La prima guerra di Libia

In questi giorni di bombe, burlette e repentini cambi di schieramento (che quando li facevano i Savoia pre-italiani, almeno funzionavano), mi sembra d'uopo una riflessione sulla (ormai) prima guerra di Libia. La quale sarà probabilmente il mio contributo a "Unitalia?".

C’è una guerra particolarmente negletta a livello di riflessione storiografica, tra quelle combattute dallo stato italiano. Stranamente negletta direi, dal momento che, per esempio, fu la prima guerra per combattere la quale si mobilitarono intere classi di leva e l’intera macchina militare e politica dello stato liberale, soltanto tre anni prima della Grande Guerra europea.
Attraverso l’integrazione tra la letteratura “mainstream” esistente (in particolare il lavoro di Angelo Del Boca) e documenti e pubblicazioni “tecniche” militari (la Relazione dell’Ufficio Storico e il volume del generale Mario Montanari), intendo pormi alcune domande (e possibilmente trovare qualche risposta).
Solitamente l’impresa di Libia viene collocata nel filone delle guerre coloniali, assieme alle guerre d’Africa di fine ‘800 (quelle che portarono all’occupazione dell’Eritrea “colonia primigenia”, e al disastro di Adua, per intenderci). Già qui c’è un primo problema di inquadramento: quella che viene impropriamente definita guerra di Libia fu un conflitto complesso, e non limitato al suolo africano, tra due stati “moderni”, l’Italia e l’Impero Ottomano. La guerra fu impostata, sia politicamente che militarmente, come un conflitto “convenzionale”, ma l’esercito (al quale era demandata l’occupazione fisica della Libia) nel giro di pochi giorni si trovò a dover fronteggiare una guerriglia che di “convenzionale” aveva poco e nulla. In fondo fu la prima esperienza del genere, dal momento che le campagne africane erano state condotte contro un sistema militare, quello etiope, finalizzato fin troppo alla battaglia campale. Come reagiscono i “cervelli” dell’esercito alla “sorpresa”? Quanto di tale esperienza porteranno nella Grande Guerra (e quanto no)? Quanto di tale esperienza entra a far parte della coscienza storica collettiva e quanto no? Voglio dire: solo a me, davanti all’impreparazione di Usa e Nato a fronteggiare le guerre in Afghanistan (soprattutto) e in Iraq è venuto in mente il generale Caneva vestito in grigioverde con le fasce mollettiere e la mantellina sotto il sole di Tripoli, e i suoi proclami agli arabi in veste di “liberatore dalla tirannia”? E se si’, non è forse il caso di tornare a riflettere su quella guerra?

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Appunti.

L’esercito sbarca a Tripoli il 12 ottobre 1911. I suoi capi sono sinceramente convinti che saranno accolti favorevolmente dalla popolazione araba. E in effetti i poco meno che 2000 marinai che erano già sbarcati nella città fin dal 5 ottobre (una pericolosa goliardata) non avevano avuto problemi con gli arabi, anche grazie all’abilità dell’ammiraglio Borea-Ricci che aveva mantenuto in carica i notabili arabi e cacciato i funzionari turchi, emanando proclami dal tono paternalista ma politicamente ardito (“Voi siete ormai nostri figli. Avete come noi gli stessi diritti di tutti gli italiani dai quali non è lecito distinguervi”). Però, giocoforza, l’esercito si comporta diversamente: gli ordini di Giolitti non prevedono che ai notabili arabi venga concessa autonomia né una quota di sovranità. Inoltre nessuno in Italia ha considerato il fattore religioso, né la struttura della società tripolina né tantomeno di quella cirenaica, estremamente complessa. Fatto sta che meno di un mese dopo, il 23 ottobre, parte degli abitanti dell’Oasi e della città di Tripoli partecipano ad un attacco degli arabo-turchi (e già parliamo di arabo-turchi..) alle forze italiane, o quantomeno lo fiancheggiano. La mischia ingoia due intere compagnie di bersaglieri e coinvolge due reggimenti sui 5 che costituiscono la guarnigione: 21 ufficiali e 482 soldati italiani rimangono sul terreno. Tre giorni dopo, il 26, altri 200 italiani muoiono in un ulteriore attacco. Tra queste due date, e subito dopo, si consuma il massacro di oltre mille (alcuni dicono 4000) abitanti del’Oasi e della città di Tripoli, e la deportazione di altre migliaia (le cifre variano dai 2500 ai 5000). Le lettere a casa dei soldati e degli ufficiali, e le corrispondenze dei molti giornalisti “embedded” (altra novità di questa guerra) parlano unanimemente di “tradimento” arabo. Gli italiani si sentono traditi nelle proprie “buone intenzioni” e reagiscono violentissimamente. (fonte: Del Boca)

Come minimo 20 generali dell’esercito vengono impiegati in Libia: di costoro pochi hanno esperienza coloniale (limitata peraltro nella stragrande maggioranza alle campagne del 1887 o del 1897, prive di scontri); solo due sono “coloniali” puri, che hanno servito continuativamente in Eritrea fin dal 1886, ovvero i generali Ameglio e Salsa. Tutti i generali impiegati in Libia tranne tre parteciperanno alla Grande Guerra, molti fra loro in posizioni di altissima responsabilità. (fonte: Montanari + annuari dell’esercito)

“Picciotti, i cutieddi a manu: Viva Savoia!” (il generale Ameglio ai suoi uomini, assalto all’altura della Berca poco fuori Bengasi, 19 ottobre 1911)

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Appunti.

Antonio Sema e altri autori hanno citato di sfuggita l’attitudine “coloniale” dei generali italiani nei confronti delle popolazioni dei territori friulani “liberati” durante la Grande Guerra. In altre parole i casi documentati di fucilazioni e vessazioni di civili, ostili ma molto più spesso non abbastanza entusiasti, sarebbero state anche il riflesso dell’esperienza coloniale, abissina e libica. Per quanto riguarda le “Guerre d’Africa” di fine ‘800, mi pare molto stiracchiata l’ipotesi: non molti tra i generali del 1915 erano stati in Africa, e pochissimi vi erano stati abbastanza per vedere un combattimento o sviluppare “attitudini coloniali” (Cadorna non aveva mai nemmeno comandato un reparto operante). Altro discorso per la Guerra di Libia, attraverso la quale effettivamente passano molti generali, colpiti come tutti dalla “fobia del tradimento” da parte della popolazione civile. Però anche qui occorre controllare nello specifico: limitandosi ai generali, se nella zona del Goriziano (dove si verificano alcuni gravi episodi) operano Reisoli, Mambretti, Garioni, Del Mastro e altri nomi già visti in Libia, nella zona del Monte Nero (dove si registra l’unica vera strage follemente indiscriminata) non mi risulta i generali fossero reduci dalla Libia. Sarebbe una questione da approfondire, eventualmente controllando gli ufficiali non generali. Tutto sommato però non credo si possa parlare di “attitudine coloniale” nei confronti delle popolazioni acquisita in Libia dall’élite militare italiana: dopo il 1913 i generali “metropolitani” che avranno parte nella Grande Guerra sono già tutti rimpatriati, e in colonia rimangono i “coloniali” più o meno puri, tanto è vero che il governatorato viene assegnato al loro decano Ameglio (che non tornerà in Italia per la guerra). In definitiva la domanda è: i crimini contro la popolazione commessi in Libia prefigurano quelli commessi nella Grande Guerra, o piuttosto entrambi i casi sono figli di una forma mentis pregressa degli ufficiali superiori nei confronti delle popolazioni “sottoposte” (e di tutta l’élite dei “governanti” nei confronti dei “governati”)? Propendo per la seconda. (fonte: Sema + Pluviano & Guerrini)

Una questione centrale è: qual’è l’immagine della (prima) guerra di Libia passata nella coscienza storica “nazionale”? Quanto questa immagine si discosta dai fatti?

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Appunti.

Domande: le autorità politiche e militari avevano idea di cosa fosse la Libia? Al di là dei proclami sul “giogo ottomano”, avevano un piano preciso su come cooptare le popolazioni arabe? Le massime autorità militari furono partecipi della decisione e fautrici dell’intervento?

Secondo Angelo Del Boca, alle prime due domande si può rispondere abbastanza tranquillamente No. La terza domanda viene risolta in poche righe, dalle quali non risulta chiaro quale sia in definitiva la risposta. Del Boca cita in nota (p. 77) un brano da una lettera scritta dal ministro della guerra generale Paolo Spingardi all’aiutante di campo del Re generale Ugo Brusati (il potente alter ego del sovrano, regolarmente assente sul piano militare): “Tu non sei entusiasta, né io lo sono, ma ne riconosco la ineluttabile necessità”. Del Boca tuttavia afferma che l’impresa libica aveva “l’approvazione dei ministri militari e degli alti comandi delle forze armate”, senza però esplicitare fonti e motivazioni di tale affermazione, e anzi citando in nota il brano soprascritto. Francamente insoddisfacente: se Spingardi e Brusati (due dei tre generali più influenti dell’esercito, il terzo era il capo di stato maggiore Pollio) non erano fautori dell’impresa, di cosa stiamo parlando?
Anche le modalità della costituzione del corpo di spedizione lasciano perlomeno interdetti. Giolitti nelle sue memorie scrive di aver ordinato “nel mese di agosto” (p. 72) a Pollio la preparazione di un piano per l’invasione, poi per oltre un mese non si fa vivo e il 18 settembre sollecita Spingardi ad “affrettare i preparativi” (p. 72). Il ministro della guerra, che evidentemente aveva dedotto dal silenzio di Giolitti la non urgenza della guerra, aveva appena congedato la classe di leva 1889, dimezzando di fatto l’esercito. A causa del complicatissimo sistema di reclutamento italiano, il congedo di una classe non è una cosa che si possa controordinare né alla quale si possa sopperire con uno schiocco di dita, e Spingardi scrive al solito Brusati “siamo”, evidentemente da leggersi “Giolitti è”, “dissipati e imprevidenti”. Siamo al 18 settembre, e i marinai sbarcano a Tripoli il 5 ottobre. E’ dura pensare che i due massimi capi dell’esercito, il ministro e il capo di stato maggiore, fossero fautori dell’impresa quando vengono a sapere dell’impresa stessa a due settimane dalla dichiarazione di guerra. Lo stesso Del Boca afferma testualmente che “l’impresa di Libia viene praticamente decisa il 14 settembre, nel corso di un colloquio tra Giolitti e Di Sangiuliano” (p. 73), assenti appunto i responsabili militari. A posteriori, il generale Brusati scriverà al re “Assillati dalla impazienza di dover fare qualche cosa, ci gettammo allo sbaraglio senza soverchia riflessione, quasi dimentichi che per condurre a buon esito un’impresa guerresca la rapida esecuzione deve essere preceduta da calma meditazione” (p. 98).
Il che risponde praticamente alle prime due domande: decidere una guerra a due settimane dal suo inizio, e senza coinvolgere non dico il parlamento, ma nemmeno lo stato maggiore, non lascia tempo né per indagini approfondite sulla desiderata colonia, né per rendersi conto che gli arabi di Tripoli non sono gli emiliani del 1859, pronti ad un plebiscito in favore dei “liberatori”.

A proposito di indagini approfondite: da una nota nel volume di Del Boca risulta che nel 1911 lo stato maggiore dell’esercito avesse fatto stampare ad uso interno un Manualetto per l’ufficiale in Tripolitania, una copia del quale si trova all’Archiginnasio. Andare e prendere visione.

Del Boca, che utilizza quasi esclusivamente documenti di fonte italiana, a p. 89 del suo volume riporta la protesta di un anonimo abitante di Tripoli, presumibilmente rivolta al governo della Libia o addirittura a quello italiano, e sempre presumibilmente (la nota a pié di pagina lascia parecchio a desiderare, cita soltanto la provenienza dagli atti di un convegno) elevata a guerra conclusa e colonia stabilita. Ci pare però significativa per delineare la posizione della sparuta ma decisiva “strategicamente” élite indigena:
“Voi ci dite che i turchi sono barbari, ci dite di essere un popolo civile, di essere venuti ad elevare la nostra posizione individuale e collettiva, morale, culturale, politica. Trattateci per lo meno come ci trattavano i turchi: noi eravamo allora cittadini dell’impero turco, avevamo i nostri deputati a Costantinopoli, avevamo a Tripoli una specie di consiglio provinciale che si riuniva una volta all’anno con determinati poteri; avevamo i consigli comunali elettivi; le nostre autorità erano sempre rispettate perché eravamo cittadini. Avevamo ufficiali nostri nell’esercito fino al grado di generale; abbiamo avuto anche un governatore, che era nativo di Tripoli (…). Non solo, ma avevamo la libertà di riunione, la libertà di associazione (…). Avevamo un buon numero di giornali, in cui si dicevano alte e gravi parole contro il governo centrale”.
Dato: al momento dello sbarco italiano in Libia era presente una colonia di 20.000 ebrei, tra l’altro titolari praticamente unici del commercio e dei mezzi economici.

“Io cerco la sicurezza della colonia che mi è affidata. Roma vede invece soltanto la necessità di animare il nostro paese”
(il console italiano a Tripoli, Carlo Galli, si lamenta col ministero perché la stampa italiana, diffusa anche in Libia, rischia con la sua veemente propaganda pro-guerra di causare un pogrom di italiani in città, 18 settembre 1911. Alla fine non accadrà nulla, grazie al governo turco che protegge espressamente i cittadini italiani anche dopo la dichiarazione di guerra, e fino allo sbarco)

Appunto critico sul lavoro di Del Boca: parla di “turchi” e “arabi” come se la componente araba fosse omogenea. Mi sa che si possa e si debba parlare di élite araba quando citiamo brani come quello riportato sopra. Bisognerebbe anche interrogarsi su quali rapporti, al di là della retorica della resistenza presente anche nella vicenda libica, la popolazione araba nel suo complesso avesse con turchi, italiani, e con la propria élite.

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Appunti.

Manualetto per l’ufficiale in Tripolitania.

La fonte: stampato presso il laboratorio fotolitografico d’artiglieria a Roma nell’ottobre 1911, era una pubblicazione ad uso interno dell’esercito italiano. “Manualetti” similari venivano stampati periodicamente sui possibili (non necessariamente probabili) teatri di guerra, nel quadro dell’azione di studio e preparazione affidata al Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito. Quello sulla Tripolitania (di fatto, sull’intera Libia) era stato stampato una prima volta tra 1903 e 1904, e la riedizione 1911 fu sollecitata in agosto dal capo di stato maggiore Pollio, a seguito della richiesta di studi preparatori per la spedizione da parte di Giolitti. La stampa avvenne in ottobre, a guerra iniziata, ma molti ufficiali sbarcati a Tripoli dovevano essere in possesso delle precedenti edizioni. Si trattava di un breve opuscolo (una quarantina di pagine) con allegate una serie di mappe topografiche della Libia e delle sue principali città. Trattava una serie di aspetti pratici e militari (reperimento dell’acqua, e sua potabilizzazione, le malattie endemiche, il clima, le unità turche stanziate nella regione, le loro uniformi, le fortificazioni), ma delineava anche lo stato delle conoscenze in materia di popolazioni e usanze religiose.

Brani estratti:
da “Popolazioni” (p. 22)
“L’elemento berbero-arabo è ignorante e diffidente, estremamente geloso della religione, delle donne e della proprietà, facile a corrompersi con regali e rispettoso solo della forza; esso generalmente odia il dominatore turco”.
da “Norme di tratto con gli indigeni” (p. 26)
“Gli indigeni sono come i bambini: vanno trattati con dolcezza, ma corretti con fermezza. E’ opportuno, nelle relazioni con loro, conservare sempre la calma, che essi apprezzano e, a dire il vero, usano in qualunque circostanza. (…) Chiunque tratti con loro deve tenere sempre presente, che il prestigio è il presidio più saldo, più efficace e meno costoso della sicurezza esterna e interna dei territori occupati. (…) E’ necessario tenere conto delle loro credenze religiose e non intralciarne il culto. (…) Occorre poi, assolutamente, rispettare le donne.
Non conviene scendere a troppa dimestichezza con gli indigeni, ma trattarli sempre con carattere uguale, punendo severamente qualunque tentativo, anche minimo, di sottrarsi all’autorità dell’europeo.”
da “Le forze militari” (pp. 38-39)
“Un corpo d’operazione in Tripolitania e Cirenaica avrà da combattere le truppe regolari dell’esercito ottomano colà di guarnigione, i redifs (miliziani “regolari”) indigeni richiamati alle armi e le popolazioni indigene, che eventualmente facessero causa comune con i turchi. (…) (I regolari turchi) istruiti come sono all’europea, devono essere considerati come un qualunque altro avversario di un esercito in Europa"

Oltre ad essere un fantastico manifesto della linea della razza, il manualetto evidenzia come ai militari fosse chiara la possibilità di una union sacrée tra turchi e arabi dinanzi all’invasore; alla politica spettava di evitare tale eventualità.

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Appunti.

Il generale Mario Montanari è uno strano storico “in uniforme”. Dico strano perché la sua opera _Politica e strategia in cento anni di guerre italiane_ è estremamente “laica” rispetto ad altri lavori curati da membri delle forze armate. Montanari non si perita di attingere al fondo RR (documenti già classificati riservatissimi) dell’Archivio storico dello stato maggiore, per esempio, non rifuggendo dall’esporre tesi critiche quanto stimolanti. La sua ricostruzione dell’assoluta ignoranza e sottovalutazione dell’elemento arabo da parte dei massimi attori italiani del conflitto libico è assai più completa e incisiva rispetto a quella di Del Boca (che scriveva però senza avere libertà d’azione nell’Archivio sopra citato).
In ogni caso Montanari ci offre parecchi dati interessanti:
- la legge islamica impediva al sultano ottomano di alienare terre dell’Islam; infatti Tunisia ed Egitto restavano sotto la sua sovranità nominale, pur essendo di fatto colonie rispettivamente francese ed inglese; l’insistenza di Giolitti sulla piena sovranità italiana richiesta su Tripolitania e Cirenaica rendeva l’ultimatum all’Impero Ottomano assolutamente pretestuoso in quanto irricevibile (su tutti gli altri punti, la diplomazia turca avrebbe acconsentito) (p. 398)
- l’intenzione dei regolari turchi di non resistere allo sbarco, ritirandosi nell’interno e appoggiandosi alle cabile arabe, era nota; il generale Caneva aveva progettato uno sbarco sulle spiagge al di fuori di Tripoli con conseguente accerchiamento della guarnigione per non dar tempo ai turchi di effettuare il loro piano, costituendo inoltre una testa di sbarco di ampie dimensioni; Giolitti mandò tutto a monte ordinando alla marina di sbarcare direttamente a Tripoli una settimana prima che il corpo di spedizione fosse pronto; i turchi si ritirarono, e Caneva dovette sbarcare a Tripoli per impedire che i 2000 marinai di Borea-Ricci venissero sopraffatti e massacrati dalla prevedibile controffensiva avversaria; lo sbarco direttamente a Tripoli costrinse il corpo di spedizione ad arroccarsi nella città e nei terreni immediatamente circostanti, dove rimase a lungo. (p. 402)
- Pollio sottolineò sia con Caneva (6 ottobre) che col generale Briccola (incaricato dello sbraco a Bengasi, 14 ottobre) l’importanza di separare turchi e arabi, trattando i primi come oppressori da scacciare e i secondi come oppressi da liberare; però, soprattutto nelle istruzioni a Briccola, è lampante l’impreparazione generale sul tema; vi si parla infatti della confraternita dei Senussi (dominante di fatto la Cirenaica e titolare di oltre 30.000 armati) affermando che forse il governo aveva intavolato trattative, ma che siccome Pollio non ne era informato sarebbe toccato a Briccola cercare un contatto diretto; si immagini quanto il povero Briccola fosse preparato per fare il diplomatico con una confraternita islamica fondamentalista. (pp. 404-406)
- E dire che sia Giolitti che Di Sangiuliano erano stati più volte avvertiti, da propri fiduciari e dai consoli in loco, dell’importanza di avere la Senussia quantomeno neutrale e del fatto che gli arabi non erano esattamente simpatizzanti italiani; soprattutto appare drammaticamente sottovalutato il fattore religioso, pur esplicitamente sottolineato sia dal console Galli (Tripoli) che da Bernabei (Bengasi); inoltre l’ossessione di Giolitti per la “piena sovranità” impedì il ricorso all’élite araba potenzialmente interessata più al mantenimento (o al conseguimento) delle cariche locali che alla solidarietà islamica. (p. 407)
- Il giornalista del Corriere della Sera Barzini scriveva l’11 ottobre da Tripoli: “Noi giungiamo come amici lungamente aspettati ed inutilmente chiamati, si direbbe che Tripoli sia stata sempre segretamente italiana”; chiaro che, con questa stampa, dopo il 23 si sarebbe diffusa la teoria del tradimento.
- Sia i mudir che il muftì di Tripoli furono bellamente ignorati tanto da Borea-Ricci che da Caneva, destando nella cittadinanza araba risentimento per il rispetto mancato alle autorità religiose; in seguito Giolitti si sarebbe lamentato con Spingardi di come Caneva intrattenesse rapporti esclusivi con la comunità israelita di Tripoli, reclutandovi interpreti, guide e funzionari, e aumentando lo sdegno dei musulmani; d’altra parte non vedo cos’altro avrebbe potuto fare il povero Caneva, dal momento che gli ebrei erano istruiti all’europea e gli arabi si rifiutavano di collaborare; in ogni caso è palese l’errore a monte da parte del governo. (p. 411/documentazione AUSSME in mio possesso)
- Briccola avvertì Caneva già il 20 ottobre (secondo giorno dallo sbarco a Bengasi) di come gli arabi partecipassero ai combattimenti al fianco dei turchi. (p. 414)
- D’altra parte lo stesso Caneva già il 18 ottobre, dopo solo una settimana a Tripoli, scriveva a Spingardi che era illusorio puntare in tempi brevi ad una capitolazione dei regolari turchi (come pretendeva Giolitti) dal momento che questi si erano mescolati alle mehalle (tribù combattenti) arabe; e che inoltre sarebbe stata in ogni caso una pessima idea attaccare, perché così facendo si sarebbe cementata l’unione tra turchi e arabi; suggeriva piuttosto una graduale azione politica, come si era sempre fatto nei conflitti coloniali; il problema è che la guerra era un conflitto coloniale sul terreno, ma europeo sul piano della diplomazia internazionale; e come tale lo trattava Giolitti.
- La dimensione internazionale pesò anche sugli avvenimenti del 23 ottobre: Caneva, che pure era rimasto folgorato come tutti dal trip del “tradimento arabo”, impartì severi ordini perché non si passassero per le armi i sospetti ma solo coloro che fossero colti armi alla mano, e in ogni caso non senza la presenza di un ufficiale; ordini parzialmente disattesi, ma che testimoniano come il comandante fosse consapevole della pessima figura internazionale che avrebbero causato eventuali massacri indiscriminati (come infatti accadde); è la prima guerra dove la stampa internazionale conta davvero qualcosa.

In definitiva i generali sul campo si accorsero molto presto di che razza di guerra avrebbero dovuto combattere, e che non era quella che il governo aveva presentato loro. Addirittura Caneva il 6 novembre, in una lettera a Spingardi, si pone il problema del dopo-guerra e dei rapporti con la popolazione (sempre in un ottica da “fardello dell’uomo bianco”, ma meglio che niente), mentre Giolitti si lamenta che non si perquisiscano manu militari le moschee (ve lo immaginate? come se la jihad non fosse stata già abbastanza sentita). Non solo. Giolitti si dimostrò per tutto il conflitto volto unicamente a conseguire risultati a livello di riconoscimento internazionale (proclamazione dell’annessione il 5 novembre, in piena guerra per nulla vinta!) senza preoccuparsi minimamente del resto.

Più che di imperialismo coloniale, mi pare si possa parlare di velleità di potenza nazionale, a prescindere dalla colonia in sé, della quale a nessuno importa nulla. E’ una questione ben diversa dalle guerre d’Africa di vent’anni prima.

Osservazione: le disposizioni repressive di Caneva nei confronti degli arabi all’indomani del 23 ottobre sono identiche a quelle applicate nel maggio-giugno del 1915 nei territori “liberati” nei confronti della popolazione; anche la psicosi del “tradimento” e della frustrazione per il disvelamento della realtà (ossia che i libici, e più tardi i friulani “liberati”, non considerano gli italiani come liberatori) sono simili; chiaramente il fattore razziale (ricordate il manualetto?) gioca un ruolo determinante nell’entità del massacro.

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Filoni:
a) governanti/governati. Al di là della razza.
b) Libia 1911 – Libia 2011: quando la guerra è esercizio politico (e la guerra in sé importa relativamente).
c) Libia 1911: l’Italia vuole balzare da “stato nazionale” a “potenza europea”. Sarà un caso che quell’anno è il cinquantenario dell’unità?

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Appunti:

Il premio nobel per la pace Teodoro Ernesto Moneta era favorevole alla guerra in Libia (Del Boca)

“Nego all’Abissinia il diritto d’essere barbara (…) e poiché a sbarbarire non son valevoli prediche e sermoni, ma contatti durevoli e commerci, così la storia non ci offre (altro) mezzo dalle colonizzazioni in poi.”
(Giovanni Bovio, repubblicano, razionalista, docente di filosofia del diritto; 1886, cit. in Labanca, p. 58)

Lo sciopero generale del 27 ottobre 1911 fu un fallimento (Labanca)

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Prima tranche dell’articolo - introduzione/presentazione.

 

Quello qua sopra è il work in progress del mio intervento per Unitalia: spezzoni, appunti, bozze, dati etc.

Invoco commenti e dibattiti, come sempre forieri di spunti.

 
 

molto interessanti le domande che poni. Mi viene in mente – ovviamente – la repressione del brigantaggio e mi orienti sulla tua ipotesi della forma mentis.

Ti incollo sotto, ma forse l’hai letta già, la ‘parola’ di Carlo Galli di ieri su La Repubblica:

Bombardamento

L’atto bellico del lanciare bombe. La potenza di fuoco e l’efficacia distruttiva a largo raggio del bombardamento sono state per lungo tempo affidate all’artiglieria; ma l’avvento dell’arma aerea ha svincolato il bombardamento dalla dimensione terrestre e tattica, cioè limitata al campo di battaglia, e gli ha progressivamente conferito una dimensione strategica, mettendolo in grado di vincere le guerre o almeno di mutarne la qualità e di influenzarne profondamente l’evoluzione.

L’Italia è strettamente legata alla storia dei bombardamenti aerei: sia perché è stata la prima ad effettuarli, il 1 novembre 1911, contro l’esercito turco, nella guerra di Libia; sia perché il generale italiano Giulio Douhet nel suo fortunato libro Il dominio dell’aria (1921) è stato il primo a teorizzarne la valenza decisiva nelle guerre del futuro.

Come hanno tragicamente dimostrato dapprima le vicende della guerra civile spagnola (durante la quale nel 1937 le forze aeree tedesche distrussero la cittadina basca di Guernica), e in seguito della Seconda guerra mondiale (culminata con i bombardamenti atomici sul Giappone), il bombardamento aereo è stato uno dei fattori determinanti dell’avvento della ‘guerra totale’, cioè di una guerra condotta non più contro solo le forze armate del nemico, ma contro tutta la sua società, la sua economia, le sue infrastrutture, le sue città, e contro l’intera popolazione, per demoralizzarla e per annientarla.

Per la sua incapacità di distinguere i civili dai militari il bombardamento aereo è l’emblema della guerra nella sua forma più violenta, cioè della guerra indiscriminata contro i civili, ed è quindi una pratica assai discussa, anche eticamente; è quindi difficilmente compatibile con le operazioni di polizia internazionale avallate dall’Onu. Tuttavia, data la sua grande efficacia – che però non è mai decisiva per le sorti della guerra, poiché le truppe terrestri restano indispensabili per la vittoria – le forze armate dei Paesi più progrediti cercano di dotarsi di bombe ‘intelligenti’, in grado di colpire con chirurgica precisione i bersagli, solo militari, del nemico: in tal modo il bombardamento sarebbe legittimato agli occhi delle opinioni pubbliche e della politica internazionale. I bombardamenti mirati, tuttavia, sono esposti a tragici errori, che coinvolgono le popolazioni civili; il che – particolarmente per l’Italia, la cui Costituzione ripudia la guerra – rende sempre altamente controversa e problematica la decisione del bombardamento, come è accaduto anche ai tempi della guerra in Kosovo.
(29 aprile 2011)

 
 

Sui bombardamenti secondo me è interessante sottolineare come, fino alla seconda guerra mondiale, il bombardamento aereo fosse uno strumento militarmente inaffidabile e poco dannoso dal punto di vista del numero di vittime (civili o militari) provocate. Nel 1911 furono utilizzati in Libia una ventina di aerei tra Bleriot, Nieuport, Farman ed Etricht, ma la loro efficacia bellica fu ai limiti dell’ininfluenza. Per dire, pur sorvolando la zona circostante l’Oasi di Tripoli al mattino del 23 ottobre, non avvistarono le migliaia di arabo-turchi che di lì a poco avrebbero fatto il famoso attacco. Douhet, fascismo che lo idolatrava a parte, era considerato un mezzo scoppiato e di fatto teorizzò cose che, con la tecnologia dell’epoca, erano del tutto impossibili. Sarebbe come se tra cent’anni avessimo navi spaziali armate e dicessimo che Star Treck era stato profetico. Grazie al cazzo, sora la marchesa. Insomma, fino agli anni ‘40, una batteria d’artiglieria che avesse sparato su una città per mezz’ora avrebbe fatto certamente più vittime di un’incursione di bombardieri, per quanto massiccia. Gli austriaci bombardarono ripetutamente le maggiori città dell’Italia settentrionale, nel 15-18, e i tedeschi fecero incursioni su Londra e altre città inglesi: il numero di vittime fu sempre estremamente contenuto, addirittura in un paio di casi morirono più aviatori (per guasti, soprattutto, o contraerea) che civili. E’ uno dei tanti casi di rappresentazione/percezione nettamente “gonfiata” rispetto al dato fattuale, e di sovrapposizione della memoria (Dresda 1944 o Tokio 1945 che proiettano su, chessò, Milano 1917 l’immagine di bombardamenti ben altrimenti efficaci).

(pardon, è che detesto dal profondo Douhet e i douhettiani)

La questione del binomio governanti-governati l’ho ripresa da Isnenghi & Rochat, che la applicano al contesto Grande Guerra e in particolare al rapporto ufficiali-soldati e militari-popolazioni occupate. Alla fin fine mi pare uno schema a grandi linee applicabile perfettamente sia al brigantaggio quanto all’universo coloniale, quanto a certi aspetti di attualità, seppur con le dovute contestualizzazioni. Discorso interessante.

 
 

Molto. Concordo nel dire che lo schema risulti estremamente applicabile, ma come dici tu, va poi calato nel contesto. La domanda che ti poni nella ricerca è molto centrata e pnta alla verifica della tesi di Sema.

 
 

Era venuto fuori in assemblea: Augusto Masetti.

www.wumingfoundation.com/giap/?p=

 
 

Ma ha sbagliato mira! Scarsissimo Masetti.
Comunque Stroppa l’ho già sentito, o ha fatto carriera o ha fatto comunque una pessima fine.

 
   

viva l’arabo di persiceto. Il Caso S. l’ha condiviso anche su fb stamane ;)