[Lavorazione] Années Terribles (ex La Repubblica senza repubblicani)

Come si faceva nei sommari dei libri vecchi: Nascita della IIIa repubblica francese (quella del 1871, modificata un paio di volte ma sostanzialmente arrivata fino ad oggi), suo scaturire da una devastante sconfitta, sua fondazione sui cadaveri dei comunardi e sull'odio per essi, suoi devastanti probblemi. Insomma il mio contributo per Crash -> dalla crisi del 1870-71 nasce una roba bruttarella.

Nota motivazionale autobiografica.

Io credo e ho sempre creduto, dall’età della ragione in poi, nei Lumi e in Robespierre. Immaginate dunque la delusione nello scoprire come la Repubblica con la R maiuscola, quella nata appunto sulle spalle loro e della Rivoluzione Francese, quella che noialtri figli di nazione e democrazia minori sotto sotto invidiamo, sia nata e cresciuta in un lago di guano, sangue e trasformismo da far invidia al mitico Depretis. Dunque sono molto ipercritico e dentavvelenatico al riguardo. Vedete di tenermi sulla retta via del metodo mediante commenti e critiche.

Piano.

Nell’articolo vorrei trattare della nascita e dei primi anni di vita della IIIa repubblica francese (1871-1940), ossia del periodo che va dalla sua nascita alla fine degli anni 1880. Cosa c’entra con la parola chiave “crisi”? Beh, intanto la repubblica nasce nel (e dal) Année Terrible 1871, quello della sconfitta e dell’invasione (quasi metà paese occupato per mesi), e della nascita & distruzione della Comune di Parigi. Comune che ben più della sconfitta gioca nel definire la “legittimità repubblicana” sulla quale si fondano le nuove istituzioni, i nuovi soggetti politici e i nuovi movimenti sociali.
Apro, intanto che raduno bibliografia, il dibattito sull’opportunità e centratezza o meno di tale soggetto.

Cronologia spicciola del periodo.

1870.
4 settembre – alla notizia della cattura di Napoleone III, a Parigi viene dichiarata la repubblica; a capo del “governo della difesa nazionale” c’è Léon Gambetta, radicale (anche se il termine viene adottato più tardi); la guerra alla Prussia continua, Parigi viene assediata.

1871.
1 febbraio – Gambetta esautorato dal suo stesso governo.
6-8 febbraio – elezioni dell’assemblea nazionale; partecipano al voto i dipartimenti del sud, dell’ovest e del centro non invasi; si forma il governo Thiers che punta alla pace con la Prussia; la Guardia Nazionale di Parigi vuole invece continuare la resistenza.
18 marzo – inizia la Comune con la sollevazione della Guardia Nazionale di Parigi vs. l’esercito che tenta di sottrarle le armi; Thiers con l’assemblea nazionale si trasferiscono a Versailles; è l’inizio della “guerra contro Parigi”.
10 maggio – trattato di Francoforte, pace con la Prussia; la Francia perde l’Alsazia e gran parte della Lorena; gran parte del territorio (soprattutto nei dipartimenti del Nord) resta occupato dai prussiani in attesa dell’attuazione del trattato.
21-28 maggio – Semaine Sanglante: l’esercito francese, leale al governo di Thiers, entra a Parigi; i morti sono migliaia (alcuni dicono decine di migliaia); è la fine della Comune di Parigi.
29 giugno – rivista di Longchamp: l’esercito si è “rifatto una verginità” sopprimendo la Comune.
2 luglio – elezioni parziali all’assemblea nazionale: trionfo di Thiers.
31 agosto – la legge Rivet definisce i poteri di Thiers in quanto “capo del potere esecutivo della Repubblica”; si è molto lontani da una “costituzione”.

1872.
14 marzo – legge contro l’Internazionale.

1873.
7 gennaio – morte di Napoleone III.
24 maggio – dimissioni di Thiers; il maresciallo napoleonico Mac Mahon viene eletto presidente della Repubblica, il monarchico De Broglie forma il governo.
24 luglio – viene dichiarata (per legge) di pubblico interesse l’erezione di un santuario a Montmartre, che lavi l’onta della Comune.
16 settembre – l’ultimo soldato prussiano lascia il suolo francese.
19 novembre – “legge del settennato”, sulla durata del mandato di Mac Mahon; anche qui, nulla sulle istituzioni in sé.

1874.
16 maggio – il governo Broglie è abbattuto dalla “coalizione degli estremi”, ovvero da legittimisti monarchici e radicali di sinistra; i quali però, chiaramente, non sono in condizione di formare un nuovo governo.
22 maggio – Mac Mahon incarica di formare un nuovo governo il generale De Cissey, a suo tempo uno dei più sanguinari attori della Semaine Sanglante.

1875.
30 gennaio – la Repubblica è resa tale dall’approvazione (per un voto!) dell’emendamento del deputato Wallon: “il presidente della Repubblica è eletto da Camera e Senato”. Il giorno prima era stato respinto (per 23 voti) l’emendamento Laboulaye “il governo della Repubblica è composto da due camere e un presidente”.
Febbraio-Luglio – leggi sul Senato, sull’organizzazione dei pubblici poteri, sulla libertà dell’insegnamento superiore.

1876.
gennaio-marzo – elezioni senatoriali e legislative.
2-10 ottobre – primo congresso operaio a Parigi.

1877.
16-17 maggio – Mac Mahon tenta il colpo di stato “legale”: revoca l’incarico a Jules Simon e incarica il redivivo monarchico De Broglie.
25 giugno – di fronte all’ostilità della Camera, Mac Mahon, avvalendosi di un potere legalmente datogli, la scioglie.
ottobre – elezioni legislative per ricostituire la Camera: vittoria repubblicana, Mac Mahon si rassegna.

1878.
maggio – apertura dell’esposizione universale: per la sua durata, come poi sempre accadrà, si osserva una stretta “tregua politica” per non dare spettacolo ai visitatori esteri.

1879.
5 gennaio – elezioni senatoriali.
30 gennaio – Mac Mahon si dimette in polemica col parlamento. Gli succede Jules Grévy, il teorico dell’astensione repubblicana (ovvero, il presidente ha dei poteri ma non li usa).
21 giugno – revisione costituzionale che permette alle Camere di tornare ad avere sede a Parigi (dopo 8 anni!).
20 ottobre – congresso socialista a Marsiglia.
28 dicembre – Freycinet, vecchio gambettista, al governo.

1880.
29 marzo – decreto contro le congregazioni non autorizzate (leggi: gesuiti).
luglio – amnistia per i comunardi (dopo 9 anni di repubblica!).
12 luglio – legge che sopprime l’obbligo del riposo domenicale.
14 luglio – si festeggia per la prima volta in via ufficiale la Festa Nazionale.
25 settembre – Jules Ferry al governo.

1881.
12 maggio – dichiarato il protettorato francese sulla Tunisia.
16 giugno – legge sulla gratuità dell’insegnamento primario.
30 giugno – legge sulle riunioni pubbliche.
29 luglio – legge sulla stampa.
agosto – elezioni legislative.
14 novembre – Gambetta al governo.

1882.
26-30 gennaio – il governo Gambetta cade, viene sostituito da Freycinet.
28 marzo – legge sull’insegnamento obbligatorio e sulla sua laicità.
29 luglio – Freycinet cade sull’ipotesi di un intervento in Egitto a fianco degli inglesi.
31 dicembre – muore Gambetta.

(continua)

Bibliografia.

La Republique Absolue. Aux origines de l’instabilité constitutionnelle de la France républicaine 1870-1889.

Odile Rudelle, Publications de la Sorbonne, Paris 1986.

Lavoro di uno scienziato politico (è infarcito di tabelle schemi grafici sul calcolo fino all’ultimo voto di qualsiasi delibera parlamentare), si tratta tuttavia di un libro interessante. Soprattutto nella conclusione (che linko qui sotto) si tirano le fila di un paio di discorsi interessanti.
Il tardo impero del Piccolo Napoleone era diventato “Empire Libéral”, con la collaborazione al potere anche di sinceri repubblicani. Più che di un escamotage per tirare a campare, si trattava di una linea politico-sociale molto accorta da parte del Napo per mettere fuori gioco i repubblicani stessi legando a sé il suffragio universale (ovvero il popolo). Di qui le riforme sociali e politiche che miravano a togliere terreno sotto i piedi ai fautori della repubblica. Per dire, il Napo ricrea la Guardia Nazionale di rivoluzionaria memoria, introduce il suffragio universale e si fa eleggere (ebbene sì, imperatore). I repubblicani se la vedono brutta, Gambetta (che è uno dei più radicali tra essi) dice dopo il plebiscito a favore di Napo che “L’Empire est fondé pour vingt ans”.
Poi arriva la guerra con la Prussia. Voluta non tanto dai “liberalimperiali” quanto dagli uomini del vecchio impero assoluto, che scorgono nell’eventuale (ma data per certa) vittoria la possibilità di revocare nel tripudio generale le riforme fin lì concesse. E arriva invece la sconfitta, devastante, che trascina a fondo gli uni e gli altri. Da Sedan in poi dirsi bonapartisti (liberali o meno che si sia) è autoescludersi da qualsiasi possibilità di contare qualcosa. Qui secondo Rudelle c’è il primo vulnus: l’impero era stato votato dalla maggioranza del suffragio universale, e anche dopo la debacle parte di esso continua a votare esponenti bonapartisti; i quali tuttavia non avranno mai voce in capitolo sulla gestione della Repubblica.
Caduto l’impero, il governo è preso dai “puri” alla Gambetta, i repubblicani radicali che non si sono mai avvicinati all’"Empire Libéral". Ma durano poco, la scelta di continuare la guerra è suicida e porta all’assedio di Parigi nonché all’occupazione da parte prussiana di tutti i dipartimenti del Nord e di parte del Centro del paese. Dice Rudelle “Gambetta possédait peut-etre l’éloquence de Saint-Just, Charles de Freycinet ne serait jamais Lazare Carnot”. Insomma la necessità di concludere una pace “onorevole” con Bismarck mette fuori gioco i radicali.
E arrivano loro. Gli “habiles, partisans des compromis”, ovvero i repubblicani moderati che già sotto Luigi Filippo avevano collaborato con la monarchia costituzionale. E tra essi, il campione è Adolphe Thiers, già ministro del Re Pera. Viene eletto in 26 circoscrizioni, e il nostro scienziato politico ci dice che una tale vastità geografica di consenso significa l’impenetrabilità del suo pensiero politico agli stessi elettori. Il 17 febbraio 1871 l’assemblea elegge “M. Thiers” “chef du Pouvoir exécutif de la République française”.
E’ la “repubblica dei rurali”, contrapposta fin da subito alla “repubblica dei parigini” ovvero a quella caduta di Gambetta e dei suoi “idéalistes”. E siccome questi ultimi non sono riusciti a vincere la guerra con i prussiani, la Repubblica del compromesso procede a fare ciò che “toutes les monarchies avaient jusque là refusé”: annientare (fisicamente) la velleità di rivolta della più grande città del paese, ovvero la Comune di Parigi. Cercando (e a quanto pare, trovando) in una guerra civile quella vittoria e di conseguenza quella legittimazione che era mancata nella guerra alla Prussia. Non a caso, aggiungo io, i protagonisti dei successivi quindici anni, MacMahon e Jules Ferry, sono entrambi tra i maggiori responsabili del massacro.
E dopo la guerra alla Prussia che ha messo fuori gioco per sempre il bonapartismo, la guerra a Parigi crea il secondo vulnus a livello di rappresentanza politica: i radicali parigini e cittadini, il cui ambiente darà vita anni più tardi ai partiti socialisti, sono anch’essi nemici della Repubblica. Peggiori, se possibile, dei bonapartisti stessi. Sono fuori, della Repubblica. Non esistono.
Si viene a creare quindi una situazione per la quale gli estremi dell’arco parlamentare sono delegittimati, fuori dalla Repubblica della quale pure sono gli eletti. Tutto porterebbe alla “congiunzione dei centri”, ovvero ad un’alleanza tra gli orleanisti (monarchici costituzionali, e dunque non troppo arrabbiati) e i repubblicani del compromesso. Ma così non è. I monarchici conservatori (e in maniera diametralmente opposta ma simile i radicali col loro capo, un giovane Clemenceau) sono talmente preda dell’odio per il radicalismo “di sinistra” (o per “Ferry-famine” il massacratore della Comune) da far fallire ogni tentativo di governo stabile che possa porre le basi costituzionali della Repubblica. La revisione costituzionale diventa un randello in mano ai più retrivi legittimisti o ai più arrabbiati simpatizzanti dei comunardi, e di conseguenza viene rifuggita come la peste da qualsiasi governo. Ed è gravissimo, dal momento che la “costituzione” (meglio dire le leggi costituzionali) sono state scritte nel 1875 da un’assemblea a maggioranza monarchica.

(continua)

Conclusion, pp. 279-294.

Les Débuts de la IIIe République 1871-1898.

Jean-Marie Mayeur, Seuil, 1973.

10° volume di una collana intitolata “Nouvelle histoire de la France contemporaine”, si tratta praticamente di un manuale. Ne ho tratto la cronologia di cui sopra.

La Commune de Paris.

William Serman, Fayard, 1986.

Pur con qualche problemino metodologico (dove cazzo sono le note a pié di pagina William, eh?! non ci sono?! DANNATO), resta un’ottima (forse la migliore) opera di sintesi sulla Comune di Parigi.

La guerre contre Paris 1871.

Robert Toombs, Aubier, 1997 (Cambridge University Press, 1981)

Toombs analizza la costituzione e il comportamento dell’esercito “versaillais”, ovvero dell’armata francese che distrusse la Comune di Parigi. Il libro è particolarmente interessante perché contribuisce a sfatare la leggenda di un’armata di Versailles composta da soldati-contadini-arrabbiati che nutrivano odio feroce per i parigini, cittadini rivoluzionari senza dio. Una leggenda che serviva al potere repubblicano per giustificare i massacri della Semaine Sanglante, attribuendoli appunto all’iniziativa, comprensibile e condivisibile ma pur sempre spontanea, della truppa e non alle direttive dei vertici politico-militari. Invece Toombs ci racconta di come, per esempio, alcune unità dell’armata si resero colpevoli di veri e propri bagni di sangue (segnatamente i reparti di De Cissey, Gallifet, Boulanger, Douay); altre si limitarono ad assistervi senza prendervi parte; altre ancora (per esempio l’intero V corpo d’armata del generale Clinchant) trattarono invece i prigionieri come tali senza fucilazioni sommarie o di massa. Diversità nella composizione delle truppe? Toombs ci risponde di no: per esempio, sia il IV corpo di Douay che il V di Clinchant erano composti da ex prigionieri dei prussiani, eppure hanno comportamenti diametralmente opposti. La conclusione alla quale arriva il libro è che furono i comandanti e non le truppe ad indirizzare e nel caso scatenare la violenza che è insita in ogni guerra civile. Alcuni ordini espliciti di Mac Mahon (comandante in capo dell’armata), Cissey e Douay rafforzano la tesi di Toombs, come una circolare altrettanto esplicita ma di segno opposto di Clinchant. Inoltre, al di là dell’ambito prettamente militare, le indicazioni di Thiers (si tenga conto che l’armata non aveva “potere” sufficiente ad agire su così vasta scala senza copertura politica) sul trattamento da riservare ai comunardi sono altrettanti macigni.
In definitiva ciò che Toombs ci dice è che la Semaine Sanglante fu voluta e organizzata a livello politico e militare, non il prodotto dell’odio del soldato-contadino provinciale per l’abitante della grande Città.

Vers L’Armée Nouvelle. République conservatrice et réforme militaire, 1871-1879

Jean-François Chanet, Presses Universitaires de Rennes, 2006.

Capitolo 1, L’unanimité et le débat

Chanet (sulla scorta di Audoin-Rouzeau e JJ Becker) fa notare come la funzione della “revanche” nella costituzione della Repubblica sia stata fortemente esagerata, quantomeno se parliamo del primo decennio successivo al 1871. A proposito del fiasco elettorale dei gambettisti a febbraio 1871, dice “Aux patriotes qui lui conseillaient la guerre à outrance, le suffrage universel avait répondu en acclamant la paix à outrance” (recit. da Zevort, 1899). Insomma nessun governo, nessuno schieramento aveva alcuna speranza di conquistare o mantenere il governo del paese con un programma anche solo leggermente revanchista. Persino le iniziative coloniali di Ferry negli avanzati anni ’80 (prima la Tunisia, poi il Tonkino) oltre a provocare la caduta dei suoi governi, sollevarono nel paese una diffusa paura della guerra. Più che desiderio di rivincita insomma, paura di una nuova invasione. Al punto che manifestazioni spontanee di alsaziani e lorenesi in favore della riunificazione alla Francia vennero per tutti gli anni ’70 impedite dalle prefetture in tutte le maggiori città francesi (porta ad esempio il caso di Bordeaux).

(continua)

Serriamo un attimino i ranghi se no famo casino.

Allora. Il problema contingente è che è passato tipo un mese dall’ultima volta che ho messo le mani in questa lavorazione. Nel frattempo ho impostato la mia tesi di magistrale, ho mangiato significativi quantitativi di grassi saturi in periodo festivo, e mi sono dimenticato più o meno tutto quel che pensavo di fare con quest’articolo.
Quindi urge tirare le fila del discorso, e se necessario reimpostarlo.
Intanto, sempre nel frattempo, mi sono focalizzato ulteriormente sulla vicenda “Comune di Parigi”, soprattutto su cosa la sua repressione abbia simboleggiato per gli assetti della nascente repubblica. Non solo la Comune, in realtà, ma anche il periodo del primo assedio di Parigi – quello da parte dei prussiani, settembre 1870-gennaio 1871. Lo sputtanamento del governo della Difesa Nazionale, di Gambetta e dei suoi, per intenderci.
Dubbio: considerata la forma articolo – relativa brevità, necessità di risultare comprensibile e catchy, direbbe Celeste Gaia – conviene concentrarsi sull’année terrible, o includere i successivi dieci e più anni? Magari limitare lo “spazio della narrazione” al 1870-71, ma flashforwardare come animali per “aprire” sul successivo cinquantennio – e flashbakkare ugualmente come brutte persone per riassumere il 1789-1870?

In fondo il punto qual’è?
Nel 1870-71 c’è una sola rivoluzione, se con rivoluzione intendiamo un cambiamento traumatico di paradigma politico: quella del 4 settembre 1870. Rivoluzione poco appariscente e tanto meno sanguinaria in sé: limitata a Parigi – che a breve sarà isolata dall’assedio prussiano – mette in sella una serie di personaggi eterogenei, più o meno repubblicani, che hanno come unico comune denominatore il proseguimento della guerra. Gambetta non è manco il capo del governo – da qualche parte là sopra mi ero sbagliato – il capo è il generale Trochu, comandante dell’armata di Parigi, un militare nettamente a-politico (dopo la guerra rifiuterà addirittura le decorazioni propostegli e si ritirerà in un paesino sperduto della Bretagna). Gambetta è ministro, e all’inizio dell’assedio prussiano lascia Parigi in pallone aerostatico – sul serio – per organizzare la resistenza in provincia e la “liberazione” di Parigi dall’assedio. Si crea quindi un dualismo: Trochu e il resto del governo in Parigi assediata, col generale che non riesce (non vuole? vedi sotto) rompere l’assedio dall’interno: Gambetta con la sua “delegazione di governo” di Tours che per quanto ci provi non riesce a romperlo dall’esterno. Tutte le improvvisate “armées de la Defense Nationale” si spignano contro gli organizzatissimi prussiani attorno a Parigi, ma il dato di fatto è che la Difesa Nazionale è sempre più incarnata proprio da Gambetta e non da Trochu. Quindi, quando le ultime speranze di vincere la guerra svaniscono, Gambetta e i gambettisti perdono di brutto le elezioni. Lì, (ri)salta fuori Thiers, il superborghese orleanista. Una roba piuttosto lontana da quel che noi oggi definiremmo “repubblicano”.

- accenno al “non vuole” di Trochu: le sortite da Parigi assediata vengono organizzate sempre sull’onda del timore di una “rivoluzione rossa” nel caso il governo non dia mostra di combattività. Trochu giunge a contravvenire ad ogni norma di buon senso militare, agendo in tal senso. Non si fida della guardia nazionale, ma la manda al massacro (coscientemente, secondo me) contro le trincee prussiane. Ci sono un paio di tentativi di “putsch rosso”, ancora prima della Comune. Il più forte, il 31 ottobre 1870 (se non erro, poi verifico): le guardie nazionali di Belleville si impossessano dell’Hotel de Ville (sede del governo) e tengono in ostaggio lo stesso Trochu per quasi 24 ore, prima di essere scacciate dall’intervento dei miliziani bretoni fedeli al governo, e delle truppe regolari fatte venire dai bastioni. Anche in gennaio-febbraio ci sono altre forti tensioni, con sparatorie e morti.

nota – le guardie nazionali di Belleville: il quartiere di Belleville (che assieme a Menilmontant forma il 20° arrondissement = municipio) era uno dei quartieri operai, ed ex-villaggi, inclusi nella prefettura di Parigi a inizio anni 1860. Gli altri nettamente connotati come “rossi” erano La Villette (19°), Montmartre (18°), Buttes-aux-Cailles (13°), e buona parte degli arrondissements centrali della vecchia Parigi. I battaglioni della guardia nazionale reclutati in questi quartieri erano tendenzialmente riottosi al governo di Trochu, e forniranno poi la forza militare della Comune. La “guardia nazionale dell’ordine”, fedele a Trochu prima e a Thiers poi, era quella dei quartieri ovest e centro-ovest, eminentemente borghesi.

Interessante l’attitudine dei “rossi” parigini: piuttosto confusi sul piano politico (tra proudhoniani, blanquisti, internazionalisti, giacobini, tutti a smazzarsi a vicenda, sembra la sinistra italiana), sono tutti convintamente a favore della continuazione della guerra alla Prussia, e sono tutti fermamente per l’autonomia di Parigi. Il paradosso che più mi colpisce è quello di un’Assemblea Nazionale, quella eletta tra gennaio e febbraio, borghese e conservatrice (e monarchica) che cerca in tutti i modi di concludere una pace e i “rossi” parigini (che a giudicare dai loro referenti politico-filosofici dovrebbero essere tutto tranne che guerrafondai) che dimostrano una voglia di combattere accentuatissima, contrapposizione che alla fine sfocia nella sollevazione del 18 marzo, nella Comune, e quindi in una vera e propria guerra civile.
Tutto sommato è per questo che le vicende dell’assedio non possono essere slegate da quelle successive: molti germi della Comune, e del’Ordre Moral, stanno lì, in quella contraddizione. E nella natura di Parigi, nell’autorappresentazione dei parigini.

Le riforme sociali di Napo lo sfigato, detto terzo.

Riassumo qui, su richiesta di DeborellahBella, la vicenda delle riforme sociali di Napoleone III.
Tagliando con l’accetta, la storiografia francese è in maggioranza concorde nel dividere in due periodi il ventennio imperiale. Dal colpo di stato del 1851 al 1860 il cosiddetto Empire Autoritaire, poi fino al 1870 Empire Libéral.
Perché questa cesura?
Le lobby che stavano dietro l’avventura golpista del principe-presidente erano essenzialmente due: la Chiesa e i conservatori cattolici da una parte, e la grande industria, i potentati economici protezionisti, dall’altra.
Ora accade che le avventurette italiane del Napo (l’appoggio ai savoiardi senzadio, 1858-60) gli alienano la Chiesa, e un trattato commerciale liberoscambista con la Gran Bretagna (1860) gli industriali. La necessità di sostituire al consenso di queste lobby quello della massa della popolazione, spingerebbe quindi il Napo a darsi al riformismo sociale. Ci sono anche altri fattori: la personalità stessa di NapIII, contraddittoria come poche e con sogni di gloria & pace sociale che perpetuino il suo nome (come quello dello zio); l’influenza del duca di Morny, fratellastro di Napo e suo ascoltatissimo consigliere, il quale aveva già dato prova di liberalità sociale sotto gli Orleans e la IIa repubblica.
In ogni caso, a partire dal 1862 Napo si dà alla pazza gioia sociale. Nel maggio di quell’anno, fonda la Société du Prince Imperial (se non erro), una sorta di banca a fondo più o meno perduto destinata a prestare danaro agli operai e alle famiglie povere. Il Consiglio di Stato poco dopo gli revoca (poteva succedere anche questo, in quell’assurdo impero: che un Consiglio di Stato iperconservatore affossasse leggi proposte dallo stesso imperatore) una proposta di creazione di un ispettorato generale del lavoro che controlli l’applicazione delle leggi già esistenti (sul lavoro minorile, per esempio). Nel 1864 il colpo grosso: per la prima volta in Francia, e su iniziativa personale di Napo, è riconosciuto e garantito il diritto di sciopero. Nel 1866 viene di fatto permessa l’autoorganizzazione dei lavoratori: i sindacati, insomma. Nel 1868 vengono aperte mense popolari pubbliche, ma soprattutto vengono create tre istituzioni: la cassa per le pensioni, quella per i decessi sul lavoro, quella per gli incidenti, sempre sul lavoro. Nello stesso anno viene abrogato un articolo del codice civile che dava primazia alla parola del datore di lavoro su quella dell’operaio, in caso di processo. Welfare state napoleonico?
Altro capitolo quello dell’istruzione pubblica. Qui sono Napo e il suo ministro dell’istruzione, Victor Duruy, a combattere una battaglia decennale col solito Consiglio di Stato. Alla fine la perdono: l’istruzione globale, pubblica e obbligatoria non passa. Tuttavia, Duruy riesce a mettere a segno parecchi buoni colpi: l’obbligo per tutti i comuni con almeno 500 abitanti di aprire scuole per ragazze (1867), l’estensione a 8000 comuni della gratuità dell’insegnamento primario, l’istituzione del diploma elementare; soprattutto, l’insegnamento secondario viene aperto alle donne. E’ sotto Napo che la prima francese si diploma in un liceo.
Tutto ciò non vale al Napo l’appoggio delle organizzazioni operaie. Alle elezioni del 1869, queste ultime fanno convergere il voto proletario (soprattutto quello delle grandi concentrazioni industriali) sui candidati repubblicani.
Vale la pena di aggiungere che il nostro Napo nella primavera 1870, a pochi mesi dall’imprevedibile crollo dell’impero, fece votare un plebiscito per una riforma costituzionale in senso liberale dell’impero (ormai una vera e propria monarchia costituzionale di stampo anglosassone, per quanto infarcita di baracconate alla francese). Monarchici legittimisti (pro-borbone) e repubblicani invocarono il “no” al plebiscito, ma furono ricoperti da una pioggia di “oui”. 7 milioni, di “oui”.
Fu lì che Gambetta disse “Porca mignotta, questo regge altri vent’anni” (libera traduzione dal francese).
I fatti mostrarono/che aveva torto.
Aggiungo un ulteriore dettaglio paradossale: Napo ristabilisce il suffragio universale maschile (fortissimamente limitato dall’assemblea conservatrice della IIa repubblica) dieci giorni dopo il colpo di stato del 1851, e fa votare un plebiscito sul proprio putsch. Le votazioni si svolgono con parecchi dipartimenti in stato d’assedio, e svariate altre bestialità che lo rendono una mezza farsa. Tuttavia, i risultati sono impressionanti: a parte Parigi e poche altre grandi città, la massa dei ruraux votano in blocco per il “principe-presidente”. 7 milioni e mezzo di voti vs. mezzo milione. Vale la pena di notare che Napo non revocherà né limiterà mai il suffragio universale, nemmeno quando nei tardi anni 1860 gli si rivolterà contro (alle legislative del 1869 orleanisti, repubblicani e bonapartisti liberali, se conteggiati assieme, fanno oltre il 70% dei seggi).

Brani da Lissagaray (in inglese)

History of the Paris Commune of 1871.
Written: Prosper Olivier Lissagaray (1838-1901);
First Published: in French, 1876;
Translated: Eleanor Marx, 1886;
Source: New Park Publications, 1976;

At eleven o’clock two officers entered Delescluze’s room and informed him of the execution of the hostages. He listened to the recital without ceasing to write, and then only asked, ‘How did they die?’ When the officers were gone, Delescluze turned to the friend who was working with him, and, hiding his face in his hands, ‘What a war!’ cried he, ‘what a war!’ But he knew revolutions too well to lose himself in bootless reflections, and, mastering his emotion, he claimed, ‘We shall know how to die!’

(Capitolo XXIX, “On the barricades”)

The Place du Château d’Eau was ravaged as by a cyclone. The walls crumbled beneath the shells and bombs; enormous blocks were thrown up; the lions of the fountains perforated or overthrown, the basin surmounting it shattered. Fire burst out from twenty houses. The trees were leafless, and their broken branches hung like limbs all but parted from the main body. The gardens, turned up, sent forth clouds of dust. The invisible hand of death alighted upon each stone.

At a quarter to seven, near the mairie of the eleventh arrondissement, we saw Delescluze, Jourde, and about a hundred Federals marching in the direction of the Château d’Eau. Delescluze wore his ordinary dress, black hat, coat, and trousers, his red scarf, inconspicuous was was his wont, tied round his waist. Without arms, he leant on a cane. Apprehensive of some panic at the Château d’Eau, we followed the delegate. Some of us stopped at the St. Ambrose Church to get arms. We then met a merchant from Alsace, who, exasperated at those who had betrayed his country, had been fighting for five days, and had just been severely wounded; farther on, Lisbonne, who, like Brunel, having too often defied death, had at last fallen at the Château d’Eau; he was being brought back almost dead; and finally, Vermorel, wounded by the side of Lisbonne, whom Theisz and Jaclard were carrying off on a litter, leaving behind him large drops of blood. We thus remained a little behind Delescluze. At about eighty yards from the barricade the guards who accompanied him kept back, for the projectiles obscured the entrance of the boulevard.

Delescluze still walked forward. Behold the scene; we have witnessed it; let it be engraved in the annals of history. The sun was setting. The old exile, unmindful whether he was followed, still advanced at the same pace, the only living being on the road. Arrived at the barricade, he bent off to the left and mounted upon the paving-stones.

For the last time his austere face, framed in his white beard, appeared to us turned towards death. Suddenly Delescluze disappeared. He had fallen as if thunderstricken on the Place du Château d’Eau.

Some men tried to raise him. Three out of four fell dead. The only thing to be thought of now was the barricade, the rallying of its few defenders. A member of the Council, Johannard, almost in the middle of the boulevard, raising his gun, and weeping with rage, cried to those who hesitated, ‘No! you are not worthy of defending the Commune!’ Night set in. We returned heart-broken, leaving, abandoned to the outrages of an adversary without respect for death, the body of our friend.

He had forewarned no one, not even his most intimate friends. Silent, having for confidant only his severe conscience, Delescluze walked to the barricade as the old Montagnards went to the scaffold. An eventful life had exhausted his strength; he had but a breath left, and he gave it. The Versaillese have stolen his body, but his memory will remain enshrined in the heart of the people as long as France shall be the mother-country of the Revolution. He lived only for justice. That was his talent, his science, the pole-star of his life. He proclaimed her, confessed her, through thirty years of exile, prisons, insult, disdaining the persecutions that crushed him. A Jacobin, he fell with the men of the people to defend her. It was his recompense to die for her, his hands free, in the open daylight, at his own time, not afflicted by the sight of the executioner.

Compare the conduct of the Minister of War of the Commune with the cowardice of the Bonapartist Minister and generals escaping death by surrendering their swords.

(capitolo XXX, “The left bank falls”)

- nota: usare la morte di Delescluze come quadro iniziale dell’articolo. Riscrivere il racconto di Lissagaray.

Brainstorming sulla struttura

robe da mettere:

- 4 settembre 1870 → Napoleone, il 1848, il 1851…
- il pallone aerostatico → Gambetta/la difesa nazionale.
- armistizio → Trochu.
- 1834 → Thiers (→ rivoluzione 1830, ogni rivoluzione dell’800 francese)
- 1873-1875 → la legge sul Sacre Coeur/Wallon → ordre moral & MacMahon
- 18 marzo 1871
- Versailles → Boulanger, Gallifet
- 1889 → la fuga di Boulanger
- 30 ottobre 1870 → Flourens, Delescluze..

possiamo fare cosi’:

Inizialmente scene brevi alternate a lunghe, esplicative; poi scene brevi in contrappunto (tranne l’inizio della Comune e la questione di Parigi/Francia, lunghe).

1. si apre con Delescluze che muore sulla barricata;
2. (lunga) si passa a Longchamp 1867, con Napo e i reali etc. → breve storia di Napo e dell’Impero;
3. (si passa alla fuga di Rochefort dal confino) → si passa alla morte di Napo III, a Londra 1873
4. (lunga) si passa al 4 settembre 1870, la repubblica e la minaccia prussiana;
5. (ex 3) si passa all’esecuzione di Rossel, autunno 1871
6. (lunga) si passa a Gambetta e al suo pallone aereostatico → la Difesa Nazionale
7. si passa all’emendamento Wallon, 1875: la Repubblica nasce monarchica (scena col Sacre Coeur)
8. (lunga) si passa al 31 ottobre 1870, Belleville vs il governo
9. si passa alla fuga di Boulanger, 1889
10. menù di ratto (trascrizione)
11. si passa al confine svizzero, gennaio 1871, l’internamento dell’ultima armata della Difesa Nazionale
12. si passa alla morte di Gambetta 1882 → rapido excursus sulla fine di MacMahon
13. si passa all’ultima sortita, febbraio 1871, col massacro della guardia nazionale
14. si passa a Longchamp giugno 1871 → abbraccio Thiers-MacMahon
14bis. si passa alla parata dei prussiani sugli champs-elysées.
15. si passa a Gallifet di fronte all’assemblea, 1899
16. (lunga) si passa al 18 marzo, l’inizio della Comune
17. (lunga) si passa al 1834, il “giovane Thiers” e la repressione → le rivoluzioni parigine/popolo vs borghesia/Parigi vs Francia
18. si passa a Gallifet che “seleziona” i prigionieri, maggio 1871
19. (ex 5) si passa all’inaugurazione di Place de la République (1879) → la repubblica senza repubblicani.

Perché la struttura “a scene”? Perché tendenzialmente senno’ ci vorrebbero minimo due articoli – se non tre – il che risulterebbe piuttosto pesante e sproporzionato nel quadro della parola-chiave.
Rischi: oltre al “rischio kazzenger” (che il buon Frey mi fa presente ogni 5 minuti recitando ad alta voce in cucina “Napoleone è stanco adesso, qui a Sedan; sa di aver fatto qualche cazzata, proprio come il comandante Schettino”), c’è il pericolo concreto che alla fine non ci si capisca un cazzo; d’altra parte se esce bene dovrebbe essere più catchy (ricit. Celeste Gaia) e tutto sommato più interessante per il sottoscritto in un’ottica di crescita sul metodo di scrittura/comunicazione. Vediamo come va.

Posti i mesi della Comune come “momento zero”, si hanno:
Un filone “continuo” → dal 4 settembre 1870 al 18 marzo 1871, ovvero dalla proclamazione della repubblica a Parigi, all’inizio della Comune. Scene 4, 6, 8, 10, 11, 13, 14bis, 16.
Flashbacks → Scene 2 e 17.
Flashforwards → Scene 5, 7, 9, 12, 14, 15, 18.
Tamarrata d’apertura → scena 1.
Conclusione → scena 19.

Nota – in seguito a scambio di opinioni col buon Frey, esplicito il filo storico-logico che voglio dare all’articolo.
Qui non intendo parlare principalmente della Comune in sé (le sue idee, la sua azione, la sua storia), quanto della questione “legittimità repubblicana”. Tanto è vero che l’unica scena che avviene tra l’inizio e la fine del’esperienza comunarda è quella della morte di Delescluze (sc. 1). Intendo cercare di rendere la magmaticità degli antefatti, della Comune; l’intreccio di azioni e tradizioni differenti che portano alla repubblica; e come la neonata repubblica trovi la sua legittimazione nella repressione della Comune, nella conservazione di un assetto sociale e simbolico pregresso e non nella propria “diversità repubblicana”.

Modifiche alla struttura:
- Inserisco la scena 14bis.
- Posticipo la scena 3 alla 5: l’esecuzione di Rossel ha senso metterla dopo la descrizione delle reazioni alla resa di Sedan.
Elimino la scena 5 originaria (Rochefort, che ce ne frega relativamente) e sposto alla 19 e ultima l’inaugurazione di Place de la Republique, che dà il destro per tirare delle conclusioni.
- Reintroduco una scena 3, con la morte di Napo III in esilio.

Appunto sparso – Gustave Flourens scrive su “La Raison” del 12 marzo 1870: L’ennemi c’est Dieu. Le commencement de la sagesse c’est la haine de Dieu (…) cet épouvantable mensonge qui, depuis six mille ans, énerve, abrutit, asservit la pauvre Humanité.

Stesura del testo.

Qui di seguito inizio la stesura dell’articolo, provvisoriamente suddiviso esplicitamente per scene – per maggior chiarezza organizzativa. Ad ogni scena annetto le fonti utilizzate nella costruzione della scena stessa.

- Mantenere chiaro da una scena alla successiva il filo logico-interpretativo → ogni scena deve contenere uno o più elementi del filo, e le scene successive devono richiamarli ed esplicitarli (es. la place du Chateau d’Eau nella scena 1, richiamata in 19 per parlare di come il primo grande monumento alla repubblica venga eretto ben 9 anni più tardi)

Scena 1. Parigi 25 maggio 1871.

→ Lissagaray, vedi sopra.
→ Serman, pagg. 507-508, vedi bibliografia.
Place du Chateau d’Eau (oggi Place de la République) (immagine)

C’è un uomo, in mezzo alla scena.
Indossa un cappello nero a tesa rigida, una giacca ugualmente nera. Una fusciacca legata attorno ai fianchi, come quella di un sindaco, rossa.
Nella piazza i leoni di bronzo della fontana sono deformati, bucati, riversi. Il grande catino di pietra che li sormontava è spezzato e sbriciolato al suolo, l’acqua non c’è più. Gli alberi sono anneriti, senza foglie, quelli che erano prati ora sono solo ammassi informi di terra e ghiaia. Una ventina tra le case che si affacciano sulla piazza sono in fiamme. L’aria è fumo nero e polvere, il calore è fortissimo.
L’uomo cammina in linea retta, sta percorrendo lentamente ma inesorabilmente l’ultimo tratto del boulevard che conduce alla piazza. La sua canna da passeggio ticchetta sui rari sassi rimasti al loro posto sulla carreggiata. E’ solo. Si scorgono altre figure umane qualche decina di metri dietro di lui, immobili. Tutti imbracciano un fucile, o impugnano una pistola, o ancora stringono nel pugno una spada da ufficiale. I loro sguardi seguono l’uomo, ma i corpi sono pietrificati. Piove cenere.
L’uomo è arrivato alla fine del boulevard. Tra lui e la piazza c’è ora solo il metro e mezzo di porfido, legno e ferro di una barricata, deserta. L’uomo si chiama Louis Charles Delescluze, è il “ministro della guerra” della Comune di Parigi. Aiutandosi con la canna, si arrampica sulla barricata. Per un istante la sua corta barba bianca, le sue occhiaie nere eredità degli anni passati all’Ile du Diable sono ancora visibili agli uomini immobili nel boulevard. Poi una, probabilmente più d’una delle migliaia di pallottole che da ore sbriciolano piazza di Chateau d’Eau lo abbattono.
Nel cielo decine, centinaia di colonne di fumo e scintille oscurano il tramonto.
E’ la sera del 25 maggio 1871, e Parigi brucia.

- richiamare nella scena conclusiva la piazza di Chateau d’Eau, al momento della sua trasformazione in place de la République.

Scena 2. Longchamp 6 giugno 1867.

Gambiez Fernand. Variation sur l’esprit de défense. In: Histoire, économie et société. 1988, 7e année, n°3. pp. 381-397 – Lo uso per gli elementi scenici; per il resto è un articolo orribilmente retorico e nazionalista, e per nulla in sintonia con la mia interpretazione.
→ Alistair Horne, The Fall of Paris: The Siege and the Commune, 1870-1, London, Macmillan, 1965. (poi lo inserisco in bibliografia)

L’ippodromo di Longchamp è stato inaugurato domenica 27 aprile 1857, alla presenza dell’imperatore Napoleone III e dell’imperatrice Eugénie. 57 ettari di pista, tribune, padiglioni circondati dal verde del Bois de Boulogne. La costruzione di questo imponente circuito ippico è stata voluta dal duca Charles di Morny, fratellastro dell’imperatore, che alla passione per l’arte, il denaro e il liberalismo univa quella per le corse. Morny, che a chi glielo chiedeva diceva “Nel mio lignaggio, siamo tutti bastardi di madre in figlio da più di tre generazioni. Io sono pronipote di re, nipote di vescovo, figlio di regina e fratello d’imperatore”. Era uno strano personaggio, Morny, ma quale degli appartenenti alla famiglia imperiale non lo è? Si dice che l’imperatore stesso una volta sia sbottato: “Come volete che governi?! L’imperatrice è legittimista, Morny è orleanista, il principe Jerome-Napoleon è repubblicano e io stesso sono socialista… non c’è che un bonapartista nel mio entourage: Persigny, che pero’ è pazzo!”.
Legittimisti borbonici, orleanisti, repubblicani, socialisti, bonapartisti.

(Chiaramente Napoleone III Bonaparte non è affatto socialista, non nel senso che noi diamo al termine. Che pero’ il Secondo Impero bonapartista sia uno strano impero, questo è vero. Intanto l’imperatore, prima di essere tale, è stato presidente della repubblica. Una repubblica nata nel 1848 dall’insurrezione di Parigi contro re Luigi-Filippo d’Orleans, il monarca costituzionale a sua volta messo in sella vent’anni prima dalla rivoluzione antiborbonica del 1830. Luigi-Napoleone Bonaparte, nipote del Grande Napoleone, è stato eletto presidente il 20 dicembre 1848 (primo nella storia della Francia) con oltre il 70% dei voti. Salvo poi, tre anni dopo, rovesciare quella stessa repubblica con un colpo di stato e farsi eleggere (si’, eleggere) imperatore con un plebiscito che ha visto oltre l’80% degli elettori francesi votare per l’impero. Ed ecco Napoleone III imperatore dei francesi. Napoleone il Piccolo, lo chiamerà Victor Hugo.)

- riscrivere in maniera meno caotica e più consequenziale – e spiegando un minimo, se no tra Borbone Orleans Bonaparte repubblicani etc. non ci si capisce un cazzo.

Chiaramente Napoleone III Bonaparte non è affatto socialista, non nel senso che noi diamo al termine. Il resto dell’entourage imperiale è pero’ veramente la cartina di tornasole degli ultimi ottant’anni di storia politica francese.
Dopo la Rivoluzione, la Repubblica e l’impero del Grande Napoleone, il Primo, con la Restaurazione del 1815 sono tornati al potere i Borbone, col gonfio e cinico Luigi XVIII e poi con Carlo X. Ma i germi delle idee rivoluzionarie lavorano sotterraneamente – e anche alla luce del sole, considerando che moltissimi personaggi di spicco della Restaurazione hanno già servito sotto sia Robespierre che Bonaparte.
Dopo quindici anni di Borbone, nel luglio 1830 il popolo di Parigi rovescia con una insurrezione durata tre giorni la monarchia assoluta. Nella confusione, tra chi resiste al fianco di Carlo X e chi sulle barricate invoca la repubblica, viene pescato dall’anonimato quasi assoluto e messo sul trono l’appartenente ad un ramo cadetto della famiglia reale. E’ Luigi-Filippo di Borbone-Orléans, il “re delle barricate”, o “re borghese” come lo si chiama con sdegno nelle corti europee. Luigi-Filippo viene nominato dalla Camera dei Rappresentanti “re dei francesi” (e non “di Francia”). Insomma, si passa ad una monarchia costituzionale, basata su un patto tra re e cittadini e non sul possesso per grazia divina del suolo francese (e dei corpi dei francesi) da parte del monarca. Sotto la “monarchia di luglio” la bandiera nazionale torna ad essere il tricolore (con i Borbone era la dinastica bandiera bianca a gigli dorati). Ma quella bandiera è pressoché l’unica soddisfazione per coloro che avevano sperato, sulle barricate, nella repubblica. Diciotto anni, dura il regno del “re pera” (dalla forma della sua testa) Luigi-Filippo d’Orléans, e la liberalità cede presto il passo al ritorno dell’autoritarismo.
Poi, come in tutta Europa, arriva il quarantotto. Tra le rivoluzioni che attraversano il continente, una delle prime è quella di febbraio a Parigi, che abbatte la monarchia d’Orléans e vede la nascita della Seconda Repubblica Francese. Dopo qualche mese di confusione e socialismo utopistico, il popolo di Parigi perde di nuovo la pazienza e riscende nelle strade. Ma stavolta non si trova di fronte un vecchio Borbone o l’ormai screditato “re pera”. Stavolta esce dalle caserme alla testa delle truppe del governo il generale Louis-Eugène Cavaignac, dotato dall’Assemblea repubblicana di poteri dittatoriali. Ed è un bagno di sangue: quasi 6000 morti tra soldati dell’esercito e parigini insorti.
Cavaignac a quel punto potrebbe diventare se non il nuovo re di Francia, certo il capo di un regime repubblicano autoritario. Invece, per uno di quei casi legati alla personalità dei singoli che tanto spesso svoltano le situazioni storiche, Cavaignac resta fedele ai suoi ideali democratici. Cede i poteri dittatoriali all’assemblea, e si va alle elezioni. I candidati sono sei: tre repubblicani moderati o progressisti (Cavaignac stesso, Lamartine e Ledru-Rollin), il monarchico Changarnier, il socialista Raspail che corre dal carcere nel quale è rinchiuso. E poi c’è il candidato del “partito dell’ordine”: Luigi-Napoleone Bonaparte, nipote quarantenne del Grande Napoleone. I risultati delle votazioni (effettuate a suffragio universale e scrutinio diretto, cosa che non accadrà più fino al 1965) vengono resi noti il 20 dicembre 1848. E sono bulgari: Luigi-Napoleone Bonaparte vince col 74% dei voti, il secondo classificato Cavaignac non arriva al 20%.
Ed eccolo qua, il primo presidente della repubblica nella storia francese: Luigi-Napoleone Bonaparte, il “principe-presidente”. Tre anni, dura il suo mandato, e finisce assieme alla Repubblica. Già, perché il 2 dicembre 1851 un certo numero di generali fedeli all’erede del Grande Napoleone conducono per suo conto un colpo di stato, e l’anno successivo Luigi-Napoleone diventa Napoleone III. Imperatore dei francesi come lo zio, ma a differenza sua imperatore eletto: un plebiscito a suffragio universale da lui fortemente voluto conferma la “scelta” dell’Impero con oltre l’80% di “oui”.

Affascinato dalla monarchia costituzionale inglese, dal socialismo utopistico, dal liberalismo autoritario e dal mito del progresso, Napoleone III è insomma uno strano imperatore. Dopo il colpo di stato scorrono plumbei sette anni di “impero autoritario”, passati a reprimere duramente le opposizioni repubblicane, borboniche e orleaniste grazie all’opera del fedele Persigny, superministro dell’interno. Ma a partire dal 1860 Napoleone, affiancato dal fratellastro Morny (presto soprannominato Il Viceimperatore), getta le basi dell’"impero liberale".
Non che fosse stato un cambio di rotta del tutto disinteressato. Le lobby che erano state dietro l’avventura golpista del principe-presidente sono essenzialmente due: la Chiesa e i conservatori da una parte; la grande industria, i potentati economici protezionisti, dall’altra. Ora, le avventurette italiane di Napoleone (l’appoggio ai savoiardi senzadio nel fare l’Italia, nel 1858-60) gli hanno alienato la Chiesa, e un trattato commerciale liberoscambista con la Gran Bretagna (nel 1860) gli industriali. Anche la necessità di sostituire al consenso di queste lobby quello della massa della popolazione, oltre alle loro personali inclinazioni, hanno spinto quindi l’imperatore e il suo fratellastro-vice a darsi al riformismo sociale.
Nel maggio del 1862, i due fondano la Société du Prince Imperial, una sorta di banca a fondo più o meno perduto destinata a prestare danaro agli operai e alle famiglie povere. Il Consiglio di Stato poco dopo impedisce ai due la creazione di un ispettorato generale del lavoro, che controlli l’applicazione delle leggi già esistenti sullo sfruttamento minorile. Puo’ succedere anche questo, in quest’assurdo impero: che un Consiglio di Stato iperconservatore affossi leggi proposte dallo stesso imperatore. Nel 1864 il salto di qualità: per la prima volta in Francia, e su iniziativa personale di Napoleone, è riconosciuto e garantito il diritto di sciopero. Nel 1866 viene di fatto permessa l’autoorganizzazione dei lavoratori: i sindacati, insomma. L’imperatore poi ha in programma la creazione di tre istituzioni: la cassa per le pensioni, quella per i decessi sul lavoro, quella per gli incidenti, sempre sul lavoro. Welfare state napoleonico. L’imperatore è convinto di avercela fatta: gli operai, quel popolo di Parigi che ha rovesciato tutti i suoi predecessori, adesso è dalla sua.
Il 6 giugno 1867, all’ippodromo di Longchamp, il duca di Morny non c’è più. Il fratellastro dell’imperatore, figlio di regina, nipote di vescovo eccetera è morto improvvisamente nel suo ufficio di presidente dell’Assemblea Nazionale, in una fredda giornata di febbraio del 1865. Il 6 giugno 1867, all’ippodromo di Longchamp, non ci sono corse di cavalli. C’è la più grande parata militare che Parigi ricordi.
Napoleone III l’ha organizzata per mostrare ai suoi ospiti la potenza dell’Impero francese. E non sono ospiti qualunque: lo zar di Russia e il re di Prussia, con i loro generali e i loro ministri, venuti tutti a Parigi per l’esposizione universale che in quell’anno 1867 sta consacrando la gloria del nipote di Napoleone il Grande. Davanti alle tre teste coronate stanno per sfilare sessantamila uomini. Detto cosi’ è un numero come un altro, ma fermatevi un istante e provate a immaginarlo. Sessantamila. Sotto il sole già estivo, davanti alla folla vociante dei parigini accorsi a godersi lo spettacolo. Sessantamila. Allineati sull’immenso prato, immobili.
Poi cominciano a muoversi.
Per primo un generale a cavallo, baffi sottili e pizzetto castani. Quando alza la feluca per salutare il pubblico e le autorità, tutti vedono che sopra i riccioli che gli incorniciano il volto il condottiero è calvo come un uovo. Ma nessuno ride, tutti lo acclamano: è il maresciallo di Francia François Certain de Canrobert, fedelissimo dell’imperatore, vincitore di innumerevoli battaglie in Algeria, in Crimea, in Italia.
Subito dietro di lui sfilano gli allievi della scuola militare di Saint-Cyr. Cinquecento giovani, giovanissimi. Nessuno se lo immagina quel giorno, ma almeno due tra loro, due tra i più giovani, quasi bambini, diventeranno marescialli di Francia cinquant’anni più tardi nella guerra di tutte le guerre.
Poi la fanteria. Masse imponenti, battaglioni su battaglioni, reggimenti, intere divisioni – decine di migliaia di uomini allineati che marciano all’unisono. La guardia imperiale con le sue uniformi scintillanti e i suoi generali ricoperti d’oro e argento – il veterano di Waterloo Regniaud, il “turco” Bourbaki, il vecchio Antemarre. Le truppe di linea del 1° corpo d’armata, la guarnigione di Parigi. Ogni reggimento con la sua banda musicale, con la sua bandiera. Decine, centinaia di bandiere tricolori e di bande musicali. Il suono, l’ammasso, la valanga di suoni è indescrivibile.
Dietro la fanteria sfila l’artiglieria, con 96 cannoni di bronzo nuovi fiammanti trainati da centinaia di cavalli. L’imperatore è particolarmente interessato, si sa che le innovazioni tecniche lo affascinano.
Poi. Poi arrivano loro. Dietro le masse di uomini a piedi, dietro la selva di bandiere la folla li scorge e inizia a gridare ancora più forte. Sono i cavalieri, per la precisione tre divisioni di cavalleria, migliaia e migliaia di uomini altissimi su cavalli immensi, o almeno cosi’ appaiono a chi è condannato a stare in piedi sulla nuda terra. Sfilano con le loro uniformi sgargianti, con le loro sciabole sull’attenti, con gli elmi che scintillano nel sole rovente. Costeggiano le tribune, poi l’immensa colonna piega a destra e i cavalieri si dispongono in una lunga linea. Parallela alle tribune con gli spettatori e l’entourage imperiale. Di faccia, alle tribune. Ad un ordine che si sente vibrare nell’aria, la folla è ammutolita di colpo, quei cavalieri, quelle migliaia di cavalieri si lanciano al galoppo. Tutti insieme. Contro le tribune. Non fiata nessuno, si sente solo il rombo degli zoccoli sul terreno della pista. Duecento passi. Centocinquanta. Cento. Pochi secondi e quelle centinaia di tonnellate di carne e tessuto e ferro si schianteranno contro le tribune. A sessanta passi, sessanta passi esatti dalla tribuna imperiale, frenano. Si direbbe con uno stridio, fossero macchine. Invece no, il rombo cessa ed è silenzio, totale. Poche frazioni di secondo. La folla esplode.
Napoleone III sorride, raggiante, ascoltando i commenti ammirati dello Zar di Tutte le Russie e del Re di Prussia, degli addetti militari stranieri che li circondano nella tribuna imperiale. E l’urlo della folla, della sua folla, del popolo francese. Quelle sono le più belle truppe del mondo, le truppe di un impero immortale.
Due passi dietro di lui, stretto nella sua uniforme bianca da corazziere, il primo ministro prussiano conte Otto von Bismarck ha lo sguardo gelido di chi, nell’immortalità, non crede affatto.

- richiamare Longchamp nella scena con la parata del 1871 post-comune → sottolineare contrasto ma soprattutto similitudini.

Cambiamento in corsa della struttura, per spezzare l’articolo.

Dopo prolungata riflessione e diversi etti di tabacco, giungo alla conclusione che si possa effettivamente spezzare l’articolo, come da richiesta dell’assemblea. Pero’ occorre modificarne la struttura, perché un tot di riferimenti buttati là nell’eventuale prima parte cadevano nel vuoto in assenza della seconda. Decido quindi di limitare al massimo i flashforward nella prima parte – e riempirla invece di flashback, di modo da creare la “base” per quanto possibile esauriente sulla quale innestare la seconda parte. Seconda parte che mantiene invece il meccanismo tempo progressivo – flashforward a scena alternate. Nel caso la seconda parte risultasse troppo lunga, se ne puo’ ipotizzare un’ulteriore divisione, per ora individuata tra le scene 19 e 20.

1. si apre con Delescluze che muore sulla barricata
2. (lunga) Longchamp 1867, con Napo e i reali etc. → breve storia della Francia 1800-1867 e storia dell’Impero fino al 1867
3. (lunga) si passa al 4 settembre 1870, la repubblica e la minaccia prussiana
4 Messico 1867
5. (lunga) si passa a Gambetta e al suo pallone aereostatico → la Difesa Nazionale
6 Elezioni 1869
7. (lunga) si passa al 31 ottobre 1870, Belleville vs il governo
8. Londra 1873
9. la fame. menù di ratto (trascrizione)

……………

10. si apre con l’esecuzione di Rossel, autunno 1871
11. si passa a Longchamp giugno 1871
12. si passa al confine svizzero, gennaio 1871, l’internamento dell’ultima armata della Difesa Nazionale
13. si passa all’emendamento Wallon, 1875: la Repubblica nasce monarchica (scena col Sacre Coeur)
14. si passa all’ultima sortita, gennaio 1871, col massacro della guardia nazionale
15. si passa alla morte di Gambetta 1882
16. si passa all’annuncio dell’armistizio
17. si passa alla fuga di Boulanger, 1889
18. si passa alla parata dei prussiani sugli champs-elysées.
19. si passa a Gallifet di fronte all’assemblea, 1899

……………

20. (lunga) si passa al 18 marzo, l’inizio della Comune
21. (lunga) si passa al 1834, il “giovane Thiers” e la repressione → le rivoluzioni parigine/popolo vs borghesia/Parigi vs Francia
22. si passa a Gallifet che “seleziona” i prigionieri, maggio 1871
23. (lunga) si passa all’inaugurazione di Place de la République (1879) → la repubblica senza repubblicani.

Scena 3. Parigi 4 settembre 1870.

→ Serman, pagg. 109-113.
→ Horne.

La situazione, per usare un eufemismo, è un dannato casino.
La piazza che si apre davanti all’Hotel de Ville (il municipio) della città di Parigi straborda di folla. Dentro, la tensione è una cappa di piombo che incombe su tutti i presenti. Jules Favre, Jules Ferry, Jules Simon (detti “i tre Jules”) e gli altri 24 deputati repubblicani camminano avanti e indietro, parlottano, attendono. Hanno l’aria a metà tra l’incredulo e il timoroso di chi ha appena vinto alla lotteria, e ancora non sa se la somma verrà o meno accreditata. Un gruppo di deputati conservatori, appena arrivati, sono l’immagine stessa della costernazione. Anche con le finestre chiuse, l’urlo della folla è a tratti assordante. Tutta colpa di un avvocato di 32 anni, bassetto e con un occhio di vetro. Lo stesso che ora è su un terrazzo dell’Hotel de Ville ad arringarla, quella folla. A guadagnare tempo.
Sono passate poco più di ventiquattro ore dalla notizia.
La Francia è in guerra ormai da un mese. Una guerra che rischia di finire presto, se già non è finita.
L’imperatore è stato fatto prigioniero.
Una guerra che rischia di finire molto male. Una serie di sconfitte devastanti, in quel mese di guerra. I nemici, i prussiani, hanno manovrato e combattuto e si sono fatti massacrare e hanno massacrato. Gli eserciti imperiali si sono solo fatti massacrare.
Prigioniero con 104.000 soldati francesi e 419 cannoni. Centoquattromila. Provate a immaginarlo. Il doppio di Longchamp.
Il capo del governo imperiale a Parigi è il visconte di Palikao. Sua eccellenza il maresciallo di Francia Charles Cousin-Montauban, visconte di Palikao. Ogni imperatore ha i marescialli che si merita. Napoleone il Grande, il primo, ne aveva nominati pochi, e non completamente stupidi. Napoleone il Piccolo, ne ha nominati un’infinità. Palikao è uno di loro. Per inquadrare il personaggio basta dire che il suo titolo nobiliare, Palikao appunto, è l’incerta trascrizione del nome di un villaggio in estremo oriente, nel quale il valido Cousin-Montauban ha fatto eroicamente strage di miliziani cinesi durante una delle tante guerre dell’oppio.
Insomma è su quest’uomo, sul visconte di Palikao, un generale talmente abile da essere stato lasciato a Parigi invece che essere usato in una guerra seria, che si scarica come un fulmine la notizia. Palikao fa l’unica cosa che sa fare: fa schierare attorno al palais-Bourbon, sede dell’assemblea legislativa, e alle Tuileries, dove vive l’imperatrice, 5000 guardie mobili e gendarmi. Non i soldati regolari, che pure a Parigi ci sono e in buon numero: Palikao non si fida né di loro né del loro comandante, il generale Jules Trochu. Ritiene che possano appoggiare un’eventuale rivolta antiimperiale.
Protetta da quei 5000 uomini raccattati un po’ dappertutto, e contro la volontà di Palikao che farebbe volentieri a meno di quel parlamento voluto dal suo imperatore, a mezzanotte l’assemblea legislativa si è riunita d’urgenza al palais-Bourbon. Riunione inutile, dal momento che i 27 deputati repubblicani hanno immediatamente preteso che fosse proclamata la caduta di Napoleone, scontrandosi col rifiuto venato di panico della maggioranza conservatrice. Tra l’altro i repubblicani non hanno fatto che confermare a Palikao i suoi sospetti su Trochu, chiedendo esplicitamente che il generale fosse confermato a capo della guarnigione. In ogni caso, seduta sospesa e rimandata all’indomani. 4 settembre, tre del pomeriggio.
All’alba su place de la Concorde, a due passi dal palais-Bourbon, hanno cominciato a riunirsi gruppi di persone. Nel giro di poche ore ai gendarmi di guardia è stato chiaro come quelle persone non si fossero riunite per passeggiare sugli Champs-Elysées. Prima centinaia, poi migliaia, poi decine di migliaia di abitanti di Parigi hanno riempito l’immensa piazza. E hanno cominciato a rumoreggiare. L’assemblea è stata riconvocata con tre ore d’anticipo, a mezzogiorno. Tre mozioni sono state presentate. La prima, a firma Palikao, riconferma la fedeltà all’impero. La seconda, a firma del leader repubblicano Favre, è semplicemente la riproposizione di quanto chiesto nella notte. La terza viene presentata da un deputato orleanista piccoletto e con la testa a pera come quella del suo ex re. Si chiama Adolphe Thiers. Propone di costituire un nuovo governo, ma senza alcun riferimento a impero o repubblica – quello si vedrà poi. Parte la discussione.
Alle 15 la folla decide di aver perso la pazienza. Travolti i gendarmi, che in gran parte si uniscono ad essa (alla faccia di Palikao), invade il palazzo. Il presidente bonapartista dell’assemblea, l’industriale lorenese Schneider, indignato e offeso (e probabilmente terrorizzato) sospende la seduta e si eclissa assieme alla maggior parte dei deputati. Nella sala, oltre alla folla, rimangono i 27 deputati repubblicani per tentare di calmare gli animi. Missione impossibile. Per quanto i “tre Jules”, e con loro tutti i deputati repubblicani tentino di ragionare e far ragionare, la folla ha in testa una sola cosa: la repubblica, e subito. Iniziano a volare i documenti abbandonati sui banchi. Poi i banchi.
E’ a quel punto che l’avvocato con l’occhio di vetro l’ha sparata.
Si chiama Léon Gambetta. E’ un deputato repubblicano relativamente ininfluente, non fosse che la sua abilità oratoria lo rende estremamente apprezzato dal popolo di Parigi. Quello dei quartieri est. I proletari creati dalla crescita industriale dell’impero. Ecco, l’avvocato Gambetta a quel punto sale sulla tribuna della presidenza, ottiene per miracolo il silenzio in aula. Poi, la spara:
“Cittadini! Stante che la patria è in pericolo; che il tempo necessario è stato dato all’assemblea per pronunciare la decaduta dell’imperatore; che noi siamo e che noi rappresentiamo il potere legale eletto dal libero suffragio universale; noi dichiariamo che Luigi-Napoleone Bonaparte e la sua dinastia hanno finito per sempre di regnare sulla Francia!”
Ed è il putiferio. La folla trae le sue (ovvie) conclusioni e urla “Repubblica!” ad una sola voce. Jules Favre tenta di rimediare gridando “La repubblica non è qui che dobbiamo proclamarla!”. Pessima idea. La folla urla di rimando “Allora all’Hotel de Ville!”. L’Hotel de Ville. La scena di tutte le rivoluzioni parigine, da quella del 1789 in poi. I capi repubblicani, Favre, Ferry, Simon e ora anche Gambetta, non possono che obbedire. Praticamente portati dalla folla, vanno all’Hotel de Ville. Li’ sono raggiunti da parecchi esponenti dei movimenti rivoluzionari. Il giacobino Delescluze con le sue occhiaie da morituro. Il socialista Louis Auguste Blanqui, detto “Il Prigioniero” perché in vita sua ha passato più tempo nelle galere imperiali che in libertà. Per un istante Favre, Ferry e Simon sudano freddo: loro vogliono la repubblica, certo, ma assolutamente non la rivoluzione sociale. E la folla che li ha portati li’, chissà cosa vuole. Per questo l’avvocato Gambetta è stato spedito li’ fuori sul terrazzo a sfruttare la sua abilità oratoria nell’arringare la folla. Per questo i terrorizzati deputati conservatori sono stati accolti a braccia aperte e non a fucilate. Per questo, infine, è stato spedito un messaggero al quartier generale della guarnigione di Parigi. Al generale Trochu. A chiedergli di diventare il capo del nuovo governo repubblicano. Trochu, l’unico uomo abbastanza repubblicano per i repubblicani e abbastanza conservatore per i conservatori. Ma soprattutto, abbastanza amato dalla folla che là fuori inizia a dare segni sempre più decisi di impazienza, e cio’ nonostante non certo sospettabile di volontà rivoluzionarie (se non dall’acuto Palikao). L’unico uomo che puo’ impedire a quella stramba rivoluzione per caso di finire in un bagno di sangue. I fantasmi di Robespierre e di Cavaignac aleggiano sulle teste dei deputati.
Un trapestio sullo scalone d’ingresso dell’Hotel de Ville, poi si apre la porta della sala nella quale i deputati sono riuniti in attesa. Il bretone, schivo generale Trochu dalla testa ad uovo e dai baffi appuntiti manda a dire che accetta, a tre condizioni: che vengano rispettate la religione, la famiglia e la proprietà.
Favre, Ferry e Simon si guardano: la stramba rivoluzione è finita bene.
Le truppe prussiane sono a pochi chilometri da Parigi.

(Appunti
- il 3 settembre giunge in città la notizia di Sedan; a mezzanotte l’assemblea legislativa si riunisce (malgrado la contrarietà del vicario imperiale Palikao); non si raggiunge alcuna decisione, anche perché i 27 deputati repubblicani reclamano con effetto immediato 1) il decadimento di Napoleone III 2) l’elezione di un governo che abbia come missione la cacciata dei prussiani 3) il mantenimento di Trochu come comandante militare a Parigi; (la dichiarazione è letta da Jules Favre).
- nella notte inizia a girare tra guardie nazionali e uomini della “sinistra” la voce di radunata davanti al palais-bourbon (sede dell’assemblea) per “fare pressione”; Palikao ordina di schierare 5000 uomini a protezione del palazzo e delle adiacenti Tuileries (dove c’è l’imperatrice), ma non coinvolge Trochu e le truppe di linea, da lui ritenuti filo-repubblicani.
- Alle 12 si riunisce il corpo legislativo; ci sono tre proposte: Palikao (confermare l’impero); Favre (come sopra); Thiers (costituzione di un nuovo governo, ma nessun riferimento all’impero e a Napo); si discute, ma
- alle 15 una folla proveniente da Place de la Concorde invade il palazzo; il presidente Schneider leva la seduta e se ne va con quasi tutti i deputati, tranne i repubblicani che restano per cercare di calmare gli animi; la folla pero’ è incazzata nera, e iniziano a volare prima carte, poi sedie etc. a quel punto
- Gambetta, deputato repubblicano, va alla tribuna e urla: “Cittadini! Stante che la patria è in pericolo; che il tempo necessario è stato dato all’assemblea per pronunciare la decaduta – di Napo; che noi siamo e che noi rappresentiamo il potere legale innalzato dal libero suffragio universale; noi dichiariamo che Luigi-Napoleone Bonaparte e la sua dinastia hanno finito per sempre di regnare sulla Francia!”
- putiferio: la folla trae le conclusioni e urla “Repubblica!”; Favre tenta di rimediare gridando “La repubblica non è qui che dobbiamo proclamarla!”; al che la folla inizia a urlare “Allora all’Hotel de Ville!” (il municipio, sede di tutte le rivoluzioni precedenti e simbolo dell’autonomia parigina); Favre e Gambetta a quel punto non possono che eseguire: si va tutti all’Hotel de Ville.
- Là, all’Hotel de Ville, i deputati repubblicani riescono a mantenere in secondo piano i “rossi” (anche grazie a Gambetta che arringa la folla da un terrazzo), e attendono l’arrivo dei deputati conservatori; questi giungono portando l’approvazione (un pochetto tardiva) della mozione Thiers, e restano sconvolti dalla situazione: la repubblica è già stata proclamata.
- per “coprirsi” a sinistra, Favre e Ferry (i capi repubblicani) cooptano nel nascente governo Rochefort, giornalista idolo dei quartieri operai da qualche tempo in prigione (in realtà è un gigapirla); per “coprirsi” invece a destra offrono la presidenza al generale Trochu, che dopo qualche tentennamento (chiede che tutti si impegnino a che siano protette “la religione, la famiglia e la proprietà”) accetta; è la nascita del
- governo della Difesa Nazionale: presidente Trochu, ministri una pattuglia di deputati della Senna, un paio di altri dipartimenti e il generale Le Flo alla guerra.
- la repubblica nasce nel caos e limitata a Parigi; d’altra parte, nasce senza spargimento di sangue: sia Palikao che l’imperatrice vengono lasciati fuggire tranquillamente.)

Scena 4. Querétaro autunno 1867.

Massimiliano d’Asburgo morto

E’ stato fatto un buon lavoro, tutto sommato.
Certo, nessuno vedrà più i famosi occhi azzurri dell’imperatore venuto da oltre l’Oceano. Dopo il disastro fatto dalle pallottole – e dire che l’aveva chiesto, di risparmiargli il viso – l’unica soluzione praticabile è stata mettere degli occhi di vetro. E siccome in Messico non c’è tanta gente che debba sostituire un occhio azzurro, si è riusciti a trovarne solo di scuri. Peccato. Il resto del procedimento d’imbalsamazione è andato bene, peccato per gli occhi. Alla vedova verrebbe un colpo, a vederlo. Ma importa poco: la vedova è già impazzita quando l’altro imperatore, quello che ha spedito Max a farsi ammazzare cosi’ lontano da casa, si è rifiutato di salvarlo.
Max, che adesso sta per essere portato in giro per il Messico imbalsamato ed esibito come un trofeo, prima del 1863 era ammiraglio della flotta austriaca, e viceré del Lombardo-Veneto. Soprattutto, era figlio dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Prima del 1863. Quando un altro imperatore, quell’altro imperatore che avrebbe poi firmato di fatto la sua condanna a morte, gli aveva offerto un impero tutto suo. Il Messico. Quell’altro imperatore era Napoleone III di Francia.
I francesi erano arrivati in Messico l’anno prima, nel 1862. La repubblica Messicana di Benito Juarez aveva deciso di azzerare il debito estero, guadagnandosi l’ira dei tre maggiori paesi creditori: Regno Unito, Spagna e Francia. I creditori si erano accordati per un intervento congiunto, che convincesse Juarez a rimangiarsi l’azzeramento. I primi due avevano reagito con qualche minaccia, e l’occupazione spagnola di Veracruz. Ma Napoleone aveva un piano più ambizioso: invadere il Messico, tutto intero. Non appena la regina Vittoria d’Inghilterra e i deboli governanti spagnoli si erano accorti delle mire dell’imperatore dei Francesi, avevano messo bene in chiaro che l’invasione, per quanto li riguardava, era fuori questione. Tanto meglio, aveva pensato Napoleone il Piccolo: un altra guerra francese, un’altra vittoria francese, altra gloria che lo avrebbe avvicinato di un altro gradino allo zio.
Tutto era andato bene, per qualche tempo. Juarez in fuga verso la frontiera con gli Stati Uniti, le piazzeforti e gli eserciti della repubblica messicana che cadevano o si sfaldavano l’uno dopo l’altro. Napoleone aveva ben pensato di offrire il trono del nascente impero ad un rampollo della Casa d’Austria, di modo da allontanare da sé il sospetto di voler fare del Centroamerica una colonia francese. E Max dagli occhi azzurri aveva accettato, facendosi incoronare nel 1864 a Città del Messico appena conquistata dalle truppe francesi. Maximiliano I do Mexico. Solo qualche desperado repubblicano continuava a resistere in armi negli immensi spazi del nuovo impero.
I nuovi occhi di vetro scuro di Max, muti, testimoniano quel ch’è successo poi.
Intanto, i desperados invece di diminuire aumentano. Juarez dalla frontiera statunitense anima la resistenza, e i massacri compiuti dalle truppe francesi non fanno che rendere sempre più aspra la guerra civile. Poi arriva il 1866. In Europa, il regno di Prussia infligge all’impero austriaco una sconfitta che rischia di farlo collassare. Soprattutto, conquista la supremazia in Germania e guarda goloso oltre il Reno. Oltre il Reno, c’è la Francia. La Francia che si guarda attorno, e si rende conto improvvisamente di essere sola. L’Austria è in ginocchio. Regno Unito e Spagna non hanno perdonato a Napoleone la mossa in solitaria del 1862. L’Italia non prova gratitudine per chi si è preso Nizza e Savoia e continua a proteggere il papa a Roma. La Russia nemmeno a parlarne, dopo la guerra di Crimea e l’appoggio dato dal romantico imperatore dei francesi ai polacchi in rivolta per la propria indipendenza.
Napoleone quindi vuole chiamarsi fuori dall’avventura messicana, perché la guerriglia non accenna a finire e assorbe tante truppe francesi che starebbero meglio in patria a fronteggiare quella che percepisce come la nuova minaccia. E da’ l’ordine. I francesi si reimbarcano, lasciando Max a vedersela con i desperados, ormai diventati una marea. Sua Maestà l’imperatrice Carlota do Mexico si precipita a Parigi, implora l’imperatore dei francesi di ripensarci. Napoleone il Piccolo non muove un dito. Cade Città del Messico. In una cittadina sconosciuta agli osservatori europei, Querétaro, finisce a 34 anni davanti ad un plotone d’esecuzione l’avventura di Max dagli occhi azzurri.
Non colpitemi in faccia, voglio che mia madre possa riconoscermi, ha detto pochi istanti prima degli spari. Parole al vento. Per fortuna in Messico sanno come imbalsamare un corpo, e come correggere i disastri delle pallottole.
Peccato per gli occhi.

Scena 5. Montmartre 7 ottobre 1870.

→ Serman, pagg. 124-131
→ Horne
→ Jean-Marie Mayeur, Gambetta, la patrie et la république, Paris, Fayard, 2008.
→ Stéphanie de Saint Marc, Nadar, Gallimard, « NRF Biographies », Paris, 2010.

C’è una gran folla, assiepata attorno allo spiazzo ai piedi della collina di Montmartre. Manca poco alle 11 del mattino di una soleggiata giornata autunnale.
Parigi è sotto assedio da tre settimane. Le armate prussiane hanno raggiunto i sobborghi della capitale pochi giorni dopo la proclamazione della repubblica, e hanno iniziato lentamente a circondare la cintura di forti che ne difende i bastioni. Il 19 settembre 1870 il cerchio si è chiuso, e i prussiano hanno iniziato a scavare le trincee e a sistemare le postazioni per l’artiglieria. Trochu, il quale oltre che capo del governo è comandante in capo dell’armata di Parigi, ha a sua disposizione quasi mezzo milione di uomini in armi. Mezzo milione è un numero imponente, di molto superiore a quello dei prussiani attorno alla capitale. Ma quello di Trochu è un mezzo milione di n’importe quoi. Ci sono 12.000 fanti di marina, poi tra i 50 e i 60.000 soldati dell’esercito. E già qui ci sono dei problemi: metà degli uomini dell’esercito è appena stata reclutata e sa a malapena sparare coi nuovi fucili chassepot; l’altra metà si è salvata per il rotto della cuffia dalla resa dell’armata imperiale, ed ha corso fino a Parigi con i prussiani alle calcagna. Queste sono le truppe regolari, le uniche sulle quali un ufficiale regolare come Trochu fa davvero affidamento. Il resto, sono cittadini in armi. 300.000 guardie nazionali di Parigi, e 115.000 guardie mobili venute dalla provincia prima che iniziasse l’assedio. 22.000 di loro vengono dalla poverissima Bretagna, e dimostrano un certo attaccamento per il loro conterraneo Trochu. Il quale, infatti, solo di loro si fida tra quei 415.000 “irregolari”.
In ogni caso, nessuno puo’ più entrare o uscire da Parigi. Non via terra, perlomeno.
Al numero 35 di boulevard des Capucines, c’è l’atelier di un fotografo. Si chiama Gaspard-Félix Tournachon, detto Nadar. E’ un’istituzione, Nadar. In attività fin dal 1848, è stato soprannominato “il Tiziano della fotografia” per i risultati dei suoi esperimenti sull’utilizzo della luce artificiale. Nel 1854 ha realizzato il Pantheon Nadar, una raccolta monumentale di ritratti degli uomini più potenti o celebri dell’impero. Da Baudelaire all’imperatore stesso, tutti sono stati catturati dall’obiettivo delle sue macchine fotografiche.
Ma Nadar non è solo un fotografo. E’ anche Michel Ardan, l’inventore del proiettile-navicella che viene sparato verso e contro la luna nel romanzo di Jules Verne. Nadar = Ardan. Lo scrittore è amico del fotografo, e l’idea per il suo Dalla Terra alla Luna gli è venuta vedendo uno degli esperimenti di Nadar. Un pallone aerostatico gigantesco, culmine della passione per il volo che nel 1858 aveva portato Nadar ad essere autore delle prime fotografie aeree della storia. Scattate verso e contro Parigi da un pallone aerostatico. Da una mongolfiera. All’inizio dell’assedio, Nadar ha messo al servizio del nuovo governo le sue conoscenze in materia di macchine volanti. Ha fondato la Compagnie d’Aérostiers, con sede nella Gare de l’Est, deserta per mancanza di traffico ferroviario. 160 tra cucitrici e operai lavorano alla costruzione dei ballons montés.
Ce ne sono due, di mongolfiere, in mezzo allo spiazzo ai piedi della collina di Montmartre. Si stanno gonfiando lentamente, enormi meduse adagiate sulla terra bruna. Si chiamano Armand Barbès e Georges Sand. Il Sand è li’ casomai qualcosa andasse storto col Barbès. Eventualità abbastanza probabile, considerato che entrambi i palloni sono riempiti di gas per l’illuminazione stradale. Considerato che una sigaretta accesa un po’ troppo vicina potrebbe trasformarli in enormi sfere di fuoco.
Poco prima che il cerchio delle armate prussiane si chiudesse attorno a Parigi, tre uomini hanno lasciato la capitale. Isaac-Jacob Cremieux, ministro della giustizia, l’ammiraglio Fourichon ministro della marina, e il deputato repubblicano Glais-Bizon. Il governo della Difesa Nazionale del generale Trochu li ha spediti in provincia, per mantenere la presenza dello Stato anche nel caso la capitale fosse rimasta isolata. I tre si sono installati nella città di Tours, a sud di Parigi. Purtroppo la scelta dei personaggi non si è rivelata felice: Fourichon è un tecnico, Cremieux e Glais-Bizon due esponenti repubblicani di secondo piano. La delegazione di governo di Tours non ha la benché minima influenza sulle turbolente province. Dove si reclutano disordinatamente uomini per la guerra, dove covano rivolte autonomiste o socialiste, o dove semplicemente si ignorano le decisioni del governo. I tre Jules (Favre Ferry & Simon) e Trochu si rendono conto di dover mandare qualcun’altro a Tours. Qualcuno che abbia carisma. Qualcuno che abbia polso, e fede incrollabile nella vittoria della repubblica.
Il Barbès e il Sand sono ormai completamente gonfiati, tenuti fissati al suolo dai sacchi di sabbia e dalle corde tenute saldamente dai fanti di marina di Trochu. Tra la folla si fa strada un gruppetto di persone. Sono un certo Trichet, pilota dell’_Armand Barbès_, il deputato repubblicano Spuller. E Léon Gambetta. L’uomo scelto dal governo per raggiungere Tours e prendere in mano l’organizzazione delle armate della Difesa Nazionale che dovranno liberare Parigi. L’uomo che ha accettato con determinazione, per quanto adesso sudi freddo: soffre di vertigini.
Trichet, Spuller e Gambetta salgono nella cesta del Barbès. I fanti di marina iniziano ad allentare le corde, il pilota a buttare fuori dalla cesta i sacchi di sabbia. La macchina volante del fotografo Nadar inizia ad alzarsi, lentamente. Gambetta saluta la folla. La mano con la quale si tiene al bordo della cesta potrebbe strapparne un pezzo da un momento all’altro, ma il viso è sorridente. La gente assiepata attorno alla piazza, allineata in lunghe file sui fianchi della collina fino in cima, fino alla torre Solferino, lo guarda. Tutta Parigi lo guarda, e si fida di lui. Gambetta non intende deluderla vomitando l’anima. Sotto la cesta è fissato un tricolore francese. Quando la mongolfiera si alza nell’aria, libera ormai dalle corde che i fanti di marina poi riarrotoleranno, il tricolore sventola nell’aria autunnale.
La folla grida più volte, ritmicamente.
Lunga vita alla Repubblica.

(Appunti
4 settembre – repubblica
19 settembre – Parigi accerchiata dai prussiani
Cremieux (ministro della giustizia), l’ammiraglio Fourichon (ministro della marina) e Glais-Bizoin (deputato repubblicano) avevano già lasciato la città prima del 19, installandosi a Tours come “delegazione governamentale”; sono pero’ privi di reale autorità, e a Parigi concludono sia necessario mandare a raggiungerli qualcuno che ne abbia; la scelta cade sul tribuno Gambetta, ministro dell’interno; per lasciare Parigi viene utilizzato un “ballon monté”, ovvero una mongolfiera riempita di gas normalmente utilizzato per l’illuminazione delle strade (pericolosissimo!); Gambetta e il suo fidato braccio destro Spuller riescono cosi’ a uscire da Parigi assediata e a raggiungere Tours. Il “pilota” del ballon si chiama Trichet. Victor Hugo è presente alla partenza e cosi’ ne scrive: ""It was beautiful. A soft sunlight of autumn. Below the flask of Gambetta hanging off a Tricolour flame. It was shouted: Long live the Republic!" (placca commemorativa a Montmartre).
- partono alle 11 del mattino, da place Saint-Pierre, un terreno sulla collina di Montmartre.
- i palloni vengono ideati e organizzati dal fotografo e artista Nadar, che fin dalla fine degli anni 1850 sperimentava in merito; tra l’altro era stato autore della prima foto aerea di Parigi; all’inizio dell’assedio Nadar fonda la “Compagnie d’Aérostiers” assieme ad alcuni soci, e costruisce tre palloni; oltre 160 tra cucitrici e operai lavorano alla Gare de l’Est (una delle stazioni ferroviarie di Parigi) alla costruzione; quello che porta Gambetta fuori da Parigi è l’_Armand Barbès"_. La mattina del 7, è pronto al decollo anche il Georges Sand, casomai il Barbès avesse dei problemi.
- situazione di Parigi al 7 ottobre: Trochu ha a disposizione: 12.000 fanti di marina e 50-60.000 uomini di fanteria (in gran parte pero’ reclute inesperte), comandati dai generali Vinoy e Ducrot; 115.000 guardie mobili (ossia guardie nazionali di provincia, mobilitate per la guerra), delle quali 22.000 bretoni particolarmente fedeli al loro conterraneo Trochu; 300.000 guardie nazionali parigine, semplici cittadini armati e inquadrati, ma senza addestramento; apparentemente un sacco di gente con un sacco di armi, ma Trochu si fida solo dei soldati regolari (e neanche di tutti).)

Scena 6. Parigi primavera 1870.

→ Horne.

“Gli abbiamo garantito una vecchiaia felice”.
Questo il commento di Emile Ollivier, quando gli riportano i risultati del plebiscito. Ha un sorriso furbo e la carica di primo ministro dell’impero, il repubblicano rallié che da quattro mesi affianca Napoleone III nella definitiva istituzionalizzazione dell’Impero Liberale.
Le elezioni legislative del maggio 1869 hanno rischiato di far pagare cara all’imperatore la sua passione per la democrazia. Dopo la campagna elettorale più tesa degli ultimi quindici anni, con tanto di scontri di strada a Parigi e in altre grandi città, le opposizioni hanno ottenuto un risultato eclatante. I candidati governativi hanno si’ mantenuto la maggioranza all’assemblea, con 4.600.000 voti. Ma i repubblicani, i legittimisti e gli altri avversari dell’impero ne hanno guadagnati ben 3.300.000. Il che, al netto dei brogli legalizzati a cura dei prefetti imperiali, è suonato come un pericoloso segnale d’allarme. Non sono bastate l’istituzione della cassa per le pensioni, di quella per i decessi sul lavoro, di quella per gli incidenti, sempre sul lavoro. E nemmeno l’abrogazione dell’articolo del codice civile che dava primazia alla parola del datore di lavoro su quella dell’operaio, in caso di processo. Il popolo francese, soprattutto quello delle grandi città, soprattutto quello di Parigi, sembra star abbandonando il suo imperatore.
La componente conservatrice del bonapartismo, guidata dall’imperatrice Eugenie, ha tratto spunto dal disastro rischiato per premere con più veemenza su Napoleone. Basta mene parlamentariste, torniamo all’impero autoritario. Ma l’imperatore non intende rinunciare ai suoi sogni social-paternalisti, e crede i risultati delle elezioni un semplice incidente di percorso. Ed ecco Ollivier, l’uomo giusto per la definitiva vittoria di Napoleone sul conservatorismo dello stesso partito bonapartista. Ollivier il repubblicano, certo, ma un repubblicano pragmatico. Un repubblicano che non esita ad accettare la carica di primo ministro dell’impero. Un repubblicano che a gennaio ha costituito un governo di bonapartisti e orleanisti, escludendo legittimisti a destra e repubblicani a sinistra.
L’imperatore e Ollivier mettono a punto una specie di testo costituzionale per quell’impero che fin li’ ha vissuto di confusione. Un testo che consacri il ruolo del parlamento, la responsabilità personale dei ministri. Un testo che avvicini definitivamente l’impero francese a quello, tanto ammirato da Napoleone, di Vittoria d’Inghilterra.
Ed è al popolo francese che l’imperatore sottopone il suo sogno. L’8 maggio 1870 si tiene un plebiscito a suffragio universale, come quello che diciotto anni prima ha risposto “oui” al colpo di stato del principe-presidente. Legittimisti e repubblicani, forti dei risultati dell’anno prima, invitano i francesi a votare “non”, stavolta. Stavolta, pensano, è la volta buona. Napoleone andrà incontro al disastro.
Quando i risultati vengono comunicati all’imperatore, lui reagisce con un sorriso calmo. Il sorriso di chi sa di essere nel giusto, di chi sa di essere amato. “J’ai mon chiffre!”, ho i numeri, esclama.
Perché non è una moltitudine di “non” a uscire dalle urne, a decretare la fine dell’impero. E’ una valanga di “oui”, a travolgere i suoi avversari. Sette milioni di “oui”. Come diciotto anni prima. Il popolo è ancora con l’imperatore. Il disastro messicano, l’isolamento in Europa e nel mondo, i calcoli renali che lo fanno urlare la notte. Nulla importa più a Napoleone. Il suo è un impero immortale.
Il leader dei repubblicani Jules Favre mormora sconsolato “Non ho più nulla da fare in politica”. Uno sconosciuto avvocato con un occhio di vetro, a Parigi, si mette il cuore in pace.
“Dopo questi risultati, l’impero durerà altri vent’anni”.

(Appunti
Elezioni legislative maggio 1869:
- elezioni abbastanza tese, soprattutto a Parigi dove, dopo 15 anni, si rivedono tafferugli nelle strade;
- i candidati bonapartisti nel complesso vincono, ma con 4.600.000 voti contro i 3.300.000 delle opposizioni perdono di brutto rispetto alla situazione precedente.
- soprattutto, perdono i bonapartisti autoritari, il che non dispiace a Napo; il quale infatti nel gennaio 1870 affida il governo a Emile Ollivier, un repubblicano “rallié” (passato) all’impero; questi crea un governo che unisce bonapartisti liberali e orleanisti, escludendo gli autoritari a destra e i repubblicani a sinistra.
Plebiscito 8 maggio 1870:
- Napo e Ollivier mettono a punto un testo “costituzionale” che renda definitivamente l’impero una monarchia semi-parlamentare, e lo sottopongono al suffragio universale; legittimisti (fan dell’assolutismo) e repubblicani, forti dei risultati alle elezioni dell’anno prima, invitano a votare No; ma è una valanga di Si’: oltre 7 milioni.
Napo: “J’ai mon chiffre!”
Ollivier: “Gli abbiamo (a Napo) garantito una vecchiaia felice”
Gambetta (sconsolato): “Dopo questi risultati l’impero durerà altri vent’anni”)

Scena 7. Hotel de Ville 31 ottobre 1870.

→ Horne.
→ Serman, pagg. 136-140.

1 novembre.
Parigi è silenziosa. Il prefetto di polizia della Senna Edmond Adam scende le scale della prefettura, esce sulla piazza illuminata dalla luce grigia e irreale dell’alba. Inspira profondamente. Soffia fuori dal naso e dalla testa la stizza, la rabbia e la fatica. L’ex, prefetto di polizia della Senna Edmond Adam.
Due grandi sortite, sono state tentate per spezzare l’assedio prussiano. Il 13 ottobre le truppe regolari di Trochu si sono lanciate contro le trincee avversarie sull’altopiano di Chatillon, a sud. Il 21 contro i villaggi fortificati de La Malmaison e de La Jonchère, a est. Il comandante sul campo, il sulfureo generale Ducrot, ha avuto un paio di cavalli uccisi sotto di sé mentre Trochu osservava la scena dalle casematte dei forti di Parigi. Migliaia di uomini ci hanno lasciato la pelle. Le linee prussiane non sono state scalfite. Nemmeno scalfite. La guardia nazionale è stata obbligata a non intervenire dagli ordini ripetuti di Trochu. I generali non si fidano dei cittadini in armi.
In provincia, Gambetta lavora come un disperato. Ha messo in piedi una serie di armate, disorganizzate e a corto di tutto. Migliaia e migliaia, centinaia di migliaia di soldati-contadini comandati da più o meno improvvisati generali repubblicani. Li ha lanciati contro le forze prussiane che coprono le spalle a quelle che stanno strangolando Parigi.
Se in qualcuno crede, il popolo di Parigi crede in Gambetta. Le azioni di Trochu sono in fortissimo ribasso.
Poi, il 30 ottobre, tre fulmini si sono abbattuti sulla capitale.
Primo fulmine. Il governo ha confermato una notizia che già da due giorni era stata data dal giornale Le Combat. Il giornale del tribuno rivoluzionario Felix Pyat. Notizia fin li’ seccamente smentita da Trochu. L’ultima armata del vecchio esercito imperiale, l’ultimo strumento militarmente valido a disposizione della Francia, si è arresa. E’ un’altra Sedan, peggiore di Sedan. Se con l’imperatore erano caduti prigionieri 104.000 uomini, col maresciallo di Francia Achille Bazaine se ne arrendono 142.000. Sotto le mura della cittadella di Metz sfilano gettando le armi le ultime serie speranze che la guerra non finisca in totale disastro per la Francia. A Parigi si parla di tradimento.
Secondo fulmine. Da due giorni un combattimento divampa sulla cintura di forti a nord di Parigi. Il 28 ottobre il generale francese De Bellemare ha sconsideratamente ingaggiato un duello tutto personale con i prussiani che tengono alcune posizioni attorno al sobborgo di Saint Denis. E’ una follia, De Bellemare ha poche migliaia di uomini. I prussiani decine, di migliaia. Ma i parigini ci credono, la loro fede nella vittoria non contempla la ritirata. Trochu, su tutte le furie, invece la contempla eccome. Ordina a De Bellemare, dopo due giorni di massacro a senso unico (ovvero di soli francesi) di piantarla. Rifiuta ancora una volta di far uscire dai bastioni la guardia nazionale. Aggiunge un’altra sconfitta al proprio palmares. La più indipendente dalla sua volontà, eppure quella che i parigini gli addebitano con più rabbia.
Terzo fulmine. Il peggiore, il più devastante. Diviene di dominio pubblico il fatto che il governo della Difesa Nazionale, incaricato di continuare la guerra, di ribaltarne le sorti, sta trattando un armistizio con i prussiani. Il piccolo deputato orleanista e conservatore dalla testa a pera, monsieur Thiers, è il tramite dell’affare.
I parigini si passano l’un l’altro i giornali. Nei café, nelle osterie dei quartieri popolari la rabbia monta. Anche a Passy, nei quartieri borghesi dietro il Trocadero, la gente parla. E quel che dice non è nulla di buono per il governo della Difesa Nazionale.
31 ottobre.
Parigi si sveglia sotto una pioggia glaciale. Raffiche di vento spazzano i boulevard, tutto è coperto di una patina lucida d’acqua e di freddo che fa scricchiolare i denti. Il governo, come sempre, si riunisce di prima mattina all’Hotel de Ville. Alle 11, agli sguardi preoccupati delle guardie bretoni che presidiano le entrate del palazzo si presenta una folla immensa. Sono guardie nazionali e cittadini, vecchi bambini donne. Urlano “Niente armistizio! Levée en masse! Guerra fino alla morte! Abbasso Trochu! Elezioni!”. Qualcuno, in mezzo alla moltitudine, grida “Viva la Comune!”. Molte voci lo seguono.
Dentro al palazzo c’è un uomo che comprende la gravità della situazione. Si chiama Etienne Arago,è il sindaco di Parigi nominato dal governo in settembre. E sa bene che stavolta non c’è un Gambetta a portata di mano, che possa blandire la folla con la sua eloquenza ed evitare il peggio. Va da Trochu, da Ferry Favre e Simon e implora di accogliere almeno una tra le richieste della folla: le elezioni municipali immediate. Trochu si rende conto di non poter contare sui battaglioni borghesi della guardia nazionale, perché hanno fatto causa comune con quelli dei quartieri popolari e si sono fusi nella folla. Sa anche di non voler scatenare una guerra civile facendo intervenire le truppe regolari. Sarà un mediocre generale e un pessimo politico, Trochu, ma non è un macellaio. Concede ad Arago le elezioni immediate, e il sindaco di Parigi si precipita a riferire alla folla. Aggiungendo che non c’è alcuna trattativa d’armistizio in atto. Sono le 14, e parte della folla inizia a defluire dalla piazza. Sono i battaglioni della guardia nazionale dei quartieri borghesi, che si ritengono soddisfatti dalle dichiarazioni di Arago.
Ma per qualche centinaio di persone che abbandonano la piazza, ce n’è qualche decina che la raggiunge. Sono i leader rivoluzionari messi da parte durante la rivoluzione del 4 settembre. Tra loro c’è Pyat, il giornalista che ha dato per primo notizia della resa di Metz. Lui, come tutti coloro che sono rimasti accalcati di fronte all’Hotel de Ville, non è affatto soddisfatto dalle parole di Arago. Sono ormai le 15, e le guardie bretoni che presidiano il grande scalone d’ingresso del palazzo sono testimoni di un mutamento repentino nell’umore della piazza. La piazza che adesso entra nel palazzo, letteralmente. Trochu ha dato ordine di non sparare, e i suoi bretoni possono solo assistere alla fiumana di gente che rimonta lo scalone, attraversa i corridoi e irrompe nella sala dove è riunito il governo. In testa c’è un nutrito gruppo di guardie nazionali parigine guidato da Gustave Lafrançais. Minacciano di buttare dalle finestre i membri del governo. Lefrançais proclama la nascita di una Comune Rivoluzionaria di Parigi. Trochu, Favre Ferry e Simon non battono ciglio. Solo il ministro delle finanze Ernest Picard si alza e se ne va. Tutti gli altri restano seduti al grande tavolo della sala. Attorno a loro la confusione è totale. Lefrançais inizia a raccogliere liste di nomi per un nuovo governo. Liste che passano di mano in mano nei corridoi, giù per lo scalone, nella piazza. Vengono gridate dai terrazzi dell’Hotel de Ville. La folla ne discute, acclama o fischia i singoli nomi. Nessuno sa cosa sia una comune rivoluzionaria, nella pratica. Nessuno sa che poteri abbia, che giurisdizione. L’unica cosa chiara e lampante, per la folla, è che debba continuare la guerra fino alla vittoria della Francia.
Alle 16 le porte della sala vengono spalancate di nuovo. Entrano altre guardie nazionali, alla loro testa un personaggio da romanzo. In pugno ha una sciabola turca, e anche il resto dei suoi abiti hanno un che di orientale. Sopra la barba lunga che gli copre il petto, due occhi ardenti che hanno visto la guerra tra gli indipendentisti cretesi e l’Impero Ottomano. Gustave Flourens, il comandante della guardia nazionale di Belleville. Il quartiere operaio per eccellenza tra tutti quelli della capitale. Ha il senso del teatro, Flourens. Balza in piedi sul tavolo e marcia avanti e indietro, arringando i presenti. I suoi stivali con gli speroni da cowboy passano ad un centimetro dal naso di un impassibile Trochu. Flourens si ferma, estrae dalla tasta un foglio ripiegato. Anche lui ha la sua lista di nomi. Li scandisce, vengono tutti acclamati. Poi si ricomincia a discutere, perché nella sala sono arrivati anche Millière e Delescluze, i vecchi giacobini, e bisogna tener conto anche di loro. Nella confusione totale, nessuno si accorge che manca un nome importante tra tutti coloro che si ammassano nella sala del governo. “Il Prigioniero”, Louis Auguste Blanqui. Ma anche lui è all’Hotel de Ville. Si è installato in un ufficio, dopo aver tentato invano di farsi consegnare dal segretario di Arago i sigilli del sindaco di Parigi. Per nulla scoraggiato ha iniziato a emanare decine di ordini a caso, tra i quali il decreto di destituzione del prefetto di Metz. Metz, che da quattro giorni è nelle mani dei prussiani. La situazione scivola rapidamente dalla confusione al grottesco. Mentre Flourens è ancora in piedi sul tavolo, Trochu e Jules Ferry si scambiano un’occhiata, si alzano e se ne vanno. Nessuno li ferma.
Fuori dall’Hotel de Ville è ormai calata la sera. Il freddo si fa più tagliente. Gran parte della gente che gremisce la piazza è convinta che la Comune Rivoluzionaria di Parigi sia cosa fatta. Prima singolarmente, poi a piccoli gruppi, poi in numero sempre maggiore. La folla abbandona la piazza e se ne torna a casa.
Alla prefettura di polizia, il prefetto Edmond Adam è tra i pochi a mantenere il sangue freddo. Il ministro Picard è arrivato da lui già nel primo pomeriggio, raccontandogli del primo assalto all’Hotel de Ville. Adam è un gambettista, un sincero repubblicano. E condivide con Trochu la volontà di evitare a tutti i costi una guerra civile. Infatti per ore ha tenuto a freno il furibondo generale Ducrot, che vuole marciare sull’Hotel de Ville per liberare il proprio capo e regolare i conti con i rivoluzionari alla maniera di Cavaignac. Nella notte appena calata arrivano in prefettura anche Trochu e Ferry. Appena in tempo: Ducrot si è già messo in marcia con i suoi regolari e diverse batterie di artiglieria lungo gli Champs Elysées. Fregandosene delle sfuriate del suo braccio destro, Trochu ferma la colonna di regolari. Ha un’altra idea su come sistemare le cose.
I battaglioni borghesi della guardia nazionale. Quelli che in mattinata si sono uniti alla folla, perché c’era in gioco la patria e non la proprietà privata. Ora Trochu li informa che la loro proprietà privata è diventata proprio l’oggetto del contendere. Che è in atto un tentativo di rivoluzione sociale, non politica. I battaglioni dei quartieri borghesi dell’ovest, in piena notte, rispondono all’appello. Affluiscono in forze verso l’Hotel de Ville. Occupano la piazza ormai deserta. Circondano il palazzo.
Il prefetto Adam conduce la trattativa con i rivoluzionari, che da carcerieri del governo si trovano di colpo suoi prigionieri, chiusi dentro l’Hotel de Ville. Un battaglione di guardie mobili bretoni riesce ad entrare nel palazzo attraverso un sotterraneo. Volendo, Trochu potrebbe ordinare l’assalto contemporaneo dall’esterno e dall’interno. Sarebbe un compitino facile facile. Ma il mediocre generale e pessimo politico Jules Trochu non è un macellaio. E ordina di attendere il risultato del negoziato. Risultato positivo per tutti: Adam dà la sua parola (e quella di Trochu) che nessuno verrà arrestato, e i rivoluzionari lasciano pacificamente l’Hotel de Ville.
Il giorno dopo il governo fa arrestare quasi tutti i capi rivoluzionari. Il prefetto Edmond Adam ha la testa troppo piena di insonnia, stanchezza e disgusto. Trochu e Ferry hanno mancato alla parola che lui ha dato per loro conto. Le vie di Parigi sono deserte, il freddo taglia il viso del prefetto Adam. L’ex prefetto, Adam.
Il governo della Difesa Nazionale è salvo, la repubblica è salva.
Nell’ufficio della prefettura, sul cui tavolo ancora c’è la lettera di dimissioni di Edmond Adam, è seduto Jules Ferry. Il nuovo prefetto Ferry.
La guerra continua.

(appunto: usare come “protagonista” il prefetto Adam.

Appunti
- situazione militare: in provincia, tra il 15 e il 18 ottobre, cadono Orléans, Soissons e Chateaudun; i tentativi di sortita da Parigi condotti da Ducrot (l’autoritario braccio destro di Trochu) falliscono il 13 a Chatillon e il 21 a La Malmaison e a La Jonchère.
- il 30 ottobre tre notizie scuotono a Parigi:
1) la resa dell’ultima armata di linea del vecchio impero (quella del maresciallo Bazaine, assediata a Metz) è confermata dal governo (la notizia era stata data il 27 dal giornale Le Combat di Felix Pyat, ma seccamente smentita);
2) un’ulteriore combattimento a nord di Parigi, sconsideratamente ingaggiato il 28 in inferiorità numerica dal generale De Bellemare, si è risolto in un massacro; Trochu si è inoltre rifiutato di far uscire in rinforzo la Guardia Nazionale di Parigi;
3) diviene di dominio pubblico il fatto che il governo sta trattando, tramite Thiers, un armistizio con i prussiani.
- il 31 ottobre scoppia il casino:
alle 11 – sotto una pioggia glaciale migliaia di guardie nazionali e di abitanti, senza distinzione tra quartieri borghesi e popolari, si ammassano sulla piazza davanti all’Hotel de Ville, dove è riunito il governo; urlano “Niente armistizio! Levée en masse! Guerra fino alla morte! Abbasso Trochu! Elezioni! (municipali)”; si sente anche qualche sparso grido di “Viva la Comune!”; dentro al palazzo Etienne Arago (sindaco di Parigi) implora il governo di concedere le elezioni municipali immediate, per calmare la folla; considerato che non si puo’ contare sui battaglioni borghesi della guardia nazionale, perché hanno fatto causa comune con la folla (“non è la proprietà a essere in pericolo, in questa fase, è la patria”); e che Trochu non intende coinvolgere le truppe regolari per evitare una guerra civile; il governo concede ad Arago le elezioni immediate, e quest’ultimo riceve alcuni manifestanti e riferisce, assicurando anche che non c’è alcun armistizio in preparazione.
alle 14 – la folla inizia a defluire: parte dei manifestanti (i battaglioni borghesi e gli abitanti dei quartieri ovest – i più ricchi) si ritengono soddisfatti dalle assicurazioni di Arago, e lasciano la piazza; arrivano sulla scena Pyat e molti rappresentanti della sinistra rivoluzionaria parigina, che soddisfatti non sono affatto.
alle 15 – in seguito all’afflusso di altri elementi rivoluzionari, viene dato l’assalto all’Hotel de Ville; Trochu ha dato ordine alle guardie bretoni di servizio al palazzo di non opporre resistenza armata, e la folla dilaga; molte guardie nazionali guidate da Gustave Lefrançais entrano nella sala dove è riunito il governo, e minacciando di buttare tutti dalle finestre proclamano la caduta del governo e la nascita di una Comune rivoluzionaria; la confusione è totale: dalla sala iniziano a uscire liste di nomi per un nuovo governo che vengono discusse dalla piazza, ma nessuno sa bene che governo sarebbe e a capo di cosa.
alle 16 – fa la sua comparsa Gustave Flourens, capo carismatico delle guardie nazionali di Belleville, uno dei quartieri operai più “arrabbiati” di tutta Parigi; portandosi dietro un paio di battaglioni dei suoi, entra nella sala, sale in piedi sul tavolo al quale stanno ancora seduti i membri del governo, e tira fuori di tasca una sua lista di nomi; la legge; viene acclamata; poi si ricomincia a discutere perché nel frattempo sono arrivati anche Millière e Delescluze, capicorrente dei giacobini; nel frattempo il vecchio rivoluzionario Blanqui si è installato senza chiedere a nessuno in un ufficio e ha iniziato a emanare ordini a caso (tra gli altri, la sostituzione del prefetto di Metz, città caduta in mano prussiana quattro giorni prima); un bordello mai visto; e infatti Trochu, Jules Ferry e Picard riescono a filarsela mentre Flourens è ancora in piedi sul tavolo; tra l’altro, Trochu riesce a uscire dall’Hotel de Ville appena in tempo per ordinare a Ducrot di non intervenire con l’esercito (Ducrot, incazzato nero, blocca la colonna che già aveva messo in marcia sugli Champs Elysées).
Nel frattempo è calata la notte, e convinti che la Comune sia ormai cosa fatta la gran parte dei manifestanti se ne torna a casa.
A mezzanotte – i battaglioni borghesi della guardia nazionale, informati che all’Hotel de Ville c’è in atto una vera e propria rivoluzione (e la proprietà privata..), rispondono all’appello di Trochu e arrivano in forze; occupano la piazza e circondano il palazzo; ora sono i rivoluzionari ad essere prigionieri del governo, ma Trochu vuole evitare ad ogni costo lo scontro armato e tratta; nel frattempo un battaglione di guardie mobili bretoni entra nel palazzo attraverso un sotterraneo, e lo occupa; si rischia il massacro, ma Trochu riesce a frenare i suoi e i rivoluzionari hanno abbastanza buon senso da lasciare pacificamente il palazzo; il governo resta in sella, ai capi rivoluzionari è promessa l’immunità; scordiamoci o’ passato, insomma; fatto sta che la rivoluzione è fallita.
- il giorno dopo il governo manca alla parola data e fa arrestare buona parte dei capi rivoluzionari; il prefetto di polizia, il gambettista Edmond Adam, che aveva personalmente concluso il patto, si dimette per protesta e lascia Parigi.)

Scena 8. Londra 1873.

→ Paul Ganière, Le dernier exil de Napoléon III, Éd. Souvenir Napoléonien n°362, pagg. 21-38.

Due operazioni.
Due gennaio 1873. Il calcolo incastrato in fondo alla vescica è troppo grande. E’ un sasso, una pietra, è grosso come un pugno, come la piazzaforte di Sedan. Tagliare. Eravate a Sedan voi, dottore? Un esercito meraviglioso, un Impero immortale. Non posso sapere di mio figlio morto in Sudafrica tra sei anni, sventrato dai guerrieri zulu. Il loro sacerdote sostiene sia l’unico modo per evitare che la sua anima resti sulla terra a cercare vendetta. Sei gennaio 1873. Tagliare di nuovo. Questi due medici inglesi che litigano, dottore, sulla mia pietra grande come la Francia intera. Tagliare spezzare cucire pulire. Non posso sapere dei mattatoi a Chatelet al Parc Monceau alla Roquette due anni fa, dove il mio popolo è stato sventrato dai sacerdoti della repubblica. Sostengono sia l’unico modo perché questa grande pietra Francia sopravviva e cresca e vendichi le umiliazioni che le ho inflitto. Una Repubblica immortale. Questa grande pietra che mi ha fatto urlare la notte. Eravate a Sedan voi, dottore? 104.000 uomini, centoquattromila uomini e un impero immortale. Anestesia totale. Setticemia.
Nove gennaio 1873.

Scena 9. Inverno 1870.

Consommé di cavallo al miglio
Spiedini di fegato di cane à la maitre d’hotel
Trito di carne di gatto alla maionese
Filetto di spalla di cane al pomodoro
Stufato di gatto agli champignons
Cotolette di cane ai piselli
Salmi’ di ratto à la Robert
Prosciutto di cane accompagnato da ratti
Insalata scarola

Il 27 dicembre 1870 le batterie di nuovissimi cannoni Krupp dell’esercito prussiano iniziano il bombardamento sistematico dei forti che circondano Parigi. Il 5 gennaio 1871 allungano il tiro. I proiettili si schiantano sui tetti e sulle facciate delle case. Sulle guglie delle chiese. Sull’Arco di Trionfo. Nel bianco della città innevata si levano colonne di fumo nero.
Finiscono il legno e il carbone.
Finisce il latte in polvere per i bambini.
I ratti, quelli non finiscono mai.

Dessert e vino.

(Serman, p. 146)

 

.odt caricato, sta là negli allegati assieme alle immagini!

 
 

Avvertenza per i correttori: mi sono accorto adesso di aver lasciato nella versione caricata in .odt le o e le i con l’apostrofo invece dell’accento (la tastiera francese non ha la o e la i accentate).. pardon.

 
 

Bene Lorenz, mi metto all’opera!

 
 

In allegato le mie correzioni:
- ho cambiato le ì e le ò.
- “autoorganizzato” → auto-organizzato
- “antiimperiale” → antimperiale
- scena 7: il titolo “Hotel de Ville 31 ottobre 1870” lo metterei "Hotel de Ville ottobre-novembre 1870. Più che altro perché inizi a parlare del 1 novembre, poi del 31 ottobre e nel frattempo fai salti temporali anche a metà ottobre. giusto per semplificare un attimo la faccenda.

Per il resto, è molto bello. Solo una piccola questione: sarà l’ora tarda (è probabilmente per quello), ma nella settima scena ho perso totalmente il filo dei personaggi. Per il resto, compliments.

(altra cosa: la bibliografia si estrapola da quella che hai messo qui nel wiki?)

 
 

Orcamiseria, è vero la bibliografia definitiva. La inserisco in coda alla versione che hai corretto, aspetto le correzioni di Basil e poi la ricarico.

Sulla scena 7 hai ragione da vendere, è la più incasinata di tutte. Forse riesco a chiarificare qualche passaggio, ma il fatto è che tanti dei personaggi “lanciati” in quella scena entrano bene in gioco nella futura seconda parte, come Ferry (o Thiers, che fin qui è citato di sfuggita, ma che è uno dei personaggi che più mi giochero’ poi). E’ il problema della divisione in parti di un testo scritto in questa forma, temo :(
Sul titolo ho seguito il criterio “l’evento principale della scena da’ la data del titolo”, come nella scena 2 che sarebbe 1815-1867 ma è marcata 6 giugno 1867 per via della parata.. Anche qui ci penso un attimo.

 
 

Ok, poi dì. La questione dell’evento principale che dà la data del titolo, sì, è chiaro nel testo, solo che quella particolare scena è già un salto temporale tra le altre due, più ha internamente un flashback dal 1 novembre al 31 ottobre, che già scombina le carte in modo abbastanza sconvolgente (ti dico, poi, io a mezzanotte sono knocked out). In più uno legge la scena “31 ottobre” e si ritrova subito dopo “1 novembre” e poi di nuovo “31 ottobre”, con dei personaggi “nuovi”. E’ che, io per lo meno, leggo la data del titolo ed è quella che mi “ancora” e m’imposta l’attenzione, considerando appunto i continui salti indietro/avanti. Insomma, quella data lì mi crea “stabilità”. Se tu me la incasini – soprattutto verso la fine, dunque quando già la mi attenzione è stata forzata dal garbuglio degli eventi – il mio cervello esplode.
Per questo dicevo.

(in tutto ciò ho perso la prima lezione di filosofia del linguaggio, dio p——)

 
 

Info di servizio: ma si pubblica oggi? Nel caso posso essere reperibile via skype o similare nel pomeriggio, cosi’ definiamo le correzioni e vi invio versione definitiva etc. in tempo reale. Ditemi.

Per il titolo della 7, come lo vedresti “Parigi 31 ottobre – 1 novembre 1870”?

 
 

Per me ci può stare.
Sì gli editor hanno messo già gli altri articoli su wordpress. Ma alla fine non ci sono altre correzioni da fare, no? Se carichi l’articolo o ci dai l’ok mettiamo la bozza. Oppure, se vuoi prenderti tempo, puoi finire l’articolo stasera e lo si carica domani mattina (ma non in tempo con gli altri, o gli altri slittano a domani mattina)

 
 

No beh, io di mio sono a posto, non devo rimetterci le mani. Il mio ok c’è. Lo dicevo perché Basil non ha ancora detto nulla.. casomai fosse pure lui a Sangiovanni fatemi uno squillo che cosi’ le correzioni sue le discutiamo all’istante, carichiamo e via. Se no, vedete voi se attenderlo o caricare lo stesso.

Carico la versione con la bibliografia e le correzioni di Lara, nel frattempo.

 
 

Io sto leggendo ora le correzioni di Lara… Posto il mio parere al più presto :)

 
 

Bellissimo Lorenz, a mio modestissimo parere hai colto nel segno la discussione relativa alla comunicabilità della storia,sembra di leggere un romanzo. veramente BRAVO!!!!

Per quanto riguarda le correzioni: io trasformerei “auroorganizzato” o “auto-organizzato” in autorganizzato!!
Per il titolo della settima scena son daccordo con Lara, non sono daccordo sullo stato confusionale sempre della settima scena, sarà che io l’ho letto alle 16:00 e non a mezzanotte e mi è sembrato tutto abbastanza chiaro :)
PUBBLICHIAMOLO SUBITO!!!

VIVA LA COMUNE, ABBASSO TROCHU!

 
   

Ok, allora basta cambiare auto-organizzato in autorganizzato nella versione caricata li’ su, ed è a posto. Che si pubblichi, dunque! ;)