Due modelli in crisi? Banlieue Rouge ed Emilia Rossa: anni 80, crisi economica e immigrazione

Pagina di lavorazione dell'articolo e della prima parte del _memoire_ da consegnare entro gennaio. Si tratta di una panoramica generale su: l'analisi dei due modelli sociali ( ma anche culturali e politici) e il ruolo che hanno avuto nella storia del PCF e del PCI; la loro crisi negli anni 80 e 90; come hanno reagito di fronte alla questione dell'immigrazione; primo abbozzo di bibliografia con un accenno di stato delle fonti. Per ragioni di necessità, probabilmente si alterneranno in questa pagina appunti in italiano e in francese.

TESTO

Se nella storia come data di nascita del comunismo è stata presa quella della Rivoluzione d’ottobre in Russia del 1917, per l’Occidente forse è il caso di posticipare questa data originaria di qualche anno, quando, a seguito della promulgazione delle 21 tesi per l’adesione all’Internazionale comunista lanciate da Lenin al secondo congresso della Terza Internazionale, i differenti partiti comunisti operarono nei primi anni Venti scissioni dagli originari partiti socialisti unitari, in cui tutte le componenti avevano bene o male la loro presenza. (METTERE IN NOTA LINK ALLE TESI )
Questo è infatti il caso sia della Francia e dell’Italia, che a distanza di un anno l’una dall’altra assistettero alla nascita dei due partiti: 1920 il Partito Comunista- Sezione Francese dell’Internazionale Comunista (PC-Sfic, trasformato in PCF, Partito Comunista Francese CONTROLLARE IL PASSAGGIO PS-SFIC) nasce al congresso di Tours con l’adesione di un altissimo numero dei delegati della Sfio, che comunque ben presto abbandonarono il partito; 1921, al congresso di Livorno una minoranza composta da frazione comunista di Bordiga, il gruppo dell’Ordine Nuovo e….. una parte della Federazione giovanile del PSI lascia i lavori del congresso socialista per sancire la nascita del Partito Comunista d’Italia (PCdI, solo dopo lo scioglimento del Komintern nel 1943 con la nuova dicitura di Partito Comunista Italiano PCI)i.
Malgrado delle importanti differenze fra gli sviluppi successivi dei due partiti, legate soprattutto alla possibilità, negata al PCI, di agire in un contesto democratico per i comunisti francesi, che fra l’altro furono protagonisti nella stagione del Fronte Popolare, la vera data di partenza per la politica di massa dei due partiti la si può trovare nella fine della guerra e nella ripresa del dibattito democratico dalla ricostruzione alla crescita.
Il consenso che dal PCI e dal PCF venne guadagnato con la decisa partecipazione alle lotte di liberazione risultava essere per certi versi anche inaspettato in quanto apriva ad una progettualità nella conquista del potere che passasse per una via democratica piuttosto che rivoluzionaria, tanto da arrivare anche ad una partecipazione, seppur breve ai governi unitari, dove i comunisti diedero prova di grande responsabilità e di rispetto delle regole istituzionali. In questo senso, il modello di partito leninista, con cui le rispettive organizzazioni erano cresciute, doveva essere aggiornato per far fronte ai bisogni della democrazia di massa.
Malgrado approcci differenti alle questioni nuove che il secondo dopo guerra poneva, anche all’indomani dell’esclusione dai governi, i due partiti, oramai isolati dalla gestione del paese, non misero in discussione la lor partecipazione al gioco democratico, ritenendo di poter tornare al governo in questa maniera e poter così ritentare di costruire una via per costruire una politica di emancipazione della classe lavoratrice?ii
Ma a partire da due situazioni abbastanza simili le due organizzazioni svilupparono due vie di percorso che affiancabili non lo erano affatto, che anzi ebbero negli anni momenti di profonda distanza. L’interpretazione della fase politica, in cui dopo la stagione dell’antifascismo unitario, si apriva la guerra fredda con l’arrivo al potere di forze moderate e conservatrici, pose ai comunisti la necessità di interrogarsi sulla loro capacità di parlare alla società e di costruire una politica di alleanze che avrebbe potuto dar loro la possibilità di uscire dall’isolamento in cui erano stati confinati.
La dottrina rivoluzionaria, la concezione della democrazia e della via per giungere al socialismo, la visione della società et del ruolo che all’interno di questa avrebbe dovuto svolgere la classe operaia, i legami con l’Unione Sovietica, paese del socialismo al quale ispirarsi o al quale far solamente un ideologico riferimento, il comportamento tenuto nei confronti delle voci critiche interne e degli intellettuali nella battaglia politica (anche nei termini di libertà d’espressione e di discussione), furono punti in cui sia il PCF sia il PCI misurarono loro stessi scoprendo alcune differenze reciprocheiii.
La politica di opposizione cui sostanzialmente i due partiti comunisti furono confinati, non impedì loro di guadagnare giorno per giorno più forza e consenso all’interno della società per tutti gli anni Sessanta e Settanta: una relazione diretta con la classe operaia (O CON LA PROPRIA BASE DI RIFERIMENTO), la capacità di svolgere il ruolo di forza principale nella sinistra e più in generale fra le opposizioni grazie al proprio consenso e alla potenza della propria organizzazione, furono gli strumentio con cui si costruì questa lenta ma inarrestabile crescita.
Scenario di questo percorso fu il particolare periodo in cui l’Europa viveva: “Les Trente glorieuses”, anni in cui la crescita del capitalismo e l’aumento della produzione permisero anche agli operai di guadagnare un certo potere all’interno dei luoghi di lavoro- soprattutto nei termini di una capacità di negoziazione- e di conseguenza anche un posto diverso nella società.
Sia in Francia che in Italia i comunisti furono i principali beneficiari di questa situazione, in cui la volontà di cambiamento espressa da settori importanti della SOCIETà, si tradusse in in una loro crescita elettorale.
Come ci spiega Bogdan Szajkowski, ricercatore di scienze politiche che ha cercato di studiare le relazione fra sistemi di governo e comunismo, nel suo libro sulle “amministrazioni rosse” Marxist local governements in Western Europe and Japan,iv strada quasi obbligata per i partiti comunisti occidentali fu quella di rivolgere la propria attenzione al contesto locale. Tale sceltya fu dettata da ragioni diverse: da una parte l’effettiva capaictà numerica dei partiti che, come nel caso del Partito Comunista della Gran Bretagnav, si rivelavano essere forze assolutamente minoritaria e quindi non capaci di concorrere su un piano nazionale con i partiti socialisti e socialdemocratici; dall’altra delle situazioni, come quella della Francia e dell’Italia, in cui gli equilibri internazionali, fra le altre cose, impedivano l’accesso alla direzione del paese. Tuttavia, nonostante questa situazione, solamente in questi due ultimi paesi l’azione a livello locale divenne un ambito d’azione di massa. I comuni, le provincie, i dipartimenti e le regioni (a seconda del paese) divennero allora lo spazio in cui i comunisti costruirono e mantennero il proprio consenso, per la maggior parte di ceti popolari e di “lavoratori manuali”, ma anche di impiegati salariati e ceti medi, che loro diedero fiducia non tanto per un’ipotesi politica quanto per la capacità dimostrata nell’amministrazione del territorio.
La banlieue di Parigi e l’Emilia Romagna, aree in cui i partiti comunisti ebbero un vasto e duraturo radicamento, veri e propri bastioni rossi e feudi elettorali dei due partiti, divennero lo specchio di questa particolare relazione fra comunismo e territorio.
Alla testa di queste “piccole Mosca”(VALUTARE, IN CASO METTERE ARTICOLO SOCIAL HISTORY), semplificando la questione, ci fu una particolare classe dirigente, in cui l’origine proletaria meglio se operaia, soprattutto in Francia si mescolò con la capacità di amministrare il territorio, assumendo delle competenze che di partenza questi eletti non avevano. Espressione di un incontro fra responsabilità amministrativa e funzione politca all’interno del partito, questi amministratori comunisti, definibili tranquillqmente come ceto politicovi, assunsero presto un peso sempre più determinante all’interno dei due partiti, pur se in alcuni casi mettevano in secondo piano il lor ruolo di funzionari per poter soddisfare le esigenze di specializzazione chieste dalla loro carica elettiva, la cui importanza aumentava col crescere del consenso elettorale comunistavii.
Il tornante degli anni Ottanta si dimostrò anche per i territori del comunismoviii un momento di crisi: la loro stabilità sociale e politica venne messa in discussione da una serie di fattori che vanno al di là della crisi del comunismo a livello globale, aspetto comunque presente (PRECISARE QUESTO DISCORSO SULLA CRISI PCI E PCF). In questo momento infatti iniziò a modificarsi materialmente quella stabilità economica e sociale su cui le sinistre europee avevano costruito la propria stabilità e capacità di agire in un contesto di massa: fu soprattutto la deindustrializzazione, la lenta dipartita di quella parte di mondo del lavoro che aveva vissuto una fase di crescita in cui le relazioni sociali all’interno del mondo del lavoro effettivamente erano cambiati, la comparsa, al centro della società di un nuovo ceto medio che esigenze diverse mostrava, furono fattori che cambiarono in maniera determinante anche l’immagine e l’azione dei comunisti a livello locale, oltre che naturalmente sulla struttura stessa del Welfare State, da sempre punto di forza delle sinistrei. (CAMBIARE L’ORDINE DELLA FRASE ED APPROFONDIRE CON QUALCOSA IN Più SULLA CRISI DEGLI ANNI SETTANTA e sulla sua influenza sulle sinistre)Questo momento di crisi, i cui effetti si misurarono in maniera differente, come vedremo sulla Francia e sull’Italia, ebbe come primo apparente risultato quello di compromettere l’immagine delle zone ad amminsitrazione comunista: il panorama di quartieri in cui l’elemento dominante era la presenza dei grandi palazzi ad alloggi popolari, da fiore all’occhiello della politica municipale della casa divenne simbolo di degrado, marginalitàii e di difficoltà (ripetizion!!!!) economica; le politiche sociali, e in particolare quelle di aiuto all’infanzia, furono il terreno in cui le difficoltà di budget dei comuni e le contraddizioni nell’aprire le porte dll’aiuto comunale mostrarono le prime difficoltàiii.
Provare a costruire una storia del «comunismo municipale» guardando a come si è poi nella reatà tradotto significa gettare un occhio su un mondo apparentemente dorato presto entrato in una crisi in cui gli elementi di modernità e di avanzamento si scontrano in maniera drammatica con la realtà dei fatti.

Il comunismo e il territorio: dalla crescita alla crisi, modelli di governo locale e scelte politiche.

All’indomani del congresso di Tours, il Partito Comunista Francese profittò per il suo radicamento di una situazione in cui il movimento operaio già disponeva di una forte presenza alla testa di amministrazioni locali.
Dalla prima elezione di una giunta comunale socialista a Commentry nel dipartimento dell’Allier nel 1881, i socialisti godevano di un vasto consenso a livello locale, i cui bastioni si trovavano nella banlieue parigina, nelle regioni del nord a forte carattere minerario estrattivo e industriale- come ad esempio il Pas-de-Calais- nella Loira, nel Sud-est, ma anche nelle regioni rurali del Centro della Francia.
Dopo il primo grande successo della scissione comunista nel 1920, molti militanti e soprattutto molti quadri politici e dirigentri locali socialisti, uscirono dal partito in disaccordo con la linea dettata dalla Terza Internazionale e presto rientrarono nella vecchia casa della SFIO. Nonostante questo strappo e i vari che si produrranno negli anni a venire, queste zone in cui prima di altre la simpatia per il socialismo aveva avuto successo, divennero delle aree in cui il consenso al PCF fu sempre stabile. NOTA VEDERE SE GIRAULT LIBRO SOCIALISMO
Il partito, consapevole del rapporto particolare che intratteneva con queste aree, dimostrò un’attenzione particolare per l’elettorato di queste aree; l’immagine del minatore del nord, centrale nell’iconografia comunista, la conservazione negli anni di un settimanale come La Terre rivolto al mondo contadino ne sono esempi concreti. MMMH
Cuore vivo di questa relazione fu la banlieue di Parigi, specchio delle politiche comuniste e della prospettiva che il partito avrebbe voluto dare alla Francia. La periferia parigina, divisa fino al 1968 nei dipartimenti della Seine (comprendente a suo tempo Parigi e tutta la cintura periferica) e della Seine-et-Oise, con le elezioni del 1925, in cui i comunisti confermarono le amministrazioni acquisite nel 1920 e ne conquistarono alcune nuove, divenne stabilmente la Banlieue rouge. Saint Denis, Bobigny e Montreuil nella Seine-Saint-Denis, Ivry-sur-Seine, Villejuif e Gentilly nella Val-de-Marne, Argentueil nella Val-d’Oise e Nanterre e Genneviellers nell’Haut-de-Seine, non sono altro che esempi di questo vasto radicamento.
La spiegazione di questo rapido ma duraturo radicamento si trova in fattori differenti rispetto a ciò che fu nelle zone minerarie o nelle campagne, dove determinanti furono da una parte una forte presenza operaia e dall’altra la lunga tradizione repubblicana ed anticlericale: nell’area di Parigi, sebbene questi elementi furono sicuramente presenti, l’approdo di parte consistente di popolazione operaia di quest’area al comunismo è legato a quelli che possono essere definiti come dei fenomeni di natura urbana.
La grande percentuale di operai all’interno della popolazione che queste aree viveva, una relazione difficile fra territori periferici e Parigi (eredità di rapporti di sudditanza della banlieue nei confronti del centro risalenti già al XIX secolo, con la sempre presente questione dell’octroi, del dazio per accedere all’interno della cerchia muraria imposto dall’amministrazione della città) la capacità dei comunisti di far propri alcuni elementi della politica riformista dei precedenti amministratori socialisti, furono gli ingredienti principali di questo percorsoi. VEDERE SE LEVARE ALCUNE COSE E RIORGANIZZARE IL DISCORSO
La problematica della gestione dello spazio e di una politica di servizi in favore di una classe operaia che andava aumentando la sua consistenza numerica in ragione del progressivo trasferimento delle attività produttive dalla capitale alle aree periferiche, si accentuò soprattutto nella questione degli alloggi. Nei comuni guidati dal PCF la costruzione di alloggi popolari (in questa fase definiti come Habitations à bonne marche HBM poi nel secondo dopoguerra Habitations à loyer modéré HLMii) venne considerata come una priorità assoluta; i grands ensemble furono uno dei punti forti del radicamento comunista: se da una parte le amministrazioni erano quasi obbligate ad attuare questa politica di lottizzazione forte dello spazio per necessità, dall’altra i comunisti seppero profittarne organizzando associazioni di inquilini e comitati in cui la loro presenza era determinante. Questi comitati, oltre ad essere un tramite importante fra popolazione e comune, furono uno degli strumenti che il partito utilizzò per svolgere la sua funzione «tribunizia», cioè di portavoce delle istanze di base. Dato l’ampio consenso che in questi spazi il PCF riusciva a guadagnare, i sindaci comunisti furono sempre favorevoli alla costruzione di grands ensemble piuttosto che di abitazioni monofamiliari come i pavillons che avrebbero potuto allontanare la famiglie operaie da un humus sociale condiviso e magari essere anche abitate da famiglie dei ceti medi, tradizionalmente più lontani dal partitoiii.
In ragione della consistenza politica ed elettorale che nella banlieue i comunisti riuscirono a strappare anche dopo il calo seguito al riavvicinamento di molti eletti locali nel partito socialista, il PCF fece di questa zona un centro nodale della sua attività e della sua propaganda, rappresentandone anche i cambiamenti di linea politica. Il comune della cintura parigina fu quindi negli anni Venti della tattica della « classe contro classe » la base rouge per l’attacco a Parigi cuore dello Stato e del potere, come si può leggere nell’articolo de L’Humanité in cui si trattano i risultati delle elezioni politiche del 1924 in banlieue « Paris encerclé par le prolétariat révolutionnaire », per poi diventare, a partire dal secondo dopoguerra, lo specchio della buona amministrazione che conduceva i cittadini e le classi lavoratrici À la conquêt du bonheur, ovvero di una politica comunista che aveva come primaria obiettivo quello di migliorare la qualità della vita dei cittadiniiv.
Sebbene armati di una retorica rivoluzionaria e di una matrice politica assolutamente operaista e classista, gli eletti comunisti della banlieue godettero già dagli anni Venti di un’immagine di amministratori responsabili e nel corso degli anni anche capaci di produrre una politica locale alla prova della modernità in grado di catturare anche le simpatie della classe media che si rivolgeva ai comuni periferici per trovare una qualità della vita migliore rispetto a quella della capitale.
Gli elementi che costruirono questa considerazione positiva furono diversi e possono essere sintetizzati in alcuni punti forti in cui si espresse la “differenza” delle giunte comuniste: budget e bilancio; servizi per la famiglia, l’infanzia e giovani; la scuola e le attività culturali; la gestione interna del municipio; il sostegno al lavoro con fondi comunali e l’organizzazione di momenti di solidarietà con i lavoratoriv.
Se a questi dati che furono capaci di ottenere un riscontro positivo anche fra settori della società tradizionalmnet non vicini al partito aggiungiamo anche l’eco raccolto dal rilancio dell’unità della sinistra assieme ai socialisti a partire dal 1965 possiamo comprendere il successo del PCF alle elezioni amministrative del 1977, in cui grazie alla vittoria in …… comuni, i comunisti raggiunsero il loro più ampio consenso.NOTA ALL’ARTICOLO SUI RISULTATI ELETTORALI
Questi fattori produssero però un cambiamento nella linea d’azione del partito, in cui l’attività nei territori cominciò a coprire un ruolo maggiore rispetto a quella nazionale. Prima degli anni Sessanta-Settanta infatti il livello locale era sempre subordinato rispetto all’attività generale de partito, visto che per i comunisti la conquista di comuni e la buona amministrazione mai avrebbero potuto rappresentare delle case matte conquistate in direzione di un dir si voglia « socialismo municipale», prospettiva sempre rifiutata da un partito che aveva come obiettivo quello della costruzione di una politica centrale di matrice socialistavi.
Alla base della trasformazione dell’attitudine dei comunisti verso la dimensione locale stanno due fattori: il voto dei ceti medi cui abbiamo già fatto riferimento, che avrebbero continuato a riconfermare la loro fiducia alla giunta sulla base di risulati riscontrabili nella realtà e non sull’onda di un’adesione ideologica, e il crescente predominio di quello che possiamo chiamare « comunismo popolare » sulla direzione presa dal partito. Difatti, se il partito continuava ad esprimere la sua opinione e la linea politica sulla stampa e sui vari spazi di dibattito teorico, il « comunismo popolare » era una sorta di incontro fra propaganda rivolta all’uomo comune e passione politica, che si realizzava nella forma di un sincretismo ideologico particolare fatto di bisogni quotidiani, attitudine protestaria, orgoglio nell’appartenere alla classe operaia e repubblicanesimo. Per i militanti e simpatizzanti comunisti della banlieue in particolare, che su questa base costruivano la loro appartenenza politica, la politica condotta dal comune, il sindaco e il segretario del partito erano la concretizzazione del « comunismo ».
La volontà di compiacere l’elettorato, al fine di mantenere stabile una struttura sociale e politica, condusse il PCF ad invertire le dinamiche tradizionali della sua azione: la funzione di direzione del partito si tradusse in un’indulgenza nei confronti della base, anche in alcuni momenti in cui un certo sentimento di pancia avrebbe dovuto essere controllato, in particolare nella questione dell’immigrazionevii.
Centro di questo cambiamento fu anche l’attività del sindaco; in precedenza difatti era la sezione che occupava il primo posto nella vita del comune, e il sindaco pur nella sua centralità doveva subordinare le sue decisioni a quelle di un gruppo composto dal segretario di sezione, il tesoriere del partito, il segretario della locale sezione sindacale e…(???). in nome dello spazio guadagnato dai sindaci e dagli amministratori locali nella crescita elettorale degli anni Settanta. il PCF si trovò così costretto a concedere maggiore autonomia ai suoi eletti in funzione del peso che andavano assumendo nella dinamica elettorale, sebbene la fondazione dell’Association des élus communistes et républicaines abbia rappresentato un tentativo di arginare questo percorsoviii.
Nonostante le elezioni del 1977 apparentemente sembravano dar ragione al nuovo corso, i primi anni Ottanta segnarono la crisi della banlieue rouge, solo in parte legata alla più generale difficoltà del mondo comunista e del PCF in particolare a seguito prima della partecipazione all’Union de gauche e alla successiva rottura degli accordi unitarii. Due furono gli elementi fondamentali del deterioramento di questa politica: il percorso di autonomizzazione dell’amministrazione, seppur più lento e meno determinante rispetto a quello vissuto dall’Italia, iniziava a dare ai comuni maggiori responsabilità che, aggiunte alla partecipazione del PCF al primo governo dell’era Mitterrand, minavano la tradizionale funzione tribunizia del partito e poneva gli eletti nella posizione di dover assumere le proprie responsabilità e di non scaricare colpe sul governo centrale; dall’altra le periferie stavano conoscendo un profondo cambiamento sociale: la deindustrializzazione stava portando in questi territori lo spettro della disoccupazione di massa, soprattutto in quell’ampia fetta di popolazione, in particolare di origine straniera, che poteva riconoscersi nella figura sociale dell’OS, l’operaio semplice, gradino più basso del mondo produttivo che pagava più di ogni altro l’assenza di lavoro; i lavoratori in pensione che avevano beneficiato dei benefici tratti dall’andare in pensione cominciavano a spostarsi dai grands ensembles per cercare delle sistemazioni migliori in abitazioni pavillionnaires o comunque verso aree di maggior respiro, lasciando appartamenti in HLM a nuovi inquilini che poco si occupavano della politica locale (o perchè immigrati e quindi non godevano del diritto di voto o perché lavoratori che consideravano questi comuni come delle aree dormitorio mentre passavano parte importante della loro giornata a Parigi)ii.
Nell’arco di meno di quarant’anni il PCF si trovava quindi a gestire una situazione apparentemente differente, in cui, l’emergere di nuove tematiche, come quella della deindustrializzazione- che allontanava di molto il mito, da sempre rincorso dalla sinistra, ed in parte anche dalla destra, della piena occupazioneiii- , della ricerca di una qualità della vita che non fosse limitata ad un’abitazione dignitosa e ai servizi base per il mantenimento della famiglia e di conseguenza della scomparsa di una socialità locale su cui era stato costruito un consenso abbastanza stabile, trovava una classe politica impreparata ad affrontarle. I dirigenti comunisti locali, in nome dell’accrescere delle loro responsabilità di amministratori locali, avevano cominciato ad assomigliare più a dei funzionari piuttosto che a dei militanti di partito, cosa che aveva finito per impoverire un dibattito politico oramai sempre più schiacciato sulle esigenze quotidiane della popolazione, cui iniziava a non essere più sufficiente un approccio di tipo ideologicoiv.
Il PCF si trovò quindi nella condizione di dover rincorrere dei cambiamenti, cercando di non farsi sorpassare né dal Parti Socialiste di Mitterrand, capace di interpretare meglio le funzioni di partito egemone della sinistra all’interno avendo fra l’altro fatto proprie le condizioni del gioco elettorale del presidenzialismo e i sentimenti di uno schieramento politico meno “operaista”, né dal Front National, che sui drammi della montante disoccupazione e del degrado dei quartieri periferici si dimostrava in grado di intercettare la sfiducia popolare verso le istituzioni e i sentimenti di pancia del cittadino mediov. Prisma di lettura possibile per questa situazione fu l’irrompere anche a livello locale della questione dell’immigrazione, attorno alla quale si venne sviluppando un dibattito in cui i tratti di etnicità emergevano con forza. Nel 1974, anno dell’elezione a presidente della Repubblica del gaullista Giscard d’Estaing, la Francia per la prima volta dagli anni Trenta decide di sospendere l’afflusso di lavoratori stranieri nel paese, affermando di difendere in questa maniera sia il lavoro nazionale sia la vita dei migranti che se fossero stati ammessi sarebbero stati condannati alla disoccupazione. La sinistra, che all’epoca si era opposta a questo discorso definendolo razzista, una volta al governo, dopo un’iniziale apertura mostrata in materia(soprattutto da Mitterrand che promosse una vasta campagna di regolarizzazione di sans-papier), proseguì nella linea dettata dai precedenti governivi.
Gli effetti di questa linea politica trovarono una loro espressione anche nei comuni della banlieue dove il partito cercava di inseguire gli umori di un elettorato investito dalla crisi economica di zone in cui gli stranieri rappresentavano il 10-20% della popolazione cittadina. Nella cintura di Parigi il PCF si fece promotore in questo periodo di campagne per la sicurezza nei quartieri e contro lo spaccio: obiettivo, più o meno celato, di questa campagna erano gli immigrati. Nell’arco dei mesi, nello stupore e nello sdegno delle associazioni per i diritti civili tradizionalmente vicine al partito come la Ligue droit de l’homme (LIDH) o il Mouvement contre le racisme e pour l’amitié entre les peuples (MRAP), le amministrazioni guidate dai comunisti lanciarono una vasta campagna per un’ «equa ripartizione geografica » degli immigrati. Battaglia questa che già negli anni Sessanta avevano iniziato a condurre i sindaci comunisti attorno alla questione delle bidonville e della necessità di alloggiare chi le abitava dopo gli sfratti, lamentando il fatto che nei loro comuni venissero con scientificità fatti convergere gli immigrati per evitare che si installassero in quelli vicini al governo.
Luogo simbolo di questa situazione di xenofobia malcelata fu il comune della Val-de-Marne Vitry-sur-Seine, in cui il sindaco comunista Paul Mercieca, il 24 dicembre del 1980, guidò personalmente un bulldozer contro un foyer di lavoratori del Mali al grido di «è stata superata la soglia di tolleranza »vii. Quest’azione, sebbene presto in parte sconfessata dai vertici del PCF, venne voluta proprio dalla direzione del partito, mentre venne sostenuta a viva forza dai sindaci comunisti della Val-de-Marne, che difesero la battaglia di Mercieca attribuendole anche un valore umanitarioviii.
Sebbene la vicenda di Vitry abbia assunto dei toni spettacolarizzanti, questo tipo di atteggiamento nei confronti della questione immigrati è leggibile, già negli anni Sessanta nell’attività comunale. Se prendiamo un comune di storiche tradizioni comuniste come Genneviellers (GUARDARE ARTICOLO MILZA), riusciamo a cogliere come i servizi che avevano garantito la crescita del consenso del PCF e la sua immagine di partito del buongoverno, furono i punti in cui più debole si dimostrò invece la struttura.

APPUNTI PRE-STESURA

Sebbene debba ancora organizzare in maniera definitiva la struttura del mio testo, si puo’ iniziare dando una panoramica generale della questione che si vuoe affrontare ed i tipo di approccio che si intende utilizzare.

  1. i due modelli da indagare, per quento siano stati abitualmente comparati nell’arco degli anni (si pensi a Maisons Rouges di Marc Lazar, Il comunismo in Italia e Francia di Tarrow e Blackmortimer, di cui daremo maggiore notizia nella bibliografia), hanno avuto una storia ed un destino differente, pur avendo avuto una crescita su alcuni punti di forza simile.
  2. Per quanto le comparazioni siano fatte anche per scoprire punti differenti, nel nostro caso i problemi che si presentano sono diversi: nel momento in cui in Italia non esiste più il Partito comunista, cosa rimane di un modello politico e sociale come quello della municipalità comunista? Come deve essere considerata l’eredità che ne rimane nel momento in cui non c’è più un organizzazione politica che su di esso – pur con vari distinguo e con delle specificazioni da fare, come vedremo più tardi – costruisce una parte della sua azione nazionale? Il problema si pone é sostanziale e rischia di fornire un ostacolo alla comparazione e alla ricerca in generale: nel momento in cui in Italia scompare il PCI in Francia, pur nei suoi limiti il PCF continua a operare e ad amministrare i territorio.
  3. la problematica continua a persistere nel momento in cui si cerca di affrontare il rapporto fra questi e l’immigrazione: due fenomeni qualitativamente, quantitativamente e temporalmente differenti, legati a storie nazionali differenti.

In sintesi, che fare? (come notoriamente disse Sant’Agostino al momento dell’incontro con l’Altissimo)
In questo momento possiamo barbaramente far finta di nulla (ma come notoriamente disse Lenin quando sciolse la duma) i nodi prima o poi vengono al pettine: quindi cerchiamo di adattare una confronto difficile ad una forma che si puo’adattare alla dinamica del discorso reale.
Per quanto non ci sia più i PCI in Emilia é rimasta una forte memoria di questo recentissimo passato, quindi una certa “attitudine” nei confronti dell’amministrazione locale é rimasta sotto traccia. Per rendere questo passaggio esplicito si é pensato di prendere in analisi il comune di Bologna, in cui il sindaco Walter Vitali é rimasto in carica nel passaggio da PCI a PDS. Bologna inoltre é stata una delle città dell’Emilia Romagna che ha visto sul suo territorio la presenza di un discreto – in termini numerici – flusso conosciuto migratorio già all’inizio degli anni 80 (non la prima).
Possibili altre città? vedremo.
Per la Francia invece é stata scelta Ivry-sur-Seine, che con i suoi tre sindaci comunisti dal 1925 (escluso il periodo della messa fuori legge del PCF dopo l’appoggio dato al patto germano-sovietico e dell’occupazione) ad oggi non pone assoutamente problemi in materia di continuità: il sindaco che prenderemo in analisi é Jacques Laloë, sindaco solamente dal 1965 al 1998.

Présentation de la bibliographie.

La bibliographie dont on va à parler dans cette présentation est une première partie de mon travail de mémoire, dont elle sera la partie dédiée à la reconstitution du débat historiographique atour de mon sujet et la declaration des posistions que je prendrai en faisant ma recherche.
Mon memorie, dont le titre est ville et communisme ??, est née de la volonté d’étudier les complexe des relations qui se sont crée entre « communsime » et politique municipale de l’après guerre à la crise des organisations communistes dans l’années Quatre-vingt et Quatre-vingt-dixen deux pays apparentement differnts comme la France te l’Italie.
On avait dit apparentement differents parce que PUR dans des histoires sociale et politique profondement differents, soit la France soit l’Italie ont vu leur politique influencé en manier radicale de la presence de deux partis communistes capables de gagner la confiance des millions des personnes, dans la major partie « travailleurs manuels » , mais aussi intellectuels et employés, que, isolés du pouvoir jusqu’à les années Quatre-vingt pour la France et jusqu’à sa disparition et sa trasfaromation pour l’Italie dansd l’années Quatre-vingt-dix, ont donné preuve de leur capacité de gouvernement seulement dans les milieux locales ; milieux locales qui, grâce à une présence pluri décennale des élus communistes à la tête de ces villes sont devenue des vrais « bastions communistes » et des fiefs électorales des certains élus.
Ces territoires, où les communistes ont eu cet enraciment, ont étè. Surtout pour ce qui concerne la France, en periode de crise, des importants signales de crise sociale : crise économique, avant tous, avec un profond changement dans la composition sociale du territoire qui voit la disparition de la précédente composant ouvrière dominant, et après sociale t politique. Dans ce milieux, les instruments de la croissance politique des communistes, surtout au niveau des services à la classe ouvrière devenirent les parties où la crise d’action de cette politique.
Etudier l’histoire et le développement des ces territoires a une importance centrale dans l’étude du communisme et des differents conception de la lutte politique des partis communiste.
Ce que j’essaierai de faire sera de presenter une problematique generale de recherche comme introduction à cette bibliographie : quelle est l’histoire de ces territoires ? quelle a été la configuration politique et administrative de cette relation entre organisations politiques en theorie révolutionnaires et leur politique lié à la qualité du gouvernement locale et à la reforme ? quels sont les figures politiques qui ont dominé ce passage ? dasn quel terms la politiques des communistes a été influencé par ce situation.
Après cette presentation de la recherche, dans une deuxieme partie j’essaierai de reconstruire le debat sur l’histoire du communisme français et italien et après donner une bibliographie des travails comparatist qui se démontrent utiles dans une travail de recherche entre deux realités.

Le communisme et la municipalité

*Introduction : une politique generale de gestion local *
Comme on avait dit dans l’introduction, les communistes, qui très peu ont eu la possibilité de participer aux gouvernements nationaux, ont gagné du pouvoir dans le demain locale en governant encore aujourd’hui plusieurs territoires, meme si dans les derneirs années aussi des fiefs du communisme et de la gauche plus en generale ont des élus de droite où d’extreme droite.
Les raisons et la datation de cet enracinement se pesent avec des differences entre France et Italie, parce que different est l’histoire dont ils ont été depositaire.
En 1920, quand le PCF-Section française de l’International Communiste nait, le mouvement ouvrier dispose déjà d’une implantation municipale très importante. Depuis l’élection en 1881 de la premiere muncipalité socialiste à Commentry dans l’Allier les socialistes avaient un domaine de gouvernement municipal dont les bastions les plus solides étaient situés : dans la banlieue parisienne, dans les régions minières et industrielles du nord, du Pas-de-Calais, de la Loire et du Sud-est, mais aussi dans les régions rurales du Centre.
Fut surtout dans ces territoires que le Parti communiste eut la possibilité d’agir et d’aller à la conquete d’une puissance et d’un demain d’action, meme si avec une alternance entre croissance et recul, qui caractérisèrent son parcours jusqu’à le 1977.
Mais, aussi dans cette situation le PCF eut la possibilité de garder ses fiefs plus importants : la banlieue parisienne, où des mairies furent conqueté dans les elections du 1925 resterent dans les mains de manière stabile, assez pour être défini « banlieue rouge ».
Cette area devenit une de oint de major force du parti, qui en fait le miroir de sa politique et de son bonne amministration, après avoir étè base de la revolution dans la lutte revoluttionaire (à mettre note à bas de page et à allarger encore le contenu, en explicant mieux le primiere concept d’amministration du territoire ; à mettre ici aussi une refernce sur à la conquet du bonheur).
Different furent le caracter de cette implantation très reussi dans cette region. La très grande percentuage d’ouvriers qu’y habitaient, une difficle relation avec ls ville de Paris, vue comme centre d’un pouvoir étatrique conservateur, la volonté menée par les communistes de donner corps à une politique vraiment au service de la classe ouvrière ont été les ingredients de cette reussite politique.
Pour comprendre l’implantation du communisme en banlieue on doit considerer comme dans ces areas il y avait un phenomene urbain proprement dit, lié au developpement du mouvement ouvrier dans les zones industrielles, alors que dans les zones rurales ce passage a été originé par l’héritage historique d’une tradition politique de gauche.
On peut voir comme dans la banlieue il semblait exister une relation entre phénomènes urbains et implantation communiste : la population des Habitation à bon marche (HBM) et après les Habitation loyer modéré (HLM), ou en générale les lotisations populaiores avait une influence determinante dans la politique des années Vingt, et le parti a utilisé aussi ces lieux pour se faire connaitre dans le peuple grace à sa presence dans les associations de locataires .
La presence en territoire de banlieue des couches populaires en grande partie ouvriers et des habiations pour mal logés et après de grands ensambles a été toujours un des elements de force du PCF, qui a toujours favori la costruiction dans les territoires de ses municipalités des habiations pour la classe ouvrière, en considerant le fait que dans ces endroits il aurait pu trouver des habitants lui favaorable : pour favorir l’enraciment de ce thypologie d’integration, mais aussi pour donner l’idée d’un enraciment et d’une recomposition de classe dans l’environnement social de ces milieux, les maires communistes preferirent toujours la costruction des grands ensembles plutôt que des habitations pavillonaires, qui auraient pu pousser l’ouvrier vers l’individualisme .
La banlieue parisienne ou, on peut dire, l’ancien departement de la Seine, fut, comme on avait déjà dit la zone de meilleure implantation du PCF : les villes de Saint Denis et de Bobigny, étudié par Jacques Girault et Annie Forcaut, démontrent la qualité de ce passage et la reussite de la creation d’un lien stable entre ces deux composants . De la premiere election, dans les élections du 1925, il y a eu toujours une confirmation de ce politique, qui est grandit aussi grace à la premiere vague d’immigration : les immigrés espagnoles et italiens, dans les années Vingt et après dans le bref période du Front populaire ont eu l’occasion de voir son intégration aussi grâce à la politique communiste . (à trouver quelques autre chose pour bobigny et saint denis ; )
Dans la presentation de cette question il faut souligner aussi que la guerre et la Resistence ont déterminé un renforcement de la presence des communistes à la tête des plusieurs villes françaises : les premiers élections municipales de la France libérée virent un incontestable succès pour le PCF, qui se vit gagner aussi villes avec des milliers des habitants, outre les villes ouvriers et ruraux qui avaient donné leur confiance avant de la guerre. Mais, meme si dans les élections du 1947 la plus grand partie de ces villes furent perdues après l’eviction des communistes du gouvernement et le début d’une campagne anticommuniste par les gaullistes, on peut dire qu’il y a eu une importante confirmation des communistes dans certains territoires.
Les raisons de cette importante confirmation et de la durabilité du pouvoir communiste furent differents et dans differents façons conduirent le PCF a grandir au niveau des élections locales (comme on verra de l’après 1965, quand débutera la reconstitution progressive de l’union de la gauche).
Comme on avait dit en parlant du film produit par le Parti pour les elections du 1947, il y a des autres facteurs, qui determinerent l’elargissemnets de les municipalités communistes et l’extreme fidelité des electeurs. En effet le Pcf ne s’appuya pas seulement sur la classe ouvrière pour construire sa stabilité : progressivement son audience fut étendue aussi aux employés et à une partie des couches moyennes salariées , qui cherchaient dans le PCF la qualité d’une politique municipale des services, de correct gestion des ressources et de recherche du bonheur .
La vision de l’activité des communistes dans les municipalités en résulte profondément modifié : de base révolutionnaire des années Vingt la municipalité devenit une banc d’epreuve pour une politque different et plus lié à la recherche d’une modernisation : la question de l’urbanistique et de la gestion des services, furent dans certains périodes le caracter plus importants de la politique des mairies, qui demontrerent une epreuve de capacité de produir innovation et interet des travailleurs .
Dans ce cadre i y a la possibiité de étudier certain s thematiques qui peuvent donner des indications plus precises de a politique mené par l’administration locale.
1- la politique fiscale et budgétaire : le budget est indicateur de gestion et permit de déterminer les secteures prioritaires de la politique
2- les interventions économiques de la municipalité : aspect de a politique de la ville très important en periode de crise economique. Il est aussi interessant pour voir les liens existantes entre luttes dans les enterprises, par exampe pour le maintien de l’emploi, et la gestion municipale pratiquée par les élus du mouvement ouvrier ; peut etre que cet aspect donne aussi une specificité d’une gestion municipale à direction communiste.
3- organisation interne du travail municipal, des rapports de pouvoir, des formes de division du travai entre élus, services…
4- la partecipation, la relation aux associations : aspect très important pour la contemporanieté parce que on paut voir combien la population partage des formes d’action collectives où est simplement invité à soutenir par des manifestations deja prises par le conseil municipal.
5- logement ou l’insegnament commeexemples types
En ce contexte il y a eu aussi un changement de la figure du maire qui allait prendre plus de pouvoir et nécessitait plus de liberté d’action par rapport à la relation avec le Parti, qui, grace à la section et au primat dont jouit la politique interieur du parti sur celle exterieur, encore dans les années Soixante-dix contrôlait la politique du maire et donnait son consentement à la nomination des candidats et à la politique de la municipalité.
Mais, quand les mairies virent leur pouvoir grandir ils debuterent une politique de major indipendence par rapport au Parti et à son control. Si d’une cote il y a la reconnaissance par le Parti du role que les èlus ont dans la permanence d’un consensus à la politique du parti dans le territoire, au meme temps la dirigence de l’organisation ne veutpas faire echapper tous de son contrôle : dans les premiers années Quatre-vingt il y a la creation de l’Association des élus communistes et républicains, qui servait pour donner une forme des control à l’activité des élus .
Bien que les élections du 1977 avaient vu un important score electorel pour les communiste (aussi par la signature du Programme de gauche avec les socialistes de Mitterrand), dans les premiers années Quatre-vingt début la crise de la banlieue rouge et du consensus communiste. Differents furent les raisons de cette profond changement dans la société française : la crise economique, le debut de la chute des communistes au niveau natiaonal après la rupture avec les socialistes, le changement de la composition sociale des villes ouvrireres et les problematiques naites par la nouvelle vague d’immigration, le gradir du Front national.. Mais, outre à ces facteurs exterieurs, il y a aussi des motivations interieurs : la professionalòistaions du personalle politique, la pert des racines origanaires de la politique communiste et la disparition d’un certain tissu de solidarité territoriale .
Miroir de ce passage fut la transformation de la banlieue, qui pour la société de bastion communiste devenit un ghetto.
Emergea en ce contexte une nouvelle figure du maire communiste, qui devient plus voisin de un specialiste de la politique que d’un militant revolutionnaire et appui aux élus

Emilia Rossa

L’histoire de l’implantation communiste en Italie est radicalement different pa rapport à celle française , surtout par les conditions dans les quelles est s’est réalisée, pour les caracters de la zone où elle a demonstré plus de solidité et enfin pour la transformations des objectifs qu’elle a eu dans les années. Il faut preciser, avant tous, que ces differences, obéirent aussi à la different histoire du Parti communiste italien par rapport à son « frère » français. A leur naissance les deux partis conaissarent une situation totalement different, surtout en relation à la croissance du fascisme en Italie : en étant comprise la possibilité d’action pour les communistes italiens, l’Union Soviétique concentra ses efforts pour rendre plus solide la position du PCF : dans une grande puissance europeene comme la France, la presence d’une organisation politique communiste aurait pu aider la cause de la revolution russe, en promuovant une politique plus favorable vers lui. Un autre aspect qui se releva fondamental pour cette question fut celui de l’analyse produit par son deuxième secrétaire Antonio Gramsci, qui beaucoup médita sur la particularité du contexte italien et sur la nécessité des alliances sociales entre la classe ouvrière, les paysans et les couches moyens. L’autre aspect important à noter est le fait que en Italie les cas d’implantation politique les plus durable (et donc plus similaires à l’exemple français dont on avait parlé) ont été dans les regioni rosse du centre du pays, où il y avait une prédominance des activités rurales et une presence des usines sous la forme des petits et moyens entreprises : ici les militants du PCI étaient, surtout dans la première vague d’histoire du communisme, dans la majore partie des travailleurs rurales (braccianti, ouvriers agricoles journaliers ou mezzadri, paysan avec un contracte de loyer) ou si non des ouvriers spécialisé et des artisans ; un composition donc très différente par rapport au militants communistes de la banlieue .
Avec ce caracters on peut aussi mieux comprendre l’implantation communiste italienne et sa politique municipale, qui eut dans la région de l’Emilia Romagna son exemple de meilleur réussite.
L’Emilia Romagna, ou aussi l’Emilia Rossa (Emilia Rouge) a vu une presence communiste plus tardif par rapport à la France a cause du fascisme, meme si déjà en 1926, ici le Parti communiste d’Italie (première dénomination du PCI jusqu’à la dissolution de la troisième internationale en 1943) deux tiers de ces inscrits. A la fin de la guerre et de la Resistenza, l’experience du maquis italien, le PCi trouva en Emilia une reconfirme de sa puissance, aussi en reconoissance de la prédominance des Brigades « Garibaldi » (formations maquisards organisés par les communistes ) dans l’engagement pour la lutte de libération : le chef de lieu de la région, Bologne, pris comme exemple d’une situation très répandue, elisa à large majorite Giuseppe Dozza comme maire de la ville ; dans les autres grandes villes de l’Emilia Romagna il y eut aussi des élections des maires communistes .
Si les zones où le PCF eut sa majore implantation avaient déjà connu un gouvernement socialiste, la meme situation s’était présenté en cette région, mais avec une particularité : ici il y avait une longue tradition socialiste, mais avec un caracter plutôt réformiste. De la choix électoraliste de Andrea Costa au temps du Partito socialista rivoluzionario di Romagna (Parti socialiste révolutionnaire de Romagne) et de la lettre Ai miei amici di Romgna (A mes amis de Romagne), au reformisme du socialiste de Reggio Emilia Camillo Prampolini et au coopérativisme de Giuseppe Massarenti, socialisme émilien avait toujours eu un caractère très lié au territoire et à la composition de la région .
Donc, si avec cette prémisse on peut comprendre pourquoi le communisme emilien a été toujours caracterisé par un certain tendence au reformisme, plus difficile est le faire pour le periode de naissance du Parti communiste.
Fausto Anderlini, sociologue et ancien militant du PCI, a proposé dans son essai Terra Rossa. Comunismo ideale e socialdemocrazia reale sur le communisme en Emilie, une explication qui peut expliquer ce passage du socialisme réformiste au communisme et sa confirmation dans l’après deuxième guerre mondiale qui prend en analyse le caracter sociale de la politique en cette région. En effet le socialisme reformiste avait toujours eu en Emile Romagne un caracter presque profetique et millenariste, comme on peut le voir dans les œuvre des reformistes locales (surtout Prampolini qui avait melongé dans son pensé des elements du christianisme et Costa qui avait écrit Il sogno –Le rêve ), qui a été recueilli par les communistes dans le mythe de l’Union Soviétique, comme patrie loin du prolétariat. A cette consideration du caractere d’une adesione sentimentale il y a aussi la predominance du communisme emilienne pour la culture de l’organisation : une idée du socialisme et donc après du communisme très concentré sur l’activité mené par le parti et par les militants, qui trovait un autre témoignage dans la representation de l’URSS. La grand capacité des communistes a été celle de prendre cette héritage du reformisme, mais en le critiquant : pour eux ce que manquait à cette culture du faire était une vision de l’universale ; cette absence de vision condannait les socialistes à reduire la question de la lutte à la gestion du territoire en demandant une meilleure relation entre le centre et la peripherie .
La conservation du syesteme des coopératives, la conscience de la necessité d’une alliance avec les cocuhes moyens, l’attention pour la bonne gestion de l’administration fut centrale dans l’activité du PCI, qui cependant lui ajointé la collocation dans une scenario de politique nationale, où la demande des reformes de structure avait un place fondamentale pour une conception plus large de la bataille politique pour le socialisme. Dans ce sens la lecture des articles de Palmiro Togliatti, secretaire du PCI après Gramsci, dédié à la politique emilienne rend très bien la volonté de mantenir ce typologie d’action et de l’utiliser aussi comme étape de costruction du Parti nouveau et la particulier rue au socialisme italien, capable de melanger lutte de classe et participation à la democratié .
Cette ligne politique a donne origine à un système politique qui a eu la capacité de se conserver jusqu’à la fin des années Quatre-vingt et qui a donne origine à un party-system dont parle très bien toujours Anderlini : il y a eu la formation d’un apparat de pouvoir dont les élus représentaient la partie plus evident et qui dans les années s’est eloigné beaucoup des choix originarires. Au moment du renouvellement necesasaire à la crise du communisme internationale n’a plus été capable de discuter à nouveau ces fondaments, donnant origine à une classe politique toujours plus independant et presque professionnel, dont peu interessé au debat politique .

La crise du gouvernement du territoire communiste est naturellement passé en manière differente dans l’Italie et en France. Ce que est interessante à developper est surement la capacité de preservation des modalité poklitique de ces sisteme : la fidelité electorale des peuples ancien communiste, la volonté de preserver l’attention à la gestion de la politique adminsitrative sont signales des comportaments encor à approfondir pour comprendre une transformation importante dans la fin du Vingtième siècle.

A noter le fait des regions rouges dans le centre
Presenter aussi la question des relations entre apparat et élus. Après mettre la question p. 13 du vote de couches moyens pour le PCF en nome de la qualité de sa politique municipale
Presenter un petit cas d’étude ?

Introduction
En arrivant à la bibliographie ce que j’essaierai de faire dans cette bilan sera de présenter certains choix faites dans la construction de cette recherche ; pour faire ça, dans une premiere partie je ferai un point du dèbat historiographique sur le communisme en France et en Italie, que je deviserai en deux parties specifiques, à l’instar des differences existants entre l’historiographie française et italienne ; après je presentaerai l’historiographie comparatiste du Parti communiste français et italiens ; en fin je presentarai la choix methodologique, en utilisant le schema du livre The communist partis in France and Italy du case study et de l’étude politique, deux façons heredité de la science politique.

Etude sur le communisme et sur son implantation dans le territoire
Peut-être qu’il soit utile rentracer aussi les raisons qui ont porté à une différenciation entre les deux historiographies, qui dependent aussi des relations qui ont eu avec les Partis communistes : centrale dans ce question est le fait que le PCI a decidé d’ouvrir aux chercheurs ses archives très tôt par rapport au PCF et que le parti italien n’a jamais produit des propres manuels d’histoire, comme au contraire c’est passé en France.
Pour ce motif donc il y a eu tous suite des travails historiques, écrites aussi par des historiens militants du PCI comme Paolo Spriano (qui a produit la première histoire du parti, Storia del Partito Comunista Italiano, publié en six volumes par la maison d’édition Einaudi), qui ont eu la possibilité de consulter des sources du Parti et donc de faire un travail honnête et rigoreuse. Dans l’historiographie du communisme italien un role important a joué aussi l presence des œuvres écrites par les protagonistes memes de ce periode : Togliatti a été le première dirigent à inaugurer cette pratique. Le compte rendu historique fat par des protagonistes se revele utile et dans une certaine façon aussi honnet, meme s’il y a eu des objectif politique, comme, par exemple, celui de reduir l’activité de Amedeo Bordiga, première secretaire du PCdI, expulsé après le congre de Lyon .
Cette « ouverture » du Parti a contribue à la construction de son image plus positive par rapport à celle du PCF, qui beaucoup a influencé aussi l’approche des autres historiens, surtout anglo-saxons qui ont abrdé la thématique du communisme européen (par exemple Donald Sassoon qui a écrit une originale contribution sur le PCI de l’après deuxième guerre mondiale, Togliatti e la via italiana al socialismo. Il PCI dal 1944 al 1964, Turin, Einaudi,1997 ) . Ce sorte de préjugé vers le PCF est encor plus évidente dans les travails comparatistes (dont on parlera à la fin de ce bilan bibliographie) : le travail principale en ce sens est le livre des experts des sciences politiques américaines Donald L. M. Blackmer et Sidney Tarrow, Il comunismo in Italia e Francia, Milan, ETAS, 1976( édition originelle, Communism in Italy and France, Princenton, University press, 1976) ; même si ce travail est conduit avec un large demain d’analyse et avec des données très nombreuses, apparait des fois une sorte de contraposition entre les deux partis plutôt que une comparaison, tous à souligner la majeur « libéralité » du PCI.
Quelque ouvert ait été le PCI en ouvrant ses archives aux chercheurs, pour beaucoup de temps avaient (jusqu’à le 1989) été disponible seulement les documents de la naissance du PCdI et sur les années de l’immédiat après deuxième guerre mondiale, chose qui a poussé les historiens à travailler autour de la question de la naissance du parti, sur le rôle des communistes dans la Resistenza ou sur le période de Togliatti .
La chute du communisme italien, l’activité de la Fondation Institut Gramsci ont été des moteurs fondamentales pour la recherche italien ; à partir des années Quatre-vingt-dix jusqu’aujourd’hui, il y a eu une floraison des recherche sur l’histoire du PCI, liées surtout à la conscience que avec la transformation du PCI en PDS (Parti démocratique de gauche) une époque était terminé, et donc il fautait reconstruire le parcours de cette organisation politique. Plusieurs sont les œuvres des reconstruction de ce période, qui ont essayé de interpréter cette histoire, mais en donnant une vision générale.
En effet en 1992 est paru une première œuvre d’interprétation, dirigé par deux importants historiens italiens, Marcello Flores et Nicola Gallerano, qui s’appelait justement Sul PCI. Un’interpretazione storica (Bologne, Il Mulino, 1992) et tentait de donner un regard complet sur cette histoire qui avait vu la fin seulement l’année précédent ; organisé par thèmes il reste toujours utile pour avoir une vision critique des certains nœuds du parcours du PCI.
Comme témoignage d’un intérêt toujours très fort dans le monde anglo-saxonne vers le Parti communiste Italien il y a en 1995 la recherche de Stephen Gundle, I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. La sfida della cultura di massa (1943-1991)(Florence, Giunti, 1995), sur le confronte entre la culture et les comportements des communistes italiens et la culture de masse et la société de la consommation provenant du monde américain.
Le livre de l’historien de la gauche européenne Aldo Agosti Storia del PCI 1921-1991 (Rome-Bari, Laterza, 1999) se présente comme un utile reconstruction de l’histoire du PCI, où on peut retrouver aussi des réflexions sur les choix du dernière période e vie du parti. Importante, même s’il faudrait une mise à jour, la bibliographie commenté que Agosti présente à la fin du livre : ici il prend en considération un aspect, sur le quelle on retournera après la présentation de la prochaine œuvre de caractère générale, celui de l’absence des recherches vraiment complets sur l’histoire du Parti.
Pourtant que le communisme soit une partie d’histoire que plusieurs commentateurs donnent comme terminé, son histoire et son interprétation sont toujours capable de créer des discussions, comme dans le cas de la conférence, organisé par l’Institut Gramsci de Rome, sur le rôle du PCI dans la République, dont les actés sont paru dans les livres sous la direction de Roberto Gualtieri, Il Pci nell’Italia repubblicana 1943-1991 (Roma, Carrocci, 2001) ; outre à la possibilité de découvrir un débat encor très politique, le livre se présente utile pour la valeur des historiens qu’y ont collaboré.
Sur la même ligne d’étude de la culture communiste comme partie de l’Italie républicaine et de l’action en ce sens du PCI mais probablement avec des objectifs différents par rapport à ceux de la collection de Gualtieri il y a le livre de Andrea Ragusa I comunisti e la società italiana. Innovazione e crisi di una cultura politica (1956-1973) (Manduria-Bari-Rome, Laicata, 2003).
Enfin, en 2006 Albertina Vittoria, enseignant à l’Université de Sassari et membre de la direction de la revue de l’Institut Gramsci Studi Storici, publie dans la maison d’édition Carrocci Storia del PCI 1921-1991, (Roma, 2006), autre livre qui prend les fonctionnes de petit manuelle pour s’orienter dans l’histoire du communisme italien.
Avant de conclure cette partie dédié à l’historiographie italien sur le communisme avec une mise au point d’études plus spécifiques pour notre analyse il faut préciser qu’il y a une grande différence par rapport aux travails françaises : pas beaucoup sont les travails qui abordent l’histoire du communisme de façon générale, comme avait noté Agosti, même s’il y a la possibilité de conduire un étude approfondi dans les archives du PCI et dans des recueils des périodiques de parti. La nouvelle saison que aurait pu être ouvert par les dépôts des matériaux de n’importe quoi typologie (procès verbaux, photographies, donnés sur les militants, activité des associations collatérales comme l’ARCI pour la culture et la vie récréatif ou l’UDI pour les femmes ..) par des anciens sections du PCI dans les Instituts Gramsci de chaque région, n’a pas encore vu des résultats importants en fait d’avancement de la recherche. L’autre aspect sur les quelles on va nous concentrer est le fait que l’histoire n’as pas encore pris en analyse des aspects de l’histoire du communisme (implantation locale, vie des militants, élus et relations au pouvoir..) qui sont resté demain des analyse des autres disciplines comme la sociologie ou les sciences politiques .
En effet pour notre travail très peu sont les œuvres historiographiques qui s’occupent de l’implantation locale du communisme en Émilie-Romagne et de sa conception de la gestion du territoire ; pourtant, on en peut faire une présentation des textes disponibles.
Œuvre centrale pour débuter en ce travail de recherche est le volume L’Emilia Romagna sous la direction de Roberto Finzi de la collection dédié à l’histoire d’Italie de la maison d’édition Einaudi de Turin Storia delle regioni dall’unità ad oggi (Turin, Einaudi,1997, 926 p.). Ce volume donne une vision complète du développement de la culture socialiste et réformiste du XIXe siècle jusqu’au XX siècle.
Autre travail qui peut nous aider dans la construction d’un système d’analyse pour la question «communisme municipal » est le livre de la chercheuse d’histoire des institutions Francesca Sofia Cent’anni di enti pubblici in Emilia Romagna (1861-1970)(Bologne, 2000, 467 p.), qui en étudiant les administrations locales permet de repérer les usages qu’en on fait les communistes.
En faisant un petit pas en arrière avec la datation du travail, on peut aussi considérer comme partie de cette bibliographie le livre de Luigi Arbizzani et Aldo d’Alfonso Comuni e province nella storia dell’Emilia Romagna. Cent’anni di politica di sinistra (Rome, Editori Riuniti, 1970, 313 p.), très utile pour son caractère de collection des documents et des sources sur l’histoire du socialisme dans la région.
Entre l’œuvre à volonté historique et mémoire personnelle il y a le livre de deux anciens dirigeants et élus du PCI émilien Guido Fanti et Gian Carlo Ferri – l’un ancien maire de Bologne et première président de la région Emilie-Romagne et l’autre ancien parlementaire- Cronache dall’Emilia Rossa. L’impossibile riformismo del PCI (Bologne, Pendragon, 2001, 278 p.) ; ce livre donne une vision complète, même si en certains cas est très personnel, de l’activité des communistes locales, surtout face au changement institutionnel de l’autonomie régionale.
Aujourd’hui l’étude du model sociale émilien romagnole connait encor une certaine vitalité, surtout grâce aux études de Patrizia Dogliani, qui a travaillé sur le « socialisme municipale » aussi en prospective comparatiste, et de Carlo De Maria, qui à organisé deux conférence à Bologne en ces dernières deux années pour discuter de l’histoire de ce modèle et de sa vitalité au niveau sociale, politique et culturel : Bologna Futuro: socialità, sviluppo, uguaglianza. Il “modello emiliano” alla sfida del XXI secolo le 4 décembre du 2010 et Il “modello emiliano” nella storia d’Italia. Tra culture politiche e pratiche amministrative (1889-2011) le 28 octobre 2011 .
Comme on avait déjà souligné, pour une recherche sur l’histoire sociale du communisme et sur certains de ces spécificités il faut aussi travailler sur des œuvres qui ne sont pas historiques, mais qui viennent des autres domaines scientifiques.
Pour travailleur sur la relation entre territoire, élus, parti et son organisation intérieure (apparat, cadres et structuration) deux livres « anciens » se révèlent très utiles : la recherche des premières années Quatre-vingt , puisé aussi par le secrétariat du PCI, de Aris Accornero, Renato Mannheimer et Chiara Sebastiani, L’identità comunista. I militanti, le strutture, la cultura del PCI, (Rome, Editori Riuniti, 1983, 552 p.) qui donne un regard d’ensemble sur ce qui était vraiment le parti, avec une attention particulier aux régions rouges ; le livre déjà cité de Blackmer et Tarrow, Il comunismo in Italia e Francia, où il y a aussi plusieurs articles sur la question des élus émiliens et de leur relation avec le parti.
En conclusion de ce bilan sur l’historiographie sur le communisme italien et sur les œuvres disponibles sur le municipalisme en Emilie-Romagne on peut citer un livre de nature sociologique et « socio-historique » : Terra Rossa. Comunismo ideale e socialdemocrazia reale (Bologne, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, 1993, 400 p.), collection d’essais du sociologue et ancien militant du PCI Fausto Anderlini parus en différents années, qui donne une analyse très argumenté de la nature du gouvernement locale émilien et du parcours historique de l’affirmation d’une classe politique et d’un system de pouvoir qui avait au centre le PCI.

La situation de l’historiographie français sur le communisme et en particulier sur le PCF se démontre totalement différente par rapport à celle italienne.
La France est en effet le pays où, dans les années il y a eu la majeur production des études sur ce sujet, soit au niveau de débat publique soit dans le monde de la recherche universitaire ; L’attention qu’il y a eu des fois a été aussi plus importante de la puissance du Parti meme dans la société. Une des motivations possible qu’on peut considerer dans cette situation «privilégié » est que le comportement du PCF face à son histoire a été plus fermé par rapport au PCI : ses archives ont été plus tard et les données sur sa force et sur sa composition ont été révélés avec réticence et de manière incomplete ; il a produit ses propres livres d’histoire et avec des difficultés a entrateni ses relations avec les intellectuels, soit militants communistes ou compagnon de rue du parti soit non communistes..
La curiosité et l’observation constante du PCF, surtout dans sa politique extérieure de relation avec l’URSS, sont faiblis ( ???) quand le Parti a commence à perdre son importance et sa centralité dans la société française, comme si l’intéresse historique fuisse lié au rôle du sujet d’étude. La « révolution documentaire » qui aurait du se produire après l’ouverture des archives communistes françaises et soviétiques qui certains, comme Stephen Courtois attendaient, n’a pas sorti des effets vraiment capable de changer l’état des études, en laissant permaner une division entre deux courants interprétatives : la première, liée au travail de Annie Kriegel, qui avait l’idée que le communisme fuisse substantiellement une extranéité en France et donc que l’activité du PCF eût comme objectif de créer une contre-pouvoir en liens avec l’URSS ; l’autre que, en simplifiant, on peut mettre à côté du groupe qui avait produit l’œuvre Le siècle des communismes (en partie comme réponse au Livre noir du communisme de Courtois et Werth) qui par contre essaie de étudier la caractéristique de parcours de chaque organisation communiste dans son pays. La question, naturellement pourrait être beaucoup plus complique de comme on l’a présenté : on devrait signaler entre les deux « courants » aussi les positions de Marc Lazar, qui parle du consensus au PCF comme d’une héritage d’une passion totalitaire dans un domaine démocratique qui vient de la Révolution du 1789 , les différents approches et sources qui ont été utilisé pour prendre des différents prospectives l’histoire de ce parti. Mais ainsi on perdrait le fil rouge de notre présentation : la nécessité de couper une partie de ce discours est la démonstration d’une certaine complexité du débat historique et du nombre des travails à ce sujet dédiés. Pour conclure ce présentation on peut signaler en note un article de Laird Boswell, qui est une vrai boit à outils pour la recherche sur l’historiographie du communisme et qui lui donne aussi un jugement très sévère en reprochant aux historiens françaises l’incapacité de produire des travaux vraiment intonatives (l’article a été aussi utilisé en ce bilan comme schéma générale d’orientation pour le fait qui donne une panoramique sur tous les œuvres à se sujet consacrés ) .
Même si l’historiographie française du communisme a des œuvres spécifiques que celle italienne n’a pas, il faut dans tous cas signaler certains revues d’appui pour la recherche et certaines histoires générales du PCF. Comme revue la plus importants est Communisme, fondé en 1981 par des jeunes de Nanterre sous l’impulsion de Annie Kriegel : malgré le départ de beaucoup de historiens de la rédaction à la suite de question avec son directeur Stephen Courtois (aussi à la suite de la publication du Livre noir) et la publication surtout des travaux des historiens françaises sur l’histoire française, la revue a représenté pour ces années une contribution très important à l’étude du communisme et à l’alimentation d’un débat. Très utiles, surtout pour les caractères d’histoire sociale et extra européenne, sont les revues Genèses et Mouvement sociale.
Dans le contexte de la revue Communisme il faut signaler la figure, dont avait déjà parlé, de Marc Lazar : historien et sociologue diplômé à l’Institut d’études politiques de Paris est aussi docteur de l’Ecole des hautes études en science sociales. Connu comme un des plus importants experts de communisme et d’histoire de la gauche européenne en France, il travaille au Centre d’histoire de Sciences Po, mais aussi au Centre d’études et de recherche internationales, dont il dirige le groupe de recherche sur l’Italie contemporaine. Outre à Le communisme une passion français, considéré encore comme un de livre d’interprétation meilleur dans l’historiographie du communisme, pour notre travail il y a aussi autres deux ses œuvres qui sont importante : Maisons rouges, dont on parlera dans la partie consacrée aux travaux comparatistes et Histoire du Parti communiste français écrit avec Stéphane Courtois (Paris, Presses universitaires de France, 1995, 445 p.). Ce dernier est une des histoires générales qu’il faut considérer pour avoir une connaissance large de l’histoire du PCF : construit sur l’appui des matériaux d’archive et d’une ample bibliographie, il est bien aussi pour le fait qu’il donne des lectures d’approfondissement à la fin de chaque chapitre.
Par contre si on veut considérer l’aspect sociologique de cette histoire, à consulter est surement le livre Prendre parti. Pour une sociologie historique du PCF (Paris, Presses de la Fondation nationale des sciences politiques, 1989, 327 p.) de Bernard Pudal, qui essaie de pratiquer cet approche encore pas beaucoup pratiqué.
Malgré les observations de Boswell sur les risques qui sont contenus dans une opération comme celle du groupe de Michel Dreyfus en termes d’une difficulté de comparaison avec des très importants spécificités, considérer le cadre historique et national de l’activité des communistes reste à notre opinion la meilleur façon de travail, surtout quand on va à analyser les comportements territoriaux des partis, comme dans le cas d’un travail sur le PCI et sur le PCF. Malgré il ne soit pas un aspect fondamental dans nôtres recherches Le siècle des communismes a aussi le mérite de étendre son champ de recherche vers le communisme extra européen, qui a suivi un parcours en partie différent par rapport à celui de « l’ancien continent ».
Sur la ligne d’un étude spécifique et d’une réalité qui a ses propre caractères il y a les études conduit par Jacques Girault et son équipe du Centre de recherches sur les espaces, le sociétés et les cultures de Paris 13-Saint Denis sur le communisme français, son implantation et la banlieue. En effet les collections sous sa direction Sur l’implantation du Parti communiste français dans l’entre-deux-guerres (Paris, Editions sociales, 1977, 347 p.), Ouvriers en banlieue XIXe-XXe siècles (Paris, Les éditions de l’Atelier, Patrimoine, 1998, 448 p. ) et Des communistes (années 1920-années 1960) (Paris, Publications de la Sorbonne, 2002, 562 p.) ont toutes un œil ouvert sur la question des étapes et des modalités de l’implantation du socialisme et du communisme dans la classe ouvrière et dans le territoire français, surtout dans la banlieue parisienne, zone qui nous intéresse beaucoup. Cette typologie des études permit de voir comme s’est passé concrètement l’histoire du communisme en France, en utilisant des sources provenant de l’activité locale des partis et des organisations politiques. Dirigé en collaboration avec Emmanuel Bellanger, mais aussi important pour développer un étude sur l’activité du PCF dans les milieux banlieusards, est le livre Villes de banlieues. Personnel, élus locaux et politiques urbaines en banlieue parisienne au XXe siècle ( Paris, Creaphis, 2008, 223 p.). Ce livre est centrale pour l’analyse du communisme municipale et sur la figure de l’élu communiste, partie très important dans l’histoire du communisme de l’après deuxième guerre mondiale.
Toujours en matière de l’histoire du territoire de banlieue et du communisme il y a les travaux des deux historiens : Jean-Paul Brunet et Annie Fourcaut. Brunet a produit pour sa thèse de doctorat d’Etat une recherche sur un cas d’études très intéressante, Saint Denis, dont a reconstruit l’histoire de son image de ville rouge, en partant du 1890 et en arrivant au début de la deuxième guerre mondiale avec la déclaration des hors la loi des communistes ; le livre qu’en est sorti est Saint-Denis la ville rouge (1890-1939) (Paris, Hachette, 1980, ). Mais si cette œuvre est lié à un domaine d’analyse limité dans l’espace et dans le temps, plus « large » est la collection sous sa direction Immigration, vie politique et populisme en banlieue parisienne (fin XIXe-XXe siècles),où il trace un parcours historique pour comprendre la crise de la « banlieue rouge » et l’explosion de la xénophobie dans les années Quatre-vingt.
Experte de banlieue est aussi Annie Fourcaut, directrice du pole 4 du Centre d’histoire sociale de Paris 1, qui dans ces années a produit plusieurs œuvres et recherches sur la banlieue : Bobigny. Banlieue rouge ( Paris, Editions ouvrières, 1986, 215 p.), sur la même ligne du livre de Brunet sur Saint Denis, Banlieue Rouge 1920-1960. Années Thorez-Années Gabin : archétype du populaire, banc d’essai de modernité (Paris, Autrement, 1992), qui est un première étape pour un étude sur la banlieue comme laboratoire de «modernité » comme dit le titre.
En conclusion on peut citer la recherche que Olivier Masclet a fait sur une mairie communiste et sa relatione problématique avec l’immigration. Outre au sujet encore très peu étudie comme celui de la vision de l’immigration du PCF, le caractère intéressante de cette recherche est le travail fait sur des sources provenant des archives municipaux : donc un regard sur l’activité d’un parti en laissant à côté le débat politique pour analyser les choix concrètement faites où il y avait la possibilité d’exercer un pouvoir et rendre réels choses si non seulement théoriques ; les travaux de Masclet sont notamment La gauche et les cités : enquête sur un rendez-vous manqué (Paris, La Dispute, 2003) et « Une municipalité communiste face à l’immigration algérienne et marocaine. Gennevilliers, 1950-1972 » (Genèses, 45, décembre 2001, p. 150-163).
Pour la choix d’analyser les choses faites par des mairies communistes est à lier aux recherches de Masclet sont deux livres de l’historienne américaine Laura Lee Downs qui a étudie les services des colonies de vacances communistes en France, notamment dans Childhood in the Promised Land. Working Class Movements and the Colonies de Vacances in France, 1880-1960 (Durham/Londres, Duke University Press, 2002 ) et dans Histoire des colonies de vacances de 1880 à nos jours (Paris, Perrin, 2009, 433 p.).

Comme on avait dit dans notre introduction, le PCI et le PCF ont toujours été, par leur propre caractéristiques, deux sujets capable de être confronté, pas seulement pour faire une histoire comparée, mais aussi pour produire des recherches d’histoire croisé, qui peuvent avoir une profonde utilité pour la recherche sur l’évolution du communisme en Europe occidentale, surtout grâce à la majeure connaissance qu’on en a par l’ouverture des archives. Pour aborder cette question d’approche, avec la quelle on va terminer ce bilan bibliographique, on peut retourner au précieux article de Boswell, qui nous dit que :

Tout d’abord, l’approche comparative devrait être remise au goût du jour, à la fois au niveau national et international. L’histoire comparée est souvent invoquée, mais rarement pratiquée, en grande partie parce qu’elle pose d’épineux problèmes méthodologiques et nécessite une bonne maîtrise de multiples champs disciplinaires et de plusieurs langues .

La situation est devenue encore plus difficile dans ces dernières années par la florent production des recherches mirant à souligner la spécificité nationale de chaque organisation : c’est ça l’opinion de l’historien du mouvement ouvrier Serge Wolikow qui sur la thématique de l’histoire comparé à écrit sa contribution
« Problèmes méthodologiques et perspectives historiographiques de l’histoire comparée du communisme » dans le numéro 112-113 Histoires croisées du communisme italien et français de Cahiers d’histoire. Revue d’histoire critique.

Paradoxalement, l’histoire du communisme comme discipline scientifique a, dans les dernières cinquante années, été marquée par un tropisme national dans le cadre duquel la majeure partie des recherches mettait l’accent sur les spécificités nationales. Ceci dans un contexte où la recherche restait fortement marqué par les enjeux politiques : tandis que ses adversaires explicitement anticommunistes insistaient sur sa dimension internationale, les historiens attentif au communisme, sinon sympathisants, mettaient l’accent sur sa nationalisation et ses caractères nationaux. Depuis un vingtaine d’années, en Italie et en France, de nombreux travaux ont insisté sur ces aspects et valorisé les différences entre les deux parti communistes en relation avec une réflexion comparée sur les deux gauches. [..] Les différences, sinon les divergences, entre les gauches française et italienne étaient les principaux traits valorisés .

Dans cette typologie de travail on peut inscrire le livre, dont on avait déjà parlé, de Blackmer et Tarrow Il comunismo in Italia e Francia : travail de science politique, qui cependant ouvre aussi des prospectives très intéressants pour un étude historique. La recherche faite par ces deux chercheurs américains, même si elle est un fondamental point de départ pour la recherche sur les aspects territoriaux de l’activité des communistes- soit au niveau des donnés soit pour les point méthodologiques qui offre pour cette typologie des études -, il y a dans tous cas, cette tendance à créer des différence et à ne pas construire de « ponts » entre les deux expériences.
On peut poursuivre dans la présentation en utilisant toujours les mots de Wilkow, qui se révèlent très précis :

On a donc, à juste titre, beaucoup comparé et mené de nombreuses études avec le souci principal de souligner des différences qui venaient sans doute bousculer certaines images et stéréotypes simplificateurs.

La conscience de la présence de cet « objectif » ne toujours pas dit dans l’étude du communise, a été un des soucis principaux du travail de Marc Lazar dans la rédaction de son livre Maisons Rouges. Les partis communistes français et italien de la Libération à nos jours (France, Aubier, 1992, , 420 p., Collection « Histoires » ), comme le dit l’auteur même dans son introduction .
Outre à son travail « d’honnête scientifique » dans l’analyse des deux histoires différents comme celles du PCI et du PCI en revendiquant un regard moins influencé des conceptions qui se sont dans tous cas revelés errés ??, le vrai mérite de Lazar a été aussi de puiser la choix comparatiste pour obtenir un travail qui ne soit pas seulement une présentation des deux sujets, mais plutôt un raconte unitaire : en effet, en organisant chaque chapitre autour d’une thématique, il a la possibilité de ne pas séparer le PCF et le PCI et de donner des analyse qui avaient une seule conclusion où on peut retrouver des réflexions sur tous les deux.
Effectivement cette modalité de travail est finalement la seule voie pour donner des nouvelles à la recherche sur le communisme, comme note Wilkow :

Il me semble aujourd’hui que l’analyse comparative terme à terme doit être dépassé : le modèle en forme de bilan à deux colonnes résumant le positif et le négatif mérite d’ être délaisse notamment parce que il fige et essentialise des situations dont il est ensuite difficile sinon impossible de comprendre les évolutions. On doit remarquer que les notions servant de base aux analyses comparées ont été largement amendées ou revues. L’histoire comparée aujourd’hui, notamment à l’échelle internationale, porte sur les transferts, les circulations, les emprunts et donc les croisements. Il y a une nouvelle manière de concevoir la comparaison en mobilisant des notions comme celle d’imbrication ou d’interaction, de transfert politique et culturel plutôt que celles d’opposition ou de distinction. Pour rendre possible la comparaison, il faut envisager la globalité de démarche du communisme en tant que tel et donc ce qu’il y a de commun avant de songer à pointer les différences. Aujourd’hui si l’on veut envisager de ce point de vue le communisme, on ne peut éviter la question de ses références communes .

Les mots de Wilkov, pourtant que très corrects et indicatives, sont en réalité difficiles à suivre, parce que il demandent un sujet d’étude très particulier dont l’effective praticabilité est encor à démontrer. Les œuvres qui ne suivent pas cette perspective sont aujourd’hui critiquées, comme il est passé à le dernière livre dont on va à parler pour la partie sur le comparatisme, The French and Italian Communist Parties : Comrades and Culture (Londres, Frank Cass, 2003, 209 p.) de Cyrille Guiat. En effet Laird Boswell dans son article critique de manière résolue ce livre sur les politiques culturales de deux mairies communistes – Ivry-sur-Seine et Reggio Emilia- parce pour lui ici s’agit seulement d’une juxtaposition de deux histoire plutôt que d’une vraie recherche capable de faire avancer la recherche sur le communisme .

En effet ceci est le caractere qu’on a déjà retracé au début de cette presentation en faisant reference au different regard que dans les débat, politique mais aussi historique, se rejouaient les deux partis. Mais cette situation était aussi le résultat d’une certain typologie de regard du chercheurs, qui preferait signaler les point de diversité plutôt que de retrouver des point communs.

La decription atette anlyse est En effet encore très peu sont les travaux comparatistes et encore moins sont ceux faits avec un approche croisé. cette constante attention L’étude historique du communisme français est en ces derniers années dans une situation plutôt « bizarre » parce que si d’un coté il y a un déclin des études- qui semble être parallèle à la chute de son sujet d’étude, le PCF-, qui aujourd’hui semblent être limités au demain universiatire, de l’autre on a plusieurs recherches qui ont essaie de couvrir tous les aspects de l’histoire du communisme. Entre ces derniers études on peut rentracer les études qui se revelent très utiles pour notre travail.

A mettre aussi les œuvres d’histoire generale du PCF : le contro pouvoir de Annie kriegelò lazar et courtois, la revue communsime, le livre de Pudal
A noter dans l’introduction les motivations d’une nécessaire prospective comparatiste entre France et Italie.

Citazioni originali

Nota 2: Marina Bellot e Sylvain Mouillard, «Les émeutes, c’est le moins grave qui puisse arriver». Intervista a Claude Dilain, in «Megalopolis», n°7, primavera 2012, pp. 50-51:

Les émeutes, c’est le moins grave qui puisse arriver. Si on pense que le thermomètre du malaise en banlieue, c’est le nombre de voitures brûlées, on se trompe complètement. Le vrai thermomètre, c’est la participation aux élections. Je trouve scandaleux que tout le monde ait l’air d’accepter comme une fatalité tranquille que depuis maintenant 4 ou 5 élections il y ait 90% d’abstention dans ces quartiers-là. […] Pour l’instant, ce ne sont que des petits sursauts. Alors on dit «C’est qu’un petit bureau de vote, c’est pas grave». Mais si, c’est grave! Un jour il y aura une traduction politique de ça, et ça s’exprimera contre la République

Nota 24: Georges Marrane, 25 années de mandat municipal au service de la population laborieuse et de la paix, in « Le Travailleur», 30 settembre 1950:

Peu des municipalités peuvent se vanter d’un tel bilan d’efforts […]. Les réalisations des communistes dans le cadre du système pourri et branlant du capitalisme qui dépense tant pour la guerre, seront centuplées le Jour où les travailleurs seront au pouvoir.

Nota 26: Citazione tratta da Emmanuel Hoffmann (con la direzione di Jacques Girault e Antoine Prost), L’école primaire à Ivry-sur-Seine, 1944-1968, Tesi di dottorato, Università Panthéon-Sorbonne di Parigi, 1992, p. 81:

L’activité des municipalités communistes et des minorités municipales qui constitue un élément très important pour la liaison du parti avec les masses, doit être sérieusement améliorée, en tenant compte des difficultés économiques et de l’aggravation de la misère des populations laborieuses […]. Le parti, à tous les échelons, doit diriger le travail municipal qui n’est pas un secteur isolé de l’ensemble

Nota 29: Georges Marrane, 25 années de travail municipal, in «Bulletin Municipal Officiel», giugno 1950, p. 9:

La vérité il faut proclamer, c’est que nous avons puisé dans l’avant garde de la classe ouvrière, dans le Parti communiste, les principes politiques qui nous ont permis de suivre la voie la plus juste, dans les circonstances les plus difficiles. C’est le Parti communiste qui nous a formés, qui a fait des ouvriers que nous sommes, fiers de leurs origines, des militants éprouvés, fermes et désintéressés. C’est le parti qui a fait de nous des propagandistes, des administrateurs, des organisateurs. C’est la fidélité au Parti communiste, l’application de ses résolutions qui nous permettra de faire plus et mieux dans l’avenir, d’assurer le maintien de la paix et d’instaurer le socialisme dans notre patrie

Nota 41: M. Bellot e S. Mouillard, «Les émeutes, c’est le moins grave qui puisse arriver». Intervista a Claude Dilain, op. cit., p. 51:

Les urgences et les priorités ne sont pas le mêmes selon les territoires […]. La politique de la ville a beaucoup apporté. Les différents ministres ont tous eu la volonté sincère de faire quelque chose. Mais c’était limité. Pourquoi? D’abord parce qu’on souvent a voulu traiter les conséquences sans traiter les causes. Et puis surtout on a dit «Je vais inventer un outil génial qui va régler les problèmes des quartiers partout». J’appelle ça la dictature de l’outil, c’est le contraire qu’il faut faire!

 

Articolo pubblicato: Banlieue Rouge o Banlieue ordinaire: Il Partito Comunista Francese e la periferia di Parigi nella crisi degli anni Ottanta, questa lavorazione è pubblica. L’ultima immagine purtroppo è un pelo fuori posto…
Spero che l’immagine in home non sia troppo pop e attuale rispetto all’articolo (ma un minimo di colore, diamine!)

 
   

Bellissima! grazie a tutti e un bacione