge i rapporti degli uomini fra loro, così la forza del pensiero ideologico distrugge i rapporti con la realtà: il soggetto ideale della norma totalitaria non è un nazista o un comunista convinto, ma un uomo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, più non esiste. (…) La Arendt considera i campi di concentramento e di sterminio come i laboratori in cui viene verificata la fondamentale credenza del totalitarismo secondo cui tutto è possibile. Il dominio totale tende ad organizzare l’infinita e differenziata pluralità degli esseri umani come se fossero riducibili a una unità, dotata di una identità mai mutevole di reazioni; esso cerca di ottenere questo scopo attraverso l’indottrinamento ideologico delle élites dirigenti e il tterrore assoluto nei campi di concentramento. I campi (…) servono anche per l’esperimento allucinante di eliminare, su base scientifica, la spontaneità come espressione del comportamento umano e di trasformare la personalità umana in una mera cosa". (M. Cattaneo, pp.72-78)

P. Grossi, Scienza giuridica italiana, Giuffrè Editore, Milano, 2000

“il discorso e l’idea [di crisi] si fanno ripetuti, ossessivi, negli anni susseguenti alla catastrofe bellica, alla caduta del Regime, al cambio istituzionale. […] Se infatti si esamina sommariamente il nodo delle doglianze, si rileva agevolmente che non è – né può essere – in crisi il diritto quale dimensioni òntica duna società ma piuttosto l’artificioso tentativo di semplificazione e costrizione a cui il diritto era stato sottoposto negli ordinamenti moderni a regime rigidamente codificato. E ritorna in rilievo, fatto tanti anni prima, della complessità dell’universo giuridico, della sua irriducibilità a linee troppo semplici, della innaturale riduzione disinvoltamente perpretrata, con il costo conseguente a ogni operazione snaturante. E ritorna una diversificazione, quasi una contrapposizione tra legge e diritto, mentre il panlegalismo moderno – la “esclusività della legge come fonte” – si colora negativamente quale ‘infatuazione’ ‘feticismo della legge’, separazione del castello di regole legali dalla ricchezza e multiformità dei fatti. La crisi è, dunque, crisi di una riflessione scientifica che riprende piena coscienza del letto di Procuste in cui si trova collocata, da cui vuole uscire ma da cui non è facile uscire. E mentre Pugliatti, nel ‘49 – di fronte a una scienza che non ha saputo, che non sa tener dietro al mutamento socio-economico, di fronte a un mutamento tanto veloce da sembrar quasi inafferrabile -, ripete a se stesso il dubbio demolitivo di von Kirchmann sulla non scientificità della iurisprudentia, […] Delitala, innamorato costruttore durante il Regime di purissime geometrie dogmatiche, si interroga sul significato di quelle costruzioni […]. Questa letteratura sulla ’crisi’, che ha alle spalle gli statalismi liberale e fascista, la tragedia di tante leggi inique (per esempio, quelle sulla tutela della razza del 1938), la violazione di diritti elementari operata dal regime autoritario, il silenzio dei giuristi, un ordine socio-politico sconvolto e tuttora in attesa di assestamento, questa letteratura ci mostra degli intelletuali che si interrogano, che compiono un pubblico esame di coscienza, che si pongono problemi sul proprio ruolo, che si fanno domande, anche le più imbarazzanti, sulla legittimità di fromalismo e legalismo finalmente valutati nel prisma impietoso di un’etica professionale. E allo storico si scopre un paesaggio variegato, fatto di saldezze e di turbamenti, di imperturbabilità e di perplessità". (pp. 275-277)
“Quelli dell’immediato dopoguerra sono anni di gran fervore edificativo: allo sgomento nella contemplazione delle rovine materiali della guerra e delle rovine morali del Regime si accompagna un moto ricostruttivo intessuto di speranze e di progetti. Non si devono soltanto ricostruire case ponti strada ma lo stesso ordito economico politico giuridico del paese […] e si inizierà un momento autenticamente ‘costituente’ che sboccherà il 22 dicembre 1947 con la approvazione da parte delle Assemblea Costituente della Costituzione della Repubblica. […] al contrario di quanto sarebbe avvenuto di lì a poco in Germania dove i giuristi sono esclusi dalla redazione dei Grudgesetz ma riaffermando invece quanto era accaduto nella stessa Germania del primo dopoguerra per l’avventura costituzionale di Weimar e in Austria per la Costituzione del 1920, i giuristi italiani vengono chiamati a un ruolo protagonistico nel disegnare le linee dello Stato democratico e della sua carta costituzionale; che, accanto a giuristi giovani, nuovi (il primo nome che ci viene in mente è il canonista Giuseppe Dossetti), questo ruolo protagonistico sarà assunto dai grandi rimuginatori degli anni Trenta: abbiam già parlato di Filippo Vassalli e di Ascarelli, e possiamo aggiungere ora – sul piano della riflessione giuspubblcistica – innanzitutto Mortati, e poi Crisafulli, Giovanni Mieile, Massimo Severo Giannini.” (pp. 289-290)
Nelle pagine precedenti utili Calamandrei e Ascarelli: legalità – recensione di Onate – e giudice come interprete delle leggi.
Disegno del dibattito: “recuperare – dopo i tradimenti di un regime fascista diventato apparato tirannico di potere e in sostanziale collusione con gli interessi della borghesia – la osmosi vitale fra società e Stato, e recuperarla con la affermazione alla base dello Stato del ‘potere costituente’ inteso come il complesso di forze politiche componenti la ‘costituzione materiale’; valorizzare quelle comunità intermedie, espressione vivace della vita spontanea della comunità generale, che il precedente assetto corporativo aveva troppo spesso solo nominalmente mostrato di apprezzare; edificare una struttura di potere che, per essere Stato pluriclasse, non può che porsi quale autentico ‘Stato sociale’, identificato non solo come erogatore di servizii ma, in primo luogo, come attenuatore delle diseguaglianze sociali ed economiche, serbando a fine assorbente un generale accrescimento del tenore di vita della popolazione; di conseguenza, edificare uno Stato che non può non intervenire sui meccanismi del mercato economico con interventi specifici o addirittura con strumenti pianificatori per raggiungere un sistema di obbiettivi di sviluppo e di redistribuzione del reddito”.
Critica di Mortati (soprattutto) e di Dossetti: mancanza di società intermedia, la volontà generale deve essere filtrata attraverso molteplici canali (società intermedie) non il partito come unico elemento, riproponendo così gli schemi organizzativi dello stato liberale parlamentare: “l’impalcatura parlamentare e burocratica dello Stato ereditata dal passato è rimasta sostanzialmente immutata e si dimostra incapace di svolgere i nuovi compiti che pure sono stati ad essa attribuiti, ciò con effetti disastrosi per il raggiungimento delle mete che si sono indicate… Al nuovo Stato occorrono nuove forme. Ad un Parlamento politico che deve dare le direttive generali nel campo economico devono associarsi organismi rappresentativi capaci di concretare tali direttive e di svolgerle nei vari settori. E’ qui che potranno avere vaste possibilità di utilizzazione le categorie professionali e … le corporazioni […] ma ciò solo dopo che si saranno smantellate le posizioni legate alla appropriazione capitalistica dei mezzi produzione”. (C. Mortat, in Funzioni e ordinamento dello Stato moderno, Atti del Convegno Nazionale di Studio, 12/14 novembre 1951, Roma, Studium 1961, p. 178; cit. in P. Grossi, p. 295)
Mortati e Dossetti usciranno dalla DC, diventati scomodi di fronte alle scelte neo-liberali del partito.